GESTIONE E VALORIZZAZIONE AGROTERRITORIALE

Boschi puri di latifoglie

Castagneti: note di ecologia e selvicoltura

I castagneti sono boschi dominati dal castagno, una specie ampiamente diffusa e utilizzata dall’uomo per il legno e i frutti.

Diffusione. In Europa occupano una ampia area che va dal Caucaso all’Europa occidentale. In Italia si possono ritrovare castagneti spontanei nei boschi di colline e zone montuose, oltre che in coltivazioni da frutto dalle quali si ottengono pregiati marroni e castagne. I castagneti che un tempo hanno garantito alle popolazioni montane il sostentamento alimentare, sono ormai notevolmente ridotti, anche se negli ultimi anni si sta assistendo ad un tentativo di recupero.

II    castagno è una specie mesofila che tollera bene il freddo e cresce su tutti i terreni sciolti, sabbiosi o sabbioso-limosi che rispondono bene alle notevoli esigenze di respirazione radicale.

Abbisogna di fosforo e potassio in quantità rilevanti perciò predilige suoli tendenzialmente acidi (specie acidofila) sciolti, di matrice silicea e origine vulcanica, ma sulle alpi Apuane e prealpi Venete si sviluppa su terreni calcarei con elevate precipitazioni.

Durante i mesi caldi dell’anno, la pianta esige buone quantità di acqua per ottenere una produzione di frutti adeguata.

In base al prodotto che si vuole ottenere i castagneti si dividono in palina di castagno e castagneto da frutto.

La palina di castagno è un bosco ceduo, adatto alla produzione di assortimenti molto vari, dai rametti da intreccio ai pali per il sostegno dei cavi telefonici. Ha turno da 20 a 30 anni, ma può arrivare anche a 50 anni se si effettuano diradamenti selettivi precoci allo scopo di selezionare e allevare i fusti migliori.

La maggior parte di questi boschi derivano da vecchi castagneti da frutto convertiti dopo l’abbandono delle zone montane ed è raro trovare cedui di castagno derivanti da impianti appositi. I boschi con maggiore produzione si trovano in zone con terreni di derivazione vulcanica, ad esempio sul Monte Amiata e in Sardegna, che a fine turno possono raggiungere i 13-20 m di altezza e i 300 m3 di massa legnosa.

Il castagneto da frutto (o selva castanile) è un impianto specializzato, diffuso largamente in sostituzione di altre specie a partire dal medioevo fino agli inizi del ‘900, quando è iniziato il suo declino, dovuto principalmente all’abbandono della montagna. La superficie occupata questi castagneti è passata da 500 mila ettari a poco più di 80 mila. L’impianto di un castagneto da frutto dovrebbe essere realizzato con circa 200-300 piante/ha, che si ridurranno fino a 100-150 a fine turno. Tale riduzione è dovuta anche all’innesto (a spacco o a corona) che viene effettuato per propagare le cultivar da frutto. La propagazione avviene per semina o per piantagione e gli interventi consistono in concimazioni e potature di formazione o di rimonda

Importanti sono anche i boschi da legno: si allevano cultivar innestate a quelle da frutto, come Politora e Cardaccio, per la produzione di legname adatto alla fabbricazione di mobili e altri manufatti. Il governo è a fustaia coetanea (da conversione) e i turni sono maggiori di 80 anni.

Si applicano diradamenti selettivi per raggiungere una densità finale di 400-500 piante/ha.


Castagno: aspetti botanici

Il castagno (Castanea sativa) è un albero in grado di raggiungere un’altezza di 25-30 m. Ha fusto diritto, ramificato nella parte medio-alta e corteccia grigio-nocciola nelle piante giovani, brunastra con sfumature grigiastre in quelle adulte. La chioma, di forma conico-piramidale nei giovani esemplari, tende a diventare espansa, globosa e irregolare negli adulti. Le foglie sono caduche, con margine seghettato e apice appuntito, di colore verde intenso e lucide, più chiare nella pagina inferiore. Si tratta di una pianta monoica che fiorisce in piena estate. Le infiorescenze maschili sono spighe lunghe 10-20 cm, di colore giallo-verdastro.

Quelle femminili sono costituite da fiori singoli o riuniti a gruppi di 2-3, posti alla base delle infiorescenze maschili. L’impollinazione è anemofila. Il frutto è una noce detta castagna, interamente rivestita dal riccio, una cupola spinosa.

Faggete: aspetti ecologici e silvo-colturali

Le faggete sono foreste di faggio (Fagus sylvatica L.), una delle più importanti specie forestali europee, sia per l’estensione del suo areale, che per l’incidenza nelle consociazioni forestali e per la qualità del legname.

Diffusione. È una specie diffusa in gran parte dell’Europa: in Spagna, Francia e nell’Inghilterra meridionale.

Nel contesto ambientale italiano, questa specie forestale è presente in tutte le regioni, ad eccezione delle zone montuose della Sardegna, e ha la sua maggior espressione lungo tutto l’orizzonte montano dell’appennino.

Il faggio è specie tipica del piano montano (fascia fitoclima-tica del Fagetum di Pavari) e si incontra solo sporadicamente sulle zone collinari. Si tratta di una specie mesofila, amante cioè di climi né troppo caldi e secchi né troppo freddi e umidi; predilige esposizioni luminose purché la luce non sia eccessiva. È quindi un albero legato a condizioni ecologiche molto particolari e può essere considerato un buon indicatore ambientale.

I principali fattori limitanti sono le gelate tardive e le basse temperature invernali. Indifferente al substrato (acido o basico), preferisce suoli freschi, drenati e profondi, ma si adatta anche a terreni meno fertili.

I boschi sono costituiti da uno strato arboreo monospecifico (costituito cioè solamente da faggio) e da uno strato erbaceo rappresentato perlopiù da specie sciafile, adattate alla scarsa luminosità al suolo dovuta alla densa copertura delle chiome.

I boschi di faggio vengono trattati sia a ceduo che a fustaia. Le faggete, soprattutto quelle localizzate a basse quote, sono interessate da tempo dalla forma di governo a ceduo. Questo tipo di coltura forestale, prende origine dalla capacità pollonifera delle piante che, se tagliate a ceppo, sono in grado di emettere germogli da gemme situate sul colletto. Tuttavia, poiché il bosco ceduo è caratterizzato dal taglio periodico (ogni 10-30 anni) di tutti i polloni presenti sulla ceppaia, questa operazione, detta taglio raso, non solo è molto onerosa, ma è anche controproducente da un punto di vista ecologico perché impoverisce il suolo nelle pendici e ne favorisce l’erosione.

Oggi vi è perciò la tendenza a convertire il ceduo a fustaia, facendo crescere gli alberi liberamente, favorendo un bosco costituito da piante nate da seme e ricreando così una condizione originaria e più rigogliosa.

In base alla qualità della fustaia si possono applicare diversi tipi di taglio:

• tagli saltuari, per i popolamenti più scadenti;

• tagli successivi a gruppi, per i popolamenti buoni con struttura disetanea;

• tagli successivi uniformi, con turno di 100-120 anni per popolamenti a struttura coetanea in eccellenti condizioni.

La massa a fine turno di una faggeta può arrivare anche a 700 m3/ha.

Faggio: aspetti botanici

Il faggio (Fagus sylvatica L.) è un albero abbastanza longevo (vive più di 300 anni), caducifoglio, alto fino a 40 m e con diametro fino a 1,5 m.

Ha radici fascicolate assai estese, tronco diritto, cilindrico da giovane, largamente scanalato da vecchio; corteccia liscia, sottile e di colore grigio.

Le gemme affusolate sono ben visibili in inverno; il legno rosso-brunastro è un ottimo combustibile.

La chioma è folta e densa, di forma conico-globosa, arrotondata negli esemplari isolati, con tendenza ad espandersi nelle piante adulte.

Le foglie sono semplici, alternate, ovato-ellittiche, lunghe 10-15 cm, con margine leggermente ondulato e cigliato e nervature secondarie diritte e parallele. Possiedono un breve picciolo e si presentano all’inizio arrossate, poi superiormente verde scuro, più chiaro nella pagina inferiore. Si tratta di una pianta monoica con infiorescenze unisessuali: quelle maschili formate da glomeruli pendenti, dotati ciascuno di un lungo peduncolo; quelle femminili erette, con 1-2 fiori circondati da 4 brattee superiori larghe e da numerose brattee inferiori lineari.

La fioritura e la fogliazione avvengono a maggio.

L’impollinazione è anemofila.

I frutti sono piccole cupole legnose dette faggiole.

Leccete: note di ecologia e selvicoltura

La lecceta rappresenta la tipica foresta mediterranea, costituita da querce sempreverdi come Quercus ilex L. con le sottospecie Quercus ilex subsp. ilex, Quercus ilex subsp. rotundifolia, Quercus ilex subsp. ballota e Quercus coccifera. Diffusione. È presente in tutto il bacino del Mediterraneo, ma nella regione occidentale (Spagna e Portogallo) la sottospecie ilex, è sostituita dalla sottospecie ballota, mentre nella parte orientale, il leccio è sostituito dalla quercia spinosa (Quercus coccifera subsp. coccifera e subsp. calliprinos). Dal punto di vista fitologico, la consociazione di leccio con altre piante prende il nome di Quercetum ilicis ed è molto diffusa in Italia dove si riconoscono diverse associazioni, tra cui:

1. Orno-Quercetum ilicis, cioè bosco misto di leccio e orniello (e altre specie caducifoglie) di collina e bassa montagna. Essendo costituito da bosco sempreverde e bosco deciduo, assume un carattere di transizione.

2. Viburno-Quercetum ilicis, che rappresenta la fase evolutiva di climax.

3. Teucrio siculi-Quercetum ilicis, è la lecceta di montagna tipica della Sicilia.

Il leccio può essere governato sia a ceduo che a fustaia. Le fustaie svolgono prevalentemente una funzione protettiva e ricreativa e sono presenti in aree protette o in aree turisticamente pregiate (Toscana). La produzione di legname da lavoro, infatti, è priva di prospettive, sia per la forma contorta dei fusti che per le caratteristiche meccaniche del legno. La produzione di ghianda per il pascolo è diffusa soprattutto in Spagna e in Italia (Sardegna). Il governo a ceduo permette invece di ottenere legna da ardere di buona qualità, è ricercato anche per il “carbone cannello” che si ottiene dai polloni di piccola pezzatura. Un tempo dalla corteccia si otteneva il tannino, oggi questa pratica è caduta in disuso.

La rinnovazione è assicurata attraverso l’emissione dei polloni che nel leccio prosegue fino ad età molto avanzate, mentre quella da seme è vanificata dal continuo pascolo.


Leccio: aspetti botanici

Il leccio (Quercus ilex) è una specie xerofila che tende ad insediarsi nelle fessure delle rocce strapiombanti.

È un albero con tronco poco slanciato, ricoperto da corteccia grigia, dapprima liscia e poi leggermente screpolata. Ha legno molto duro e compatto, ricco di tannino. La chioma, densa e tondeggiante, presenta per 3-4 anni foglie persistenti sui rami. Le foglie sono lunghe 3-7 cm, differenti tra loro anche sulla stessa pianta: a forma allungata oppure ovale, con margini interi e lisci oppure ondulati o, a volte, dentati e spinosi. La pagina superiore è coriacea e lucida, mentre quella inferiore è abbondantemente pelosa.

I fiori compaiono in aprile-maggio: quelli maschili sono riuniti in amenti penduli, quelli femminili sono isolati o raggruppati a due a due all’interno di un rudimentale calice.

II frutto del leccio è una ghianda con endocarpo tomentoso, protetta per un terzo o metà della lunghezza da una “cupola”, formata da piccole squame grigio chiare, pelose, pressate le une alle altre e talvolta terminante in un prolungamento appuntito, chiamato mucrone. Le ghiande sono lunghe 1,5-2 cm, di colore verde chiaro prima e poi brune in autunno, quando giunge a maturità.

Sugherete: note di ecologia e selvicoltura

La sughereta è una formazione del Mediterraneo occidentale dominata dalla sughera (Quercus suber L.), una quercia sempreverde che viene largamente coltivata soprattutto per la produzione del sughero. Per questo motivo si trova spesso in formazioni pure, ma anche in associazione con la vegetazione mediterranea e assume l’aspetto di bosco rado o di pascolo, favorito anche dalla produzione di ghianda.

Diffusione. In Italia le sugherete si sviluppano sui suoli acidi del litorale tirrenico, in Sicilia e soprattutto in Sardegna, dove sono presenti in tutta l’Isola e, in particolare nella Gallura e nelle regioni circostanti, nel Sulcis-Iglesiente, nell’Arburese e nell’altopiano della Giara.

Questa quercia vive nel piano basale o, nel piano sub-montano e in taluni casi può spingersi fino al piano montano. La sughera è una specie eliofila che tollera un lieve ombreggiamento solo in giovane età, e termofila, non tollera basse temperature e preferisce inverni miti ed estati caratterizzate da umidità atmosferica, con una piovosità media annua di 600-700 mm. Cresce su suoli derivati da rocce silicee decalcificate, con pH acido o sub-acido e non ama i terreni calcarei. Resiste molto bene agli incendi e tollera la siccità, ma ha bisogno di un certo grado di umidità atmosferica.

Gli agenti di danno a cui sono soggette le sugherete oltre al sovrapascolo, agli incendi e alle eccessive utilizzazioni, sono rappresentati dagli insetti defogliatori (soprattutto Limantria dispar L.), attivi soprattutto in primavera.

La propagazione avviene per seme, subito dopo la raccolta, oppure stratificando i semi in cassette areate con torba o sabbia umida a 2-3 °C e mettendoli nel terreno la primavera successiva. In teoria è possibile ottenere piante anche per propagazione vegetativa, anche se la percentuale di germinazione non è elevata e le plantule hanno dimensioni molto ridotte (tentativi in questo senso sono stati tentati per cercare di migliorare il patrimonio genetico della specie nell’ambito del vivaismo forestale). In un contesto ornamentale la sughera è una pianta dal valore elevato: non è imponente, quindi è di facile collocazione, è un sempreverde con bellissimi rami contorti e corteccia biancastra esteticamente molto decorativa. Adatta come esemplare isolato in giardini di medie dimensioni, può svilupparsi senza interventi di potatura o decorticazione. In alternativa si può mantenere a ceppaia.


Sughera: aspetti botanici

La sughera (Quercus suber) è un albero sempreverde di taglia medio-piccola: alto 10-15 m (solo raramente supera i 25 m), con apparato radicale a fittone e massicce radici laterali.

Ha fusto robusto che raggiunge, sopra corteccia, i 4-5 m di circonferenza. La corteccia inizialmente è liscia e grigia, poi si ispessisce formando il sughero chiaro all’esterno, spugnoso e rosato all’interno, che in pochi anni può raggiungere anche i 5-7 cm di spessore.

Il tronco si divide in ramificazioni irregolari che danno origine a una chioma asimmetrica e larga che quando non è compressa da piante vicine, tende ad espandersi molto in larghezza.

I rametti dell’anno sono gracili e tormentosi, tanto da apparire grigi, la peluria scompare circa 2 anni dopo e nel giro di 5-6 anni comincia a comparire il sughero. La longevità dipende in gran parte dalla frequenza e dall’intensità dell’utilizzazione del sughero: piante abitualmente decorticate non superano di norma i 150-200 anni di età; quelle non sfruttate possono superare i 400 anni di età.

Le foglie sono lunghe 3-5 cm e larghe 1,5-4 cm, di consistenza coriacea, persistono sulla pianta per 2-3 anni, anche se in climi freddi o molto secchi può avvenire la filloptosi, cioè la perdita prematura delle foglie. Hanno forma molto variabile: da ovali a ovali-lanceolate, più o meno tondeggianti, con apice acuto e margini interi oppure, specialmente in alberi giovani, denticolati con 4-7 denti.

La nervatura principale è ben rilevata sulla pagina inferiore e tende ad essere sinuosa verso l’apice; le nervature secondarie sono 5-7 paia e sottendono i denti della lamina. Questa può essere appiattita, ma più spesso è bollosa e convessa superiormente.

La fioritura avviene tra aprile e maggio oppure in autunno, dopo la fine dell’aridità estiva. I fiori maschili sono portati all’apice dei rami dell’anno precedente, riuniti in amenti peduncolati lunghi 4-7 cm, e hanno un perianzio diviso in 5-8 lobi e 5-6 stami. I fiori femminili portati dai rami dell’anno sono raccolti a gruppi di 2-5, in spighe erette lunghe 0,5-3 cm e presentano 3 stili.

I frutti maturano a seconda della fioritura: o nell’autunno dello stesso anno (se si è avuta fioritura primaverile) o alla fine dell’estate dell’anno seguente (se la fioritura è stata autunnale). Il frutto è una ghianda lunga 2-3,5 cm con un diametro variabile da 1,2 a 1,8 cm, coperto per circa la metà, da una cupola sub-sferica.

Querceti caducifogli: note di ecologia e selvicoltura

Diffusione. Il querceto è un bosco di querce caducifoglie, caratteristico della pianura e della parte bassa e mediana delle pendici montuose, soprattutto appenniniche, estendendosi dalla pianura fino agli 800-900 m e arrivando anche ai 1000 m nelle zone più calde.

Le querce presenti sul territorio italiano sono: la farnia (Quercus robur), la roverella (Quercus pubescens), la rovere (Quercus petraea) e il cerro (Quercus cerris).

La tipica quercia degli ambienti di pianura è la farnia che in passato era considerata la specie guida delle foreste che storicamente ricoprivano la Pianura Padana e di cui oggi rimangono solo pochi lembi. In Italia non è presente sulle Isole e può spingersi al massimo fino ai 900 m di quota nel piano montano associandosi alla rovere.

La farnia è una specie eliofila, mesofila (non teme le gelate), adatta a terreni ricchi, freschi e tollera anche periodici ristagni idrici. In relazione alla disponibilità idrica costituisce boschi misti con altre specie: dove il livello della falda è superficiale è accompagnata da olmo campestre e frassino os-sifillo; dove il livello della falda è basso, vi è il carpino bianco (quercocarpineto).

I querceti submontano-collinari si differenziano in base alle esposizioni, alle quote e al tipo di suolo.

• Querceto mesofilo. Caratterizzato dalla prevalente presenza del cerro che nei boschi misti è accompagnato da altre specie caducifoglie. Nelle esposizioni più calde il cerro si mescola prevalentemente con roverella, rovere, orniello, carpino nero e acero campestre, mentre nelle zone più fresche si associa a ciliegio, carpino bianco, frassino maggiore, sorbo. In alcune zone dell’Appennino si può trovare la consociazione del cerro col castagno, probabilmente dovuta all’invasione della quercia in castagneti abbandonati o in boschi appena ceduati.

• Querceto xerofilo. Dominato dalla roverella, una specie adattata ad ambienti asciutti e caldi che occupa i versanti caldi e aridi esposti a sud e su suoli neutro-basici. La roverella resiste a temperature elevate e sopporta bene anche inverni piuttosto freddi. Nei boschi misti questa quercia è generalmente accompagnata dall’orniello e dal carpino nero e forma dei popolamenti che permettono l’addensarsi di arbusti amanti della luce, tra cui il ginepro, il biancospino e la rosa canina.

• Querco-ostrieto. La vegetazione boschiva dei versanti collinari freschi è rappresentata da boschi misti in cui, a seconda delle caratteristiche del suolo, prevale ora il carpino nero ora il cerro o la roverella oppure l’orniello. In particolare, questa specie nei suoli profondi, ben drenati e ricchi di carbonati è favorita dalle intense ceduazioni dei querceti e si sviluppa anche lungo i pendii con suolo sottile e roccioso, dove i querceti trovano difficoltà ad affermarsi.

Dal punto di vista selvicolturale i querceti hanno forme di governo sia a ceduo che a fustaia. Per la farnia e il rovere si applica la tecnica del ceduo matricinato che si pratica con tagli su superici fino a 10 ettari in boschi di 20-30 anni di età. Il numero delle matricine da rilasciare varia da 70-80/ ha fino a 150-200/ha. Esso influenza, a sua volta, il turno che risulta più lungo se il numero è più basso. Nei querceti di roverella e di cerro e nei boschi misti a roverella-carpino nero-orniello o a roverella-leccio, si applica il ceduo composto. I turni sono di 20-30 anni.

A queste forme di governo se ne aggiungono altre come il ceduo con matricinatura a gruppi che è una ceduazione di circa il 25% della superficie del popolamento, mentre nella parte restante vengono allevati gruppetti coetanei di raggio pari all’altezza dominante, scalati per 5-6 classi di età e diradati in occasione del taglio del ceduo, con taglio a raso dei gruppi più vecchi e il rinfoltimento e arricchimento dei cedui con conifere o latifoglie di pregio. Questa tecnica è indicata per i cedui di buona fertilità, invasi da specie di minor valore e può essere un metodo per la successiva conversione dei cedui in alto fusto.

La conversione da ceduo a fustaia può essere basata sulla rinnovazione artificiale con l’introduzione di altre specie o sulla rinnovazione naturale da seme delle specie presenti nel ceduo. Le fustaie di querce caducifoglie sono prevalentemente costituite da cerro, farnia e rovere. Questi ultimi due querceti si trovano spesso in aree protette per cui i trattamenti sono volti alla conservazione dei popolamenti con tagli fitosanitari e tagli successivi a strisce o uniformi.

Il turno deve essere lungo (120-200 anni), perché le querce fruttificano tardi. Anche le fustaie di cerro necessitano degli stessi trattamenti però con turni più brevi e minori cure colturali.

Farnia: aspetti botanici

La farnia (Quercus robur) è la più continentale tra le querce caducifoglie italiane. Originaria del Caucaso, è un albero molto longevo e raggiunge, in media, i 400-500 anni di età. Ha un portamento maestoso, il fusto è diritto e robusto e si allarga alla base dei rami, che con il passare del tempo divengono sempre più massicci, nodosi e contorti.

È alta dai 25 ai 40 m ed eccezionalmente può arrivare ai 50 m. L’apparato radicale è piuttosto superficiale e adatto a condizioni di asfissia del suolo, ma non a condizioni di aridità.

La corteccia negli esemplari giovani è liscia e opaca, in quelli adulti è rugosa, brunastra e fessurata.

La chioma è espansa, molto ampia e di forma globosa e irregolare.

Le foglie decidue, glabre e un po’ glauche sono lunghe fino a

12    cm. Sono dotate di un piccolissimo picciolo nascosto dalla lamina che si prolunga in due orecchiette.

La fioritura avviene in aprile-maggio contemporaneamente alla fogliazione.

I fiori di entrambi i sessi si trovano sulla stessa pianta riuniti in infiorescenze. Quelle maschili sono amenti filiformi di colore giallognolo, penduli alla base del ramo dell’anno; quelli femminili sono localizzati nella parte apicale del rametto all’ascella delle foglie, formati da brevi spighe di 2-5 elementi, portati da un peduncolo glabro di 3-5 cm.

I frutti, detti ghiande, maturano nell’anno in settembreottobre, sono acheni lunghi fino a 4 cm, di forma ovaleallungata, con cupola che li ricopre per circa un quarto, ricoperta di squame romboidali. Il colore va dal verde chiaro al marrone con il procedere della maturazione. Crescono singolarmente o a gruppi di 4 ghiande su lunghi peduncoli (da 3 a 7 cm). Maturano l’autunno seguente alla fioritura.

Rovere: aspetti botanici

II rovere (Quercus petraea) è originario dell’Europa occidentale e centro-meridionale. È un albero longevo e a lento accrescimento che a maturità può raggiungere i 30-40 m di altezza.

Il tronco è robusto, diritto, cilindrico e i rami molto nodosi, ascendenti, formanti un’ampia chioma densa e regolare. La corteccia nelle piante giovani è liscia e bruno rossastra, nelle adulte diviene grigio-bruna e screpolata.

Le foglie sono caduche, alterne, semplici, con picciolo evidente glabro o ornato da stipole caduche, di colore verde lucido sopra, più pallido nella pagina inferiore. Hanno consistenza coriacea e lamina obovata e cuneata alla base, con lobi poco profondi e arrotondati.

La pianta è monoica e la fioritura avviene in aprile-maggio.

I fiori maschili sono riuniti in amenti penduli, lunghi fino a 6 cm; i fiori femminili sono piccoli, solitari o riuniti a gruppi di 2-5 in capolini sessili disposti nella parte apicale dei giovani rami.

II frutto è una ghianda ovale o sub-sferica dall’estremità acuminata, ricoperta nel solo terzo inferiore da una cupola composta da squame piccole, lanceolate e molto appressate. Le ghiande sono sessili e riunite in gruppi di 1-3 all’ascella delle foglie.


Roverella: aspetti botanici

La roverella (Quercus pubescens) è una quercia caducifoglia molto longeva, generalmente a portamento arboreo, può raggiungere i 10-20 m di altezza, raramente i 25 m; talvolta il portamento è arbustivo con dimensioni decisamente inferiori.

Il diametro del fusto può avere grandi dimensioni, fino a 2-2,5 m; il fusto tuttavia è contorto e si ramifica a breve distanza dal suolo.

I rami pelosi danno origine a una chioma ampia, arrotondata o irregolare, non molto densa.

Le gemme sono di colore grigio tomentoso, la corteccia bruna e fessurata.

Le foglie alterne sono semplici, ovato-allungate, con picciolo breve di colore verde glabro nella pagina superiore, più pallido in quella inferiore, hanno caduta fino a primavera. Le piante monoiche hanno fiori maschili riuniti in amenti cilindrici (4-6 cm), lassi e penduli e fiori femminili singoli o a gruppi di 2-4, sessili o brevemente peduncolati.

Le ghiande sono ovato-allungate, acute, protette sino a metà da una cupola a squame appressate, lanceolate e tomentose.

Queste sono numerose, appressate fra loro, di forma triangolare e di colore grigio chiaro, di dimensioni decrescenti in modo regolare verso l’alto e oltrepassanti il bordo della cupola.


Cerro: aspetti botanici

Il cerro (Quercus cerris) è una quercia caducifoglia che può vivere anche alcuni secoli. È un albero di grandi dimensioni e può raggiungere i 30-35 m di altezza e 3-4 m di circonferenza del fusto che è dritto e slanciato.

I rami, che possono partire da una notevole distanza dal suolo, sono ascendenti, portando verso l’ alto la chioma che assume una forma ovale e allungata, poco compatta. Le foglie caduche, alterne e semplici, sono lunghe 5-10 cm e larghe 3-5 cm, hanno consistenza quasi coriacea e forma e dimensioni estremamente variabili (oblunghe o ellittiche, ovali o obovali con apice attenuato e base attenuata o asimmetricamente arrotondata, o cordata).

II margine lobato si presenta con 7-8 paia di lobi disuguali, spesso molto profondi, che possono arrivare a sfiorare la nervatura centrale.

La pagina superiore grigiastra è scabra al tatto, mentre la pagina inferiore più chiara è fittamente pubescente. La pianta è monoica e la fioritura avviene fra maggio e giugno.

Le infiorescenze maschili sono amenti cilindrici, penduli; i fiori femminili possono essere singoli o in gruppi da 2 a 5 brevemente peduncolati.

I frutti sono ghiande ovato-allungate, grosse, lunghe fino a 2,5 cm, di color bruno rossastro e finemente striate longitudinalmente, glabre alla base e setolose alla sommità. Presentano cupole lanuginose e cadono in ottobre.

Pioppeti: note di ecologia e selvicoltura

Diffusione. I pioppeti sono piantagioni di pioppo (Populus sp.), una pianta presente in Italia con alcune specie spontanee che vivono principalmente lungo i fiumi e nelle zone umide e fresche, ma soprattutto con piante coltivate. Si tratta di alberi che si prestano perfettamente all’arboricoltura da legno perché raggiungono, in un brevissimo numero di anni (10-12), grandi dimensioni che permettono di utilizzare in vari modi la pianta (compensato, pannelli di particelle, pasta di cellulosa, stuzzicadenti, fiammiferi, ecc.). Dall’utilizzo iniziale di specie spontanee, si è gradualmente preferito utilizzare ibridi selezionati con caratteristiche di accrescimento, qualità del legno, resistenza a parassiti e malattie.

I pioppeti disposti in ordinati filari che rendono regolare e monotono il panorama, trovano collocazione ideale lungo le rive del Po perché necessitano di ambienti luminosi e di terreni non troppo compatti, ben areati e con la possibilità di essere irrigati. L’intervento dell’uomo è continuo e costante, con lavorazioni del terreno, irrorazione di antiparassitari e potature, per questo motivo sono considerati colture agrarie, come il mais.


Pioppo: aspetti botanici

II pioppo (Populus sp.) appartiene alla famiglia delle Salicacee e comprende una trentina di specie fra le quali pioppo bianco (Populus alba), pioppo nero (Populus nigra), pioppo tremolo (Populus tremula).

Questi alberi hanno un’altezza che i va dai 15 ai 20 m e un diametro che può superare i 2,5 m.

Il fusto è robusto ricoperto da corteccia, liscia, bianco-verdastra che successivamente si fessura e diventa rugosa nella parte basale, dove assume un colore nerastro.

La chioma è arrotondata e le foglie decidue e alterne, presentano lamina rotondo-ovata o palmata a 5 lobi, con pagina inferiore biancastra. Sono munite di picciolo che è molto lungo (6-7 cm) e appiattito nel pioppo tremulo. Si tratta di una pianta dioica con infiorescenze maschili costituite da amenti cilindrici e infiorescenze femminili formate da amenti più lunghi e più pendenti.

La fioritura avviene all’inizio della primavera, prima delle foglie; l’impollinazione è anemofila.

I frutti sono capsule glabre, riunite in amenti pendenti dai rami che all’inizio dell’estate liberano semi piumosi trasportati dal vento.


Saliceti: note di ecologia e selvicoltura

I saliceti sono boschi igrofili ripariali che rivestono un’importanza rilevante a livello paesaggistico e rappresentano delle formazioni vegetali di salice che si distribuiscono parallelamente alle sponde dei corsi d’acqua e degli specchi lacustri.

La loro presenza in un determinato ambiente risulta essere motivata da particolari condizioni idriche dovute alla falda freatica e/o al ristagno idrico.


Salice: aspetti botanici

Il salice (Salix sp.) è un genere appartenente alla famiglia delle Salicacee, originario di Europa, Asia e Nord America. Comprende numerose specie di alberi, arbusti e piante perenni, legnose o fruticose, generalmente a foglia caduca. Le specie arboree più diffuse in Italia sono il salice bianco (Salix alba), il salice piangente (Salix babylonica), il salice rosso (Salix purpurea), il salice cenerino (Salix cinerea) e il salice azzurro (Salix daphnoides).

Gli alberi arrivano ai 20-25 m di altezza, con fusto che può raggiungere diametri di 50-60 cm. Spesso la ramificazione avviene fin dalla base del tronco che è ricoperto da corteccia da verde-rossastra a bruno-rossastra.

La chioma solitamente è ampia, rada, leggera e irregolare.

Le foglie decidue sono strette, lanceolato-acuminate, dotate di picciolo e stipole di colore argenteo, con bordo finemente dentato, base cuneata e apice leggermente asimmetrico. È una

specie dioica e i fiori sono riuniti in amenti contemporanei alle foglie, i maschili lunghi, i femminili leggermente più corti. Il frutto è una capsula glabra.

Robinieti: note di ecologia e selvicoltura

Il robinieto è un bosco planiziale che spesso si instaura in concomitanza all’abbandono dei coltivi e dei prati falciati. Di solito è governato a ceduo, con frequenti tagli che favoriscono la rinnovazione agamica della robinia, a discapito delle specie autoctone. La robinia, infatti è una pianta proveniente dall’America settentrionale, da dove è stata importata nel Seicento come pianta ornamentale ed essendo frugale e resistente, si è diffusa, adattandosi anche a condizioni difficili e sostituendo in alcuni casi quasi totalmente i boschi originari.

È auspicabile una riconversione dei robinieti verso boschi fi-togeograficamente ed ecologicamente più in equilibrio con il contesto territoriale, ad esempio mediante l’invecchiamento di questi alberi e l’agevolazione dell’immissione di specie autoctone per rinnovazione.

La robinia è una pianta spiccatamente eliofila, considerata una “specie pioniera intollerante”, cioè non in grado di costituire popolamenti puri e stabili nel tempo. La sua rinnovazione gamica in natura è piuttosto difficile e rara a causa della durezza e della consistenza del tegumento del seme, nonostante una sua abbondante produzione e con annate di pasciona frequenti. Più frequente è la rinnovazione agamica, favorita da una spiccata facoltà pollonifera. I polloni si sviluppano da rudimentali gemme dormienti, presenti nelle ramificazioni delle radici più vecchie, oppure da gemme avventizie che si formano lungo le radici sottili e orizzontali di 1-2 anni. La copertura, spesso regolare e colma nei giovani robinieti, permette l’ingresso solo di altre specie che tollerano le carenze di luce, quali il carpino bianco, gli aceri, gli olmi, il frassino maggiore e il ciliegio, nonché le querce.


Robinia: aspetti botanici

La robinia (Robinia pseudoacacia) appartiene alla famiglia delle Leguminose ed è un albero che può raggiungere un’altezza di circa 25 m, dotato di un robusto e profondo apparato radicale, utile per fissare i versanti.

Ha tronco cilindrico, dritto eretto, diviso a volte in grossi rami che nella parte alta sono provvisti di robuste spine.

La corteccia è bruna, molto fessurata con solchi incrociati. La chioma è rotondeggiante e leggera, spesso irregolare, di colore verde opaco. Le foglie sono composte, imparipennate, con 9-15 foglioline ovali con margine intero e apice tondo. La fogliazione, rispetto alle altre specie, è tardiva.

I fiori ermafroditi, molto profumati, sono riuniti in infiorescenze a grappolo, con corolla papilionacea di colore bianco. La fioritura avviene nei mesi di maggio e giugno.

I frutti sono legumi piatti e pendenti, di aspetto legnoso e scuro e i semi sono piccoli, di colore bruno scuro e permangono sulla pianta anche in inverno.



Boschi misti di latifoglie

Questi boschi, diffusi in tutta Europa a varie latitudini sono costituiti da popolamenti forestali a prevalenza di specie codominanti, come acero di monte, acero riccio, acero campestre, frassino maggiore, olmo montano, tiglio cordato e carpino bianco, che solo localmente prevalgono sulle più diffuse come faggio, castagno, querce, ecc.



Querco-carpineti: note di ecologia e selvicoltura

Diffusione. Il querco-carpineto è una associazione forestale, tipica della Pianura Padana, che si insedia in ambienti ricchi di acqua, ma su suoli ben drenati. Le specie autoctone, distribuite secondo un disegno naturalistico, formano lo strato alto arboreo, dominato dalla farnia e dal carpino bianco, associate ad altre specie arboree, quali il ciliegio selvatico, il frassino maggiore, il tiglio selvatico, ecc.


Carpino bianco: aspetti botanici

II carpino bianco (Carpinus betulus) è una specie caratteristica del bosco misto di latifoglie, relitto degli antichi boschi della Pianura Padana (querco-carpineto), oggi ridotti a causa dell’estensione delle colture agricole. L’albero può raggiungere un’altezza di circa 20 m. Ha tronco eretto, scanalato, con corteccia di colore grigio cenere, liscia.

La chioma ovale ed espansa, a palchi orizzontali, è di colore verde scuro.

Le foglie decidue, lunghe fino a 10 cm, sono semplici, di forma ovale allungata, con apice acuminato e margine a doppia dentatura; la pagina inferiore è più chiara di quella superiore. I fiori unisessuali si trovano sullo stesso individuo; i fiori maschili sono riuniti in lunghe infiorescenze cilindriche, dette amenti; quelli femminili sono riuniti in spighe.

La fioritura avviene da febbraio ad aprile.

I frutti sono pendenti, peduncolati, brunastri, costituiti da acheni caratterizzati da una lunga brattea trilobata di consistenza papiracea


Querco-ulmeti: note di ecologia e selvicoltura

Diffusione. Il querco-ulmeto è un bosco misto di farnia e olmo che si sviluppa nella Pianura Padana su suoli alluvionali nell’alveo dei fiumi oppure sulle sponde di laghi e paludi, in ambienti che sono periodicamente sommersi dalle piene autunnali e primaverili. Codominante, assieme all’olmo e l’acero campestre.


Olmo campestre: aspetti botanici

L’olmo campestre (Ulmus minor) è una pianta autoctona, originaria dell’Europa centro-meridionale e della regione caucasica. In Italia è diffusa ovunque fino ai 1000 m.

La diffusione della grafiosi, una malattia fungina, ne ha ridotto notevolmente la presenza.

L’albero può raggiungere i 30 m di altezza.

Ha un tronco diritto, molto ramoso e corteccia opaca, rugosa di un colore che varia dal grigio al bruno, fessurata in piccole placche e solcata longitudinalmente.

La chioma è leggera ed elegante e le foglie sono decidue, semplici, con inserzione alterna, lamina ovale, base asimmetrica e apice appuntito.

I fiori sono ermafroditi, con antere di colore rosso, sessili, riuniti a gruppi. I frutti sono samare riunite in gruppi che maturano in estate.


Acero campestre: aspetti botanici

L’acero campestre (Acer campestre) è una pianta spontanea diffusa in tutta Europa in pianura e nei boschi sino a 1000 m, presente anche in tutte le regioni italiane. Si trova al sole o a mezz’ombra, in terreni alcalini, o leggermente acidi.

L’albero non supera i 20 m di altezza. Presenta fusto corto, tozzo, con corteccia grigia o bruna, profondamente fessurata negli esemplari anziani.

Ha chioma densa e regolarmente espansa e foglie decidue palmate, a 5 lobi arrotondati, di colore verde scuro che in autunno divengono gialle. I fiori ermafroditi e giallognoli sono riuniti in corimbi eretti che si sviluppano durante la fogliazione.

II frutto è una samara con ali a 180°.


Acero-frassineti: note di ecologia e selvicoltura

Diffusione. Gli acero-frassineti costituiscono un tipo forestale presente nell’arco alpino e sono prevalentemente concentrati nelle regioni settentrionali.

Costituiti da acero montano e/o frassino maggiore, con presenza sporadica di altre latifoglie come tiglio, olmo montano, ciliegio, ecc. In generale, la dominanza di una o dell’altra specie dipende dalla presenza di piante madri nelle vicinanze e dall’uso precedente del suolo, in genere l’acero tende ad invadere ex coltivi e il frassino prati e pascoli. Questi boschi possono formare popolamenti puri monoplani o a dominanza di una delle due specie, caratterizzati da un’elevata densità e da un modesto strato arbustivo o popolamenti più radi biplani, dove la componente arborea sovrasta un denso piano arbustivo spesso caratterizzato dal nocciolo. In entrambi i casi il governo è prevalentemente a fustaia. Nei popolamenti monoplani la forte densità delle piante determina, già verso 10-15 anni, una precoce differenziazione tra gli individui per cui, una volta raggiunta un’altezza del fusto di circa 4-6 m, si iniziano i primi diradamenti con lo scopo di eliminare le più immediate concorrenti e garantire, anche attraverso successivi interventi, uno spazio di circa 100-120 m2 di superficie sufficiente per poter sviluppare una chioma in grado di sostenere un accrescimento diametrico costante nel tempo. La densità finale è di 80-100 piante/ha. Nelle fustaie a struttura biplana, le piante ben conformate con chioma ampia e regolare sono meno frequenti e le operazioni colturali si concentrano attorno alle piante migliori allo scopo di creare condizioni ottimali per una loro crescita rapida e costante nel tempo.


Acero di monte: aspetti botanici

L’acero di monte (Acer pseudoplatanus) è una specie che predilige i settori più freschi del bosco misto a latifoglie dove si accompagna al frassino. È un grande albero che può raggiungere l’altezza di circa 30-35 m. Ha tronco diritto ed eretto, rivestito da corteccia grigio-rossastra, con placche che si distaccano a maturità. La chioma è ampia, regolare, allungata.

Le foglie sono caduche, semplici, con lamina palmato-lobata con 5 lobi e margine seghettato; di color verde scuro sulla pagina superiore, verde grigiastro in quella inferiore, con picciolo piuttosto lungo. È una pianta monoica.

I fiori, ciascuno con 5 petali di colore giallo-verde, sono riuniti in infiorescenze pendenti a grappolo. La fioritura avviene nel periodo di aprile-giugno. I frutti sono formati da 2 samare, saldate tra loro, con ali membranacee divaricate a “V”.

Frassino: aspetti botanici

Il frassino (Fraxinus excelsior), presente nel bosco misto a latifoglie e nei tratti collinari più umidi, appartiene alla famiglia delle Oleacee. È un albero molto alto che può raggiungere un’altezza di circa 35 m. Il tronco è eretto e i rami rivolti verso l’alto.

La corteccia, di colore grigiastro, è liscia e con caratteristici solchi orizzontali. La chioma è globosa; le foglie sono composte e imparipennate, con 7-15 foglioline di forma lanceolata con margine dentato.

I fiori unisessuali, sono riuniti in infiorescenze a pannocchia, simili tra loro e di colore verde-porpora. La fioritura avviene prima della fogliazione nel mese di aprile.

I frutti sono delle samare, riunite in pannocchie, ciascuna con una lunga ala membranacea e 1 solo seme.


Acero-tiglieti: note di ecologia e selvicoltura

Questo bosco, assieme all’acero frassineto, è raggruppato fra i boschi delle latifoglie nobili, cioè di quelle latifoglie, di dimensioni medio-grandi, appartenenti a più specie botaniche, accomunate dal pregio tecnologico del legno.

Diffusione. Queste formazioni sono presenti in tutta l’Europa centrale dove occupano ambienti fra i 500 e i 1200 m di altitudine, caratterizzati da abbondanti precipitazioni (sopra i 1500 mm medi annui) e da una buona e continua disponibilità idrica al suolo. Si tratta, di formazioni che si stanno diffondendo nei terreni agricoli abbandonati, grazie alla loro elevata capacità colonizzatrice e alla presenza negli ex coltivi, di condizioni favorevoli alla loro vita. Nelle zone calcaree con forte irraggiamento laterale prevale la specie Tilia platiphyllos, mentre nelle zone rocciose e silicatiche prevale la specie Tilia cordata.


Tiglio: aspetti botanici

II tiglio (Tilia sp.) è un bellissimo albero che cresce spontaneo in quasi tutta l’Europa, fino a 1500 m di altitudine. Si tratta di una pianta molto longeva che può vivere anche 1000 anni e raggiungere un’altezza dai 15 ai 30 m.

Le radici profonde ed espanse, garantiscono alla pianta una certa resistenza anche nei periodi particolarmente siccitosi.

Il tronco è diritto e ricoperto da una corteccia liscia che diventa screpolata, grigiastra e con venature longitudinali quando la pianta supera i 20 anni di età. Presenta chioma arrotondata e foglie lunghe 3-9 cm, con base asimmetricamente cuoriforme, margine finemente seghettato e apice acuminato. La pagina superiore è verde scura e un po’ lucida, la pagina inferiore è glaucescente e glabra, a parte piccoli ciuffi di peli cotonosi bruno-rossastri alle ascelle delle nervature. I fiori sono ermafroditi, molto profumati, giallognoli, riuniti in piccoli mazzetti di 4-15 fiorellini portati da un peduncolo e dotati di brattea aliforme.

I frutti sono piccoli acheni a forma di capsula ovale che quando si staccano utilizzano la brattea alata per essere trasportati dal vento. La specie Tilia cordata è il tiglio selvatico, diffusa nelle zone collinari ma non in montagna. Ha tronco robusto, breve, con una ramificazione densa e compatta e allo stato naturale non supera i 25 m di altezza. Le foglie di colore verde scuro e lucide, terminano con una breve punta e sono più piccole rispetto al Tilia platyphyllos.

La specie Tilia platyphyllos è il tiglio nostrano, diffuso anche in zone montuose di tutta l’Europa centrale e meridionale. Le foglie sono più grandi rispetto alle altre specie e lievemente vellutate nel picciolo e nella pagina inferiore, con ciuffi di peli all’ascella delle nervature di colore bianco. I fiori sono più profumati rispetto a quelli di Tilia cordata.

Orno-ostrieti: note di ecologia e selvicoltura

Sono formazioni con carpino nero e orniello in cui la roverella è minoritaria.

Diffusione. Questi boschi si insediano in ambienti di notevole piovosità e di elevata umidità atmosferica. In particolare, mentre nelle zone più secche predomina l’orniello, nelle zone con condizioni di pioggia frequente, il carpino nero riesce a predominare sulle altre due specie che sono più resistenti allo stress idrico. Le tecniche selvicolturali per l’orniello non sono particolari e, poiché i suoi semi sono duri e germinano solo dopo un anno, si ricorre alla stratificazione del seme per un anno in sabbia mantenuta umida. Le pianticelle ottenute si trapiantano in vivaio a 2 anni e solo nel terzo o nel quarto anno si pongono a dimora. Sottoposto a taglio, il bosco di orniello dimostra una forte capacità di ripresa, formando ricche ceppaie. Anche il carpino nero ha notevole tendenza a formare ceppaie ed essendo una pianta pioniera e capace di crescere anche su terreni poco profondi e sassosi è indicata per un primo rimboschimento di aree brulle e declivi da rinsaldare.


Orniello: aspetti botanici

L’orniello (Fraxinus ornus) è un albero che può raggiungere un’altezza di 10 m, ma spesso si presenta come alberello dalle forme slanciate e leggere. La pianta si utilizza con successo come specie consolidatrice nei terreni franosi.

L’apparato radicale è robusto, idoneo anche per scarpate e terreni di riporto solo parzialmente siccitosi perché non raggiunge grandi profondità.

Ha fusto diritto con rami, dal portamento ascendente, opposti che danno alla pianta spoglia un aspetto di candelabro.

La corteccia che nei soggetti giovani è liscia e di colore fra il grigio e il verde, negli adulti è nera e nei vecchi o senescenti è screpolata. Ha una chioma ovata e arrotondata, con un diametro di 4-6 m.

Le foglie, tipiche del genere Fraxinus, sono lunghe fino a 30 cm, opposte, composte, imparipennate, formate da un numero variabile di foglioline da 5 a 9 che hanno forma più o meno ovata o ellittica, margine dentato in modo irregolare, corti piccioli e terminano sempre con un apice acuminato.

I fiori di colore bianco-crema, compaiono dopo le foglie a primavera avanzata e sono riuniti in pannocchie dense e odorose. Il frutto è una samara lineare e compressa, di forma lanceolata, che racchiude 1 solo seme. Di colore verde, lunga 2-3 cm, diventa bruna a maturazione fra settembre e ottobre quando, essendo dotata di una grande espansione membranacea che la rende adatta al volo, avviene la disseminazione ad opera del vento.


Carpino nero: aspetti botanici

Il carpino nero (Ostrya carpinifolia) è una pianta con elevata adattabilità ecologica, appartenente alla famiglia delle Corilacee, che occupa le zone collinari e montane fino a 1300 m di altitudine. Alto fino a 15 m, questo albero ha tronco diritto con corteccia bruna, rugosa e screpolata in piccole placche rettangolari. La chioma piramidale è leggera di un colore verde chiaro, con palchi orizzontali. Le foglie sono decidue, alterne, picciolate, con lamina ovata, apice acuminato e parte basale arrotondata.

Presentano nervature secondarie parallele. La fioritura avviene in aprile-maggio prima della emissione delle foglie. Le infiorescenze maschili sono amenti penduli, lunghi fino a 10 cm, raggruppati in numero di 3; quelle femminili sono spighe più corte. L’impollinazione è anemofila. Ogni fiore femminile è avvolto da una brattea che, dopo la fecondazione, si ingrandisce e si rinchiude a sacco su se stessa. Questo sacco leggero facilita il volo del frutto e protegge il seme durante le prime fasi della germinazione. Le infruttescenze sono pendule.


Alneti di ontano bianco e ontano nero: note di ecologia e selvicoltura

Si tratta di boschi igrofili, ripariali e paludosi costituiti prevalentemente da ontano, sia bianco (Alnus incana) che nero (Alnus glutinosa), con la presenza anche di Fraxinus excelsior e Salix spp. Prediligono il clima temperato e i suoli alluvionali spesso inondati o nei quali la falda idrica è superficiale.

Diffusione. Si trovano lungo i corsi d’acqua sia nei tratti montani e collinari che planiziali o sulle rive dei bacini lacustri e in aree con ristagni idrici. I boschi di ontano bianco sono generalmente formazioni lineari, monospecifiche o quasi, che seguono il corso principale di torrenti montani e che colonizzano i bassi versanti delle valli. Svolgono un ruolo di elevato valore naturalistico nella colonizzazione delle aree golenali ai fini anche della protezione delle sponde. I boschi di ontano nero sono formazioni relitte, tipiche della Pianura Padana, su substrato torboso, in ambiente con carattere palustre, spesso interrotto da stagni e dai meandri dei fossi di scolo dove l’acqua fluisce lentamente e il suolo è asfittico. Il governo di questi boschi è sia a fustaia che a ceduo e in entrambi i casi, per il loro mantenimento, è opportuno evitare ogni drenaggio e ogni altra intrusione. I reimpianti di ontano nero sono consigliati in aree umide, per il recupero dei pioppeti abbandonati o per arricchire i saliceti di salice bianco.


Ontano bianco: aspetti botanici

L’ontano bianco (Alnus incana) è una pianta autoctona di origine europea che raggiunge il secolo di vita. In Italia si trova nelle Alpi fino a 1500 m e sull’Appennino settentrionale. Predilige i terreni umidi nei quali affonda lunghe radici a fittone che sono in simbiosi con attinobatteri azotofissatori. È un albero alto da 18 a 26 m, con tronco diritto, regolare, ramoso. La corteccia lucida, color grigio chiaro chiazzata di bianco, da liscia diventa più screpolata e rossastra col tempo. I giovani rami sono tomentosi.

Il legno giallastro assume al taglio una colorazione rosso mattone sanguigna, è poco resistente all’aria, ma diventa indistruttibile se conficcato nell’acqua o in zone paludose.

La chioma di colore grigio verde è poco folta, le foglie, lisce e di colore verde scuro nella pagina superiore e pelose e biancastre in quella inferiore, sono caduche, di forma ovata, con base cuneata o rotondata, margine doppiamente dentato e apice acuto. Lunghe 4-8 cm e larghe 3,5-5 cm, non sono appiccicose come le foglie di ontano nero.

La fioritura avviene tra febbraio e aprile e i fiori quiescenti sono presenti sulla pianta sin dalla fine dell’autunno precedente.

I fiori maschili caratterizzati da brattee color viola-bruno, sono riuniti in amenti penduli di colore verde, lunghi 4-7 cm. I fiori femminili formano infiorescenze pelose di forma ovoidale lunghe 0,5-l,5 cm, portate da lunghi peduncoli, riunite a gruppi di 3-5 formanti un racemo.

II frutto prima verde poi bruno-nerastro, legnoso a maturazione, simile a una piccola pigna è un achenio contenente piccoli semi ovati con alette laterali per galleggiare sull’acqua.

Ontano nero: aspetti botanici

L’Ontano nero (Alnus glutinosa) è un albero originario di Europa, Africa settentrionale e Asia occidentale, presente in Europa dalla Penisola Iberica alla Russia, fino all’Asia occidentale. Forma boschi puri o misti nelle zone umide alluvionali e lungo le sponde dei corsi d’acqua, dalla pianura fino ai 1200 m circa di quota. In condizioni ottimali, può raggiungere i 25-30 m di altezza, ma spesso non supera gli 8-10 m quando è il risultato di un ricaccio seguito al taglio della ceppaia.

Ha il fusto dritto e slanciato con corteccia liscia, di colore grigio-verde, segnata da numerose lenticelle, che diventa poi grigia e fessurata, divisa in grandi placche irregolari.

L’apparato radicale è esteso, robusto, con tubercoli in grado di fissare l’azoto atmosferico grazie alla simbiosi con batteri azotofissatori.

La chioma densa e appuntita, ha forma piramidale, con rami primari ascendenti, poi ripiegati verso il basso.

Le foglie che non cambiano colore in autunno prima di cadere, sono glabre, vischiose da giovani, lucide e scure nella pagina superiore, chiare in quella inferiore, semplici, alterne, di forma ovato-ellittica, a base cuneata o arrotondata, con margine doppiamente e irregolarmente dentato, apice ottuso e picciolo di 1-2 cm.

Possiede fiori unisessuali sulla stessa pianta. I fiori maschili bruno violacei, con le antere gialle e 4 stami, sono riuniti in amenti penduli e cilindrici, di 6-12 cm, che compaiono tra febbraio e aprile, prima dell’emissione delle foglie; quelli femminili, raggruppati in numero di 3-5, sono più corti (1-3 cm) ovali-oblunghi, di colore rosso bruno, con picciolo evidente. I frutti sono pseudo strobili di forma ovoidale, con piccole squame legnose che prima sono verdi poi, a maturità, diventano grigio scuro. I semi sono acheni con ali strette utili alla dispersione anemofila.


Alneti a ontano verde: note di ecologia e selvicoltura

Gli alneti caratterizzati da Alnus viridis sono formazioni pioniere che si sviluppano in ambiente altomontano e subalpino, fra i 1500 e 2300 m, nelle fasce contese fra il bosco e il pascolo alpino, estendendosi oltre il limite delle foreste e degli alberi, specialmente lungo i canaloni di valanga e gli impluvi. Diffusione. Si tratta di vegetazione arbustiva che occupa di preferenza i versanti esposti a Nord e si insedia su pendici ripide, sui detriti scoperti delle frane o lungo i greti dei torrenti in cui scendono le acque dei nevai e dei ghiacciai sovrastanti, dove la disponibilità idrica e di nutrienti è abbondante.

Questi arbusteti si trovano quasi esclusivamente su suoli silicei e assumono una funzione colonizzatrice, grazie anche alla presenza di noduli radicali con batteri azotofissatori. Gli alneti formano una boscaglia robusta e continua, con elevata uniformità e compattezza che arresta efficacemente i detriti e grazie ai rami flessibili, resiste lungo le direttrici delle slavine al carico di neve e al passaggio di valanghe. Sono perciò molto utili per i rimboschimenti e per trattenere il manto nevoso.


Ontano verde: aspetti botanici

L’ontano verde (Alnus viridis) è un arbusto, alto da 1 a 3 m (raramente fino a 4 m) con rami eretti, flessibili e sottili. La corteccia dei rami più giovani e sinuosi è di colore rossobruno, spesso ricoperta da sottile peluria; quella dei fusti vecchi è verde-bruna, con evidenti lenticelle. Ha radici tabulari ed espanse, azotofissatrici.

La chioma è densa, irregolare, emisferica e le foglie decidue sono alterne, picciolate, a lamina ovale, di colore verde brillante, con nervatura pennata ben evidente, margine semplicemente o doppiamente seghettato, apice generalmente appuntito. La fioritura avviene in primavera, scalarmente, secondo la crescente altitudine, ma non è rara un’antesi precoce a fine inverno. I fiori sono unisessuali sullo stesso individuo: i maschili sono riuniti in amenti, raggruppati a 2-4, lunghi 3-5 cm, di colore giallo-verde punteggiati di rosso, dapprima eretti, poi a maturità penduli; i femminili sono a forma di minuscola clava, fuoruscenti da squamette verdi, molto più ridotti dei maschili (8-10 mm), raggruppati in piccoli racemi.

I frutti sono acheni provvisti di un’ala membranosa a ventaglio, che assumono nell’insieme un tipico aspetto di piccolo strobilo. La disseminazione è abbondante.

GESTIONE E VALORIZZAZIONE AGROTERRITORIALE
GESTIONE E VALORIZZAZIONE AGROTERRITORIALE