BIOLOGIA APPLICATA E BIOTECNOLOGIE AGRARIE


2 I mezzi di lotta

Generalità

I mezzi di lotta sono tradizionalmente suddivisi in:
-  legislativi;
-  agronomici;
-  fìsici e meccanici;
-  genetici;
-  chimici;
-  biologici e biotecnologici.
In questo paragrafo ci soffermeremo su quelli legislativi, agronomici, fìsici, meccanici e genetici; di quelli chimici offriremo qui un primo inquadramento, mentre riguardo a quelli biologici e biotecnologici ci limiteremo a fornire una semplice introduzione.
Si includono nella nozione di “agronomici" tutti quegli interventi atti a contrastare gli organismi nocivi, realizzati attraverso pratiche colturali. In realtà la gestione agronomica generalmente prescinde da considerazioni di ordine fìtoiatrico, poiché le tecniche di coltivazione hanno altre finalità; tuttavia, in alcuni casi possono essere adottati accorgimenti o realizzati veri e propri interventi mirati alla difesa delle colture dalle avversità.

Mezzi di lotta legislativi

Per mezzi legislativi si intendono le misure di legge volte a fornire il presupposto giuridicoamministrativo per interventi di controllo e di eradicazione degli organismi nocivi alle piante. In un sistema di scambi a livello planetario, che comporta concreti e nient’affatto trascurabili rischi di importazione e diffusione di fìtopatogeni e parassiti animali originariamente ristretti in aree limitate (e lì generalmente in equilibrio con l’ospite e i limitatori naturali), appare indispensabile anche una cooperazione legislativa a livello internazionale.
Nell’epoca attuale, caratterizzata dalla globalizzazzione degli scambi commerciali, è frequente l’introduzione in Europa di malattie e parassiti provenienti da altri continenti che colpiscono colture anche importanti: uno degli obiettivi degli interventi legislativi è appunto quello di individuare e prevenire l’introduzione di organismi dannosi.
Una prima tipologia di intervento legislativo è la quarantena.
In senso fìtosanitario essa comprende non solo, o non tanto, misure di isolamento, ma la vigilanza sulla movimentazione di piante vive, sementi e materiali di moltiplicazione (bulbi, marze, ecc.). Esistono apposite liste che elencano gli organismi nocivi oggetto di misure di attenzione e quarantena.
La modalità amministrativa correlata di controllo è la certificazione fìtosanitaria, che in Italia sostanzialmente fa capo ai Servizi Fitosanitari delle Regioni e si concretizza in un documento (in pratica può essere un’etichetta adesiva), detto passaporto delle piante, che certifica che il prodotto è esente da “parassiti da quarantena".
Questa attività si inquadra in un contesto normativo articolato che prevede, oltre alla vigilanza, la possibilità di accreditamento dei vivaisti presso i citati servizi; tale accreditamento è finalizzato all’emissione del documento di commercializzazione che, oltre a garantire l’assenza di parassiti da quarantena, può essere integrato da ulteriori attestazioni conformi a direttive europee, come i cosiddetti CAC (Conformitas Agraria Comunitatis) per i fruttiferi, che certificano l’assenza di organismi nocivi di “qualità" (ossia non da quarantena, ma che diminuiscono solo la qualità del prodotto), oppure le certificazioni che il prodotto è esente da virus o è viruscontrollato.
Una seconda modalità di intervento legislativo è il Decreto di Lotta Obbligatoria. In Italia il primo provvedimento del genere fu quello relativo alla lotta alla fillossera, cui sono seguiti nel tempo molti altri (alcuni poi abrogati).
Se la certificazione fìtosanitaria si fonda concettualmente sul principio della esclusione dell’organismo dannoso, la decretazione di obbligatorietà di lotta si rifà a quello di eradicazione.

Mezzi di lotta agronomici

Una pratica che in certe tipologie di casi può risultare valida per la riduzione della popolazione iniziale di organismi dannosi è la rotazione. Essa è indicata in particolare in presenza di nematodi e di patogeni tellurici oppure di patologie i cui propaguli si conservano nel terreno con i residui della coltura precedente. La durata della rotazione deve essere calcolata in funzione della persistenza nel terreno dell’agente eziologico (ad esempio, per la peronospora del girasole la curva di infettabilità tende ad azzerarsi dopo 67 anni).
Con la potatura si possono eliminare direttamente rami colpiti, ad esempio, da cancri o da parassiti come le cocciniglie e indirettamente si può conferire alla chioma una forma conveniente affinché vi possa arrivare luce e circolare aria, modificando il microclima nella zona della fiUosfera in senso sfavorevole all’insediamento di organismi nocivi.
A queste finalità tende, ad esempio, la sfogliatura della vite, volta al contenimento della muffa grigia, la cui incidenza è maggiore nei vigneti non ben esposti al sole e/o dove esistono le condizioni per l’instaurarsi di un microclima umido.


La sfogliatura della vite è un efficace mezzo agronomico di lotta contro la muffa grigia in quanto, per effetto di una maggiore insolazione, si stabilisce un microclima sfavorevole alla fitopatia, con livelli di protezione che sperimentalmente si sono attestati anche su valori superiori al 50%. Tale pratica tuttavia può incrementare il rischio di ustioni solari sui grappoli, per cui non è consigliabile per i vigneti, soprattutto sui lati esposti a forte insolazione (cortesia S. Cravero, SFR Piemonte).

L’operazione, che consiste nella soppressione di un certo numero di foglie per esporre i grappoli alla luce e favorire la circolazione dell’aria, è applicata in particolare in viticoltura biologica ed è una pratica che ha dimostrato di ottenere risultati paragonabili alla lotta chimica. Vi sono poi potature specificatamente indirizzate alla rimozione delle parti secche, ammalate, mal disposte o a rischio di instabilità presenti nella chioma, dette potature di rimonda, e altri interventi diretti a ripulire estese porzioni della sfera legnosa infettate da agenti di carie del legno, operazioni che prendono il nome di dendrochirurgia.
Si può intervenire anche sulle concimazioni, i cui eccessi (soprattutto quelli azotati) giocano spesso un ruolo favorevole alla virulenza di malattie (facilitano l’attacco di parassiti obbligati); a volte, attraverso un’oculata somministrazione dei fertilizzanti, è possibile ridurre l’esposizione delle colture agli attacchi parassitari (ad es. contro la minatrice a serpentina degli agrumi, che sfarfalla con i primi caldi e attacca preferibilmente i getti in formazione, è utile anticipare la crescita vegetativa con concimazioni azotate). Un adeguato apporto potassico, inoltre, tendenzialmente potenzia le capacità di difesa naturale della pianta.
Recentemente sta destando interesse, specie nel settore ortofloricolo, l’impiego dei cosiddetti compost repressivi.
Si tratta di compost che, oltre a migliorare la qualità dei substrati o del suolo, mostrano la capacità di contenere la virulenza di uno o più organismi patogeni, di tipo tellurico, per le colture scelte.
Tale capacità può essere dovuta a caratteristiche chimicofìsiche o microbiologiche, determinate dalla presenza di microrganismi antagonisti a quelli fìtopatogeni (nel caso di compost volutamente arricchiti con microflora antagonista si rientra nei principi della lotta biologica).
La scelta dell'epoca di semina può essere un’importante opportunità per sfasare il ciclo dell’ospite rispetto a quello dell’organismo nocivo, ad esempio con certi patogeni tellurici di ortive (per contro, la produzione di verdure destinate al consumo fresco è condizionata da esigenze di mercato) e di cereali (es. la semina precoce del frumento ne anticipa la germinazione quando non ci sono ancora le condizioni ottimali per la germinazione delle clamidospore di Tilletia tritici, agente della carie).
Anche la profondità di semina e la densità di semina, se corrette, costituiscono un’importante premessa per una minore incidenza di fìtopatie: la profondità in quanto il periodo di maggior vulnerabilità delle plantule è quello dell’emergenza, dunque una semina troppo profonda con prolungata e difficoltosa emergenza le espone a rischi maggiori; la densità in quanto, se elevata, comporta una insufficiente spaziatura tra le piante che crea condizioni microclimatiche generalmente favorevoli allo sviluppo di malattie.
Infine, anche le lavorazioni del suolo e le sistemazioni idrauliche contribuiscono a evitare ristagni e condizioni asfìttiche che favoriscono l’insorgenza di marciumi radicali.

Mezzi di lotta fìsici e meccanici

I mezzi di lotta fìsici si avvalgono di calore e radiazioni e, in pratica, sono indirizzati alla distruzione diretta degli organismi nocivi.
Quelli più propriamente fisicomeccanici possono agire indirettamente sulla diffusione di patogeniparassiti impedendone l’inoculoinsediamento, ad esempio attraverso la costituzione di barriere fìsiche (film plastici, reti, ecc.); tali barriere trovano impiego anche per la protezione di avversità abiotiche, come la grandine.
Gli interventi termici possono essere realizzati sotto forma di vapore surriscaldato applicato ai primi strati di terreno, ottenendo una sua parziale sterilizzazione (ulteriore esemplificazione dell’utilizzo di calore umido è il suo impiego in magazzino contro i parassiti delle derrate alimentari, ad esempio contro i carpofagi delle castagne, oltre a quello già citato per la lotta preventiva ai virus).


(a) Anche a causa della revoca di fumiganti prima largamente impiegati per la disinfezione del terreno, ora sono in fase di sperimentazione mezzi alternativi, come questa grande piastra (portata da cingolato) che con i suoi 99 ugelli è in grado di erogare vapore surriscaldato fino a 1015 centimetri di profondità nel terreno.


(b) Larve di cidia (a sinistra) e di balanino all’interno di una stessa castagna.

Tuttavia, questo metodo causa delle controindicazioni nel terreno, sia perché porta a modificazioni chimicofìsiche del suolo, sia perché crea una sorta di “vuoto biologico" che comporta il rischio di successive virulente diffusioni di eventuali fitopatogeni.
Per quanto riguarda le radiazioni, attualmente è molto interessante la solarizzazione, pratica di disinfezione del terreno più selettiva dell’impiego del vapore e che non comporta il rischio di creare il vuoto biologico.
Essa si basa sull’azione delle radiazioni calde solari, è abbinata all’acqua ed è agevolata da coperture. Le parcelle da disinfettare sono prima bagnate, poi coperte da un telo di plastica trasparente: l’umidità aumenta la conduttività termica del terreno e contestualmente tende a risvegliare i propaguli dalla fase di vita latente, così che germinando risultano più esposti all’azione del calore accresciuta dall’effetto serra prodotto dalla copertura.
La solarizzazione ha dimostrato una buona efficacia contro microrganismi fitopageni e semi di infestanti, mentre ha dato minori risultati contro insetti terricoli o nematodi e, in programmi di lotta integrata, si presta ad essere combinata con l’immissione nel terreno di funghi, selezionati per la termoresistenza e antagonisti di quelli patogeni.
I meccanismi di azione della solarizzazione non si spiegano semplicemente con l’ipotesi dello shock termico, poiché le temperature raggiunte diffìcilmente superano la soglia della letalità; si pensa invece che uno degli effetti sia un’azione complessiva di ri equilibrio microbico del terreno, seguita da una sua parziale ristrutturazione fìsica che ne migliora le caratteristiche nei confronti delle colture.
Nella categoria degli interventi fisicomeccanici sono comprese altre pratiche, quali la spazzolatura dei tronchi, per eliminare le infestazioni di cocciniglie, la protezione delle ferite con mastici, la rimozione manuale di parassiti, la bruciatura di residui infetti di vegetazione.

Mezzi di lotta genetici

In termini generali si tratta indubbiamente di una linea di strategie di difesa di grande interesse, sia per la potenziale efficacia sia perché appare sicuramente la più rispondente alle moderne filosofìe di intervento con un basso o nullo impatto ambientale e residuale. La possibilità di indurre attivamente sulla pianta ospite una resistenza ad una determinata malattia o parassita, rappresenta una prospettiva di sicuro interesse sia in termini agronomici che biologici.
Poiché fondamentalmente si tratta di una linea di difesa attinente alla ricerca scientifica di settore, di seguito ci limiteremo a illustrarne gli aspetti di maggior significato applicativo nella pratica fitoiatrica agraria. Tuttavia, in termini più specifici, anche la lotta agli organismi nocivi con mezzi genetici (che comportano la modifica del patrimonio genetico delle specie di interesse agrario) ha dei limiti, in questo caso di ordine biologico, con rischi non sempre misurabili.
In bibliografìa sono citati casi di resistenza indotta in cui la resistenza è rimasta attiva per parecchi decenni, ma questa non è la situazione più comune. Infatti l’induzione di resistenza nell’ospite è in stretto rapporto dinamico con le capacità dell’agente di malattia di superare tale resistenza: biologicamente la resistenza agisce come fattore selettivo sulle popolazioni dei patogeni, il cui genoma è continuamente plasmato da mutazioni e ricombinazioni, così che il risultato combinato di tutte queste forze evolutive è raffermarsi di nuove varietà patogene in grado di aggredire e superare le difese di cui l’ospite è stato dotato. Ad esempio si è stimato che nella ruggine nera del grano ogni giorno si possono generare, in un ettaro coltivato, 100.000 mutanti. In effetti uno dei fattori che sicuramente incide nella velocità di costituzione di nuovi biotipi del patogeno è l’estensione delle superfìci messe a coltura. Per le malattie dei cereali è noto un fenomeno a carattere ciclico, detto boom and bust, che consiste in una fase di espansione della coltura resistente (in termini di superfìcie investita complessivamente dagli agricoltori) grazie all’introduzione di varietà resistenti che rendono altamente produttiva la coltivazione della pianta; tuttavia nel tempo si selezionano nel patogeno nuove linee virulente fino al raggiungimento di un punto critico, di collasso delle coltivazioni. Da qui il progressivo abbandono della varietà a vantaggio di nuove varietà resistenti.


L’introduzione di un nuovo gene per la resistenza (R) in una varietà coltivata comporta inizialmente un controllo efficace della malattia e ciò induce gli agricoltori a preferire questa varietà:
in tal modo però aumenta anche la pressione selettiva sul patogeno, il cui risultato sarà la differenziazione di nuove razze o varietà patologiche del parassita in cui il gene dell’avirulenza (Avr) viene in qualche modo perduto o reso non più funzionale. La nuova stirpe si mostrerà virulenta e la varietà inizialmente resistente tenderà a soccombere alle infezioni di questi nuovi ceppi patogeni. Tutto ciò porta alla ricerca di nuovi geni di resistenza (R1, R2, R3). Nel grafico di destra è rappresentato come certi geni di resistenza possono mostrare un periodo temporale di efficacia più lungo rispetto ad altri.

Per ottenere un buon esito nella difesa dai patogeni con mezzi genetici, si consiglia di evitare l’impiego, contrariamente a quello che spontaneamente si tenderebbe a fare, delle varietà resistenti in aree a forte pressione del patogeno, allo scopo di preservare il più a lungo possibile tale attitudine, per le ragioni sopra descritte.
Occorre considerare che il lavoro di miglioramento genetico è assai lungo e costoso e che il serbatoio di germoplasma con geni di resistenza, utilizzabile per le specie coltivate, non è infinito; inoltre la creazione ex novo di nuovi geni o forme di resistenza è una via appena aperta. Tra le idee più interessanti vi è quella di introdurre geni esogeni, prelevati da organismi produttori di tossine contro dati microrganismi fìtopatogeni, idonei a conferire alla pianta la capacità di produrre da sé sostanze antiparassitarie.

Mezzi di lotta chimici

I mezzi chimici sono da oltre un secolo, e in particolare dal secondo dopoguerra, lo strumento più diffuso nella lotta contro gli organismi dannosi.
I prodotti chimici per la lotta agli organismi dannosi sono inclusi negli agrofarmaci o fitofarmaci. Il termine “agrofarmaco" (che è di introduzione piuttosto recente ed è stato scelto in sostituzione di “fitofarmaco" per evitare confusione con i preparati curativi per uso umano di origine vegetale) è di natura tecnica e si riferisce intuitivamente a tutte quelle sostanze adatte a prevenire e combattere le avversità e le alterazioni delle piante (di prossima introduzione è il termine biocida). Il termine “pesticida", di derivazione inglese, è poco adatto alla nostra lingua (la traduzione sarebbe: “che uccide la peste", quando invece in inglese pest è l’organismo nocivo); quindi è preferibile il termine “antiparassitario", che indica prodotti che servono a combattere genericamente i parassiti.
Produzione, vendita e impiego degli agrofarmaci sono regolati da una doppia disciplina giuridica: una a livello comunitario che si esprime con Direttive e Decisioni, un’altra a livello nazionale dove tali indicazioni sono recepite e tradotte, con eventuali adattamenti, in Leggi e Decreti.
Per l’Italia il più recente punto di riferimento è rappresentato dal d.P.R. n. 290 del 23/04/2001 che, con l’espressione “prodotti fitosanitari", comprende le sostanze attive e i preparati contenenti una o più sostanze attive, presentati nella forma in cui sono forniti all’utilizzatore e destinati a:
1.  proteggere i vegetali o i prodotti vegetali da tutti gli organismi nocivi o a prevenirne gli effetti;
2.  favorire o regolare i processi vitali dei vegetali, con esclusione dei fertilizzanti;
3.  conservare i prodotti vegetali, con esclusione di quelli disciplinati da particolari disposizioni;
4.  eliminare le piante indesiderate infestanti;
5.  eliminare gli elementi di diffusione dei vegetali, frenare o evitare un loro indesiderato insediamento.
Dunque nel dettato di legge sono comprese le sostanze che servono a contrastare le malattie da funghi e batteri (anticrittogamici), a combattere gli insetti e altri animali dannosi, quali acari, nematodi, ecc. (insetticidi, acaricidi, nematocidi, ecc.) e a eliminare le malerbe (diserbantierbicidi). Inoltre sono comprese le sostanze, solitamente ormoni vegetali e assimilabili, impiegate come fìtoregolatori (diradanti, anticascola, radicanti, brachizzanti, ecc.) e come fìsiofarmaci (sostanze idonee a migliorare la qualità del prodotto prevenendo fìsiopatie come il “riscaldo" o la “rugginosità" delle pomacee).
Fino alla seconda guerra mondiale, in pratica, i coltivatori disponevano di due soli anticrittogamici, i rameici (poltiglia bordolese) e lo zolfo, mentre contro gli insetti si impiegavano veleni (come l’arsenico e i suoi sali), composti inorganici e minerali (polisolfuri, idrocarburi) e sostanze di origine naturale di cui erano note le capacità insetticide (piretro, nicotina, rotenone). Questi prodotti sono detti di prima generazione.
Durante il periodo del conflitto, i notevoli progressi dell’industria chimica, sollecitata peraltro anche dalle esigenze belliche, portarono alla produzione di una grande varietà di composti, alcuni dei quali possedevano capacità utili in agricoltura per contrastare crittogame, parassiti o malerbe. Negli anni successivi al conflitto apparvero e si diffusero rapidamente i fitofarmaci, cosiddetti di seconda generazione: molecole organiche di sintesi dimostratesi efficaci mezzi di lotta e in parte ancora in uso. Il passo successivo fu il debutto, intorno agli anni '70 del Novecento, sia di nuove sostanze (in particolare nel settore degli insetticidi, ad esempio i chitinoinibitori e i regolatori di crescita), dette di terza generazione (in qualche modo pensate, sviluppate e finalizzate come fitofarmaci) sia di molecole in grado di essere assorbite dalla pianta e distribuite ai tessuti con la corrente linfatica e, quindi, potenzialmente curative.
Negli anni più recenti, si è verificato un parziale ripensamento sull’uso delle sostanze chimiche in agricoltura e sicuramente oggi le logiche di impiego non prevedono più l’uso massivo di tali mezzi, che nel frattempo hanno avuto una notevole evoluzione sotto il profilo tecnico sia per le ripetute evidenze di effetti negativi collaterali sull’ambiente sia per la constatazione di risultati spesso insufficienti e talora controproducenti per il controllo stesso di malattie e parassiti sia, infine, per l’influenza indiretta dell’opinione pubblica che dà origine a veri e propri orientamenti di mercato. Attualmente si sta abbandonando l’approccio di ricerca basato su uno screening di massa di molecole per selezionare quelle più promettenti, a favore di un’impostazione fondata su approfondite informazioni biologiche, ormai a livello molecolare, intorno al bersaglio da combattere per progettare la costruzione ad hoc delle armi chimiche.
Gli agrofarmaci basati su sostanze chimiche inorganiche, organiche di derivazione naturale o di sintesi, continuano comunque ad essere un’arma irrinunciabile e spesso la più efficace, sia pure integrata con altri mezzi e strategie, nel garantire una linea di difesa soddisfacente.

Mezzi di lotta biologici e biotecnologici

I mezzi di lotta biologici sono direttamente derivati dall’utilizzo di altri organismi viventi, di natura animale (insetti, acari, nematodi) o vegetale (funghi, batteri), così come anche da quei virus che hanno la capacità di contrastare organismi dannosi per l’agricoltura, per le foreste e per il verde urbano e privato. In natura esistono già di per sé organismi antagonisti e, come tali, limitatori naturali della diffusione di altri organismi e fra questi anche di quelli dannosi: quindi uno dei capisaldi della lotta biologica è proprio la loro preservazione. Tuttavia, è anche possibile introdurre in un dato ambiente gli organismi “utili, dopo averli prelevati da altro ambiente e acclimatati (così è successo nelle prime esperienze di lotta biologica), oppure allevarli in laboratorio per poi lanciarli sulla coltura da difendere (attualmente esistono ditte specializzate nella produzione di una vasta gamma di agenti di lotta biologica, commercializzati poi in apposite confezioni.


Prove di lotta biologica in serra condotte presso il CRA FSO di Sanremo. Gli agenti di controllo biologico (acari predatori) in questo caso sono confezionati in buste, semplicemente appese, dalle quali fuoriescono autonomamente per poi distribuirsi sulla vegetazione

L’applicazione della lotta biologica come mezzo specifico di controllo degli insetti dannosi risale alla fine dell’800, quando fu introdotto in USA il coleottero coccinellide australiano Rodolia cardinalis, predatore della grande cocciniglia cotonosa, Icerya purchasi, proveniente anch’essa dal continente australiano e che stava provocando gravi danni agli agrumeti californiani. Si trattò di un’operazione progettata a tavolino grazie all’iniziativa di C.V. Riley, capo del Federai Entomological Service del Dipartimento dell’Agricoltura americano, e poi realizzata grazie a un collaboratore, A. Koebele, che si recò in Australia per individuare e raccogliere i nemici naturali della cocciniglia dannosa. Un altro entomologo, D.W. Coquillet, si occupò di allevare e acclimatare la specie rivelatasi più promettente e, infine, furono pronti 10.000 esemplari di R. cardinalis per il primo lancio. Il progetto si dimostrò valido e fu coronato da successo in campo. In Italia questo coccinellide fu introdotto nel 1901, per combattere I. purchasi, da Antonio Berlese, insigne entomologo di cui avremo ancora occasione di parlare a proposito della lotta biologica.

“Bio” e “Tecnologico”
Il termine “biotecnologico”, o “biotecnico”, è stato coniato nel 1982 dalla Federazione Europea di Biotecnologia per indicare l’integrazione di biochimica, microbiologia e ingegneria genetica, finalizzata alla realizzazione di applicazioni tecnologiche basate sulle proprietà di microrganismi e agenti biologici in generale.
Nel settore fitopatologico i mezzi biotecnologici hanno specifici ambiti di impiego riferibili a:
1.  interferenza con le attività metaboliche vitali degli organismi nocivi (in pratica si impiegano come i fitofarmaci chimici);
2.  monitoraggio della presenza di litofagi;
3.  cattura massaie dei fitofagi;
4.  disturbo delle attività comportamentali e relazionali degli insetti dannosi;
5.  autocidio.
Nel primo ambito, si tratta in pratica di prodotti fìtosanitari che si applicano come quelli chimici: attualmente sono rappresentati dagli insetticidi denominati IGR e MAC, che interferiscono con vari meccanismi sullo sviluppo dell’insetto.
Nel secondo ambito si tratta di feromoni attrattivi, sessuali o di aggregazione, impiegati in trappole per la cattura di insetti adulti, sia per individuarne semplicemente la presenza in una circoscritta area sia soprattutto per monitorarne il ciclo attraverso l’intensità delle catture nel tempo (picchi di sfarfallamento) e di conseguenza posizionare gli interventi con insetticidi.


Trappola per il monitoraggio dei voli della tignola orientale del pesco. Le buone pratiche di conduzione fitoiatrica vanno sempre più consolidandosi e sono adottate nei frutteti didattici degli istituti a indirizzo agrario da molti anni (cortesia ITAS “Trentin”di Vicenza).

Nel terzo ambito le trappole innescate, con il solo feromone o con aggiunta di altri attrattivi e anche insetticidi, vengono distribuite secondo criteri standardizzati in numero elevato entro il perimetro della superfìcie aziendale o più spesso di un intero comprensorio agricolo (es. in olivicoltura contro la mosca), con lo scopo di catturare e neutralizzare quanti più parassiti possibile per abbatterne la popolazione e limitare i conseguenti livelli di infestazione.
Nel quarto ambito vengono allestiti erogatori (dispenser) di feromoni, tipicamente di richiamo sessuale, disposti con criteri analoghi al caso appena descritto, però con lo scopo di disorientare gli adulti nella ricerca del partner, limitando quindi gli accoppiamenti e in definitiva abbattendo, fino quasi ad annullare, il tasso di riproduzione.
Nel quinto ambito la tecnica dell’autocidio (interessante dal punto di vista scientifico, ma ancora di limitate possibilità di attuazione concreta) consiste nella sterilizzazione di individui maschi che vengono poi liberati e quindi entrano in competizione con gli altri maschi, ma dal loro accoppiamento risultano solo uova sterili. Il successo di questo metodo dipende da alcuni fattori:
-  la possibilità di allevare in grande quantità gli insetti;
-  gli insetti devono essere molto mobili e invadere l’ambiente;
-  le femmine devono essere monogame;
-  la superfìcie trattata deve essere molto estesa;
-  gli insetti immessi non devono creare danno.

Norme generali e impiego dei prodotti fìtosanitari

L’attuale normativa classifica i prodotti fìtosanitari in classi di pericolosità che tengono conto della tossicità acuta per l’uomo (ex classi tossicologiche), ma anche di altri parametri, come la dannosità verso l’ambiente o pericoli e rischi di varia natura.
I primi due parametri sono rappresentati in etichetta con simboli, gli altri con apposite icone (es. l’immagine di non disperdere il vuoto nell’ambiente), frasi di rischio (es. “nocivo per ingestione", “rischio di lesioni oculari"), consigli di prudenza, informazioni mediche e diciture per esteso.
Vi sono tre categorie di prodotti fìtosanitari acquistabili e impiegabili solo se dotati di una apposita abilitazione, comunemente detta patentino, conseguibile dopo aver frequentato un corso e superato un apposito esame: tali categorie sono identificate come “molto tossico", “tossico", “nocivo"; le altre tre categorie non sono sottoposte a particolari restrizioni e come tali non necessitano di patentino (“irritante", “manipolare con prudenza", assenza di simbolo).
La legge impone e definisce i termini di etichettatura degli agrofarmaci; per la nostra sicurezza e l’impiego corretto del prodotto è bene leggere attentamente l’etichetta, che appare sulla confezione.
I prodotti hanno anche una scheda di sicurezza, consegnata a parte dal fornitore al consumatore professionale, obbligatoriamente per prodotti pericolosi, a richiesta per gli altri.
L’etichetta contiene dunque simboli e icone, composizione del prodotto, frasi di rischio,
consigli di prudenza, informazioni mediche e tecniche, istruzioni per l’uso. Simboli e icone compaiono anche sulla scheda di sicurezza e sugli imballaggi.


a) L’etichetta commerciale dell’agrofarmaco riporta, in bella evidenza, la simbologia di classificazione del prodotto (irritante in guesto caso) in relazione alla categoria di appartenenza della sostanza attiva contenuta, o contenute, nel caso siano più di una. Sono ben evidenti anche le frasi di rischio e i consigli di prudenza. L’identificazione commerciale del prodotto (nome), del produttore e del distributore, completa la prima parte dell’etichetta insieme al peso/contenuto e al n. di registrazione del Ministero della Salute. Seguono poi le modalità e le dosi di impiego in relazione alle colture su cui il prodotto è registrato.
(b) Visualizzazione delle informazioni di primo impatto commerciale contenute in etichetta.

I simboli sono relativi:
1.  alla tossicità per l’uomo;
2.  alla pericolosità per l’ambiente;
3.  agli effetti chimicofìsici.
In relazione al loro comportamento sulla pianta, gli agrofarmaci si dicono:
-  di copertura: sono i prodotti che si limitano a rimanere sulla superfìcie delle parti su cui sono stati applicati;
-  citotropici: sono i prodotti che riescono a penetrare nei primi strati tissutali;
-  translaminari: se la citotropicità è tale da consentire alla sostanza attiva di attraversare le foglie da una pagina all’altra;
-  sistemici: se vengono distribuiti in tutta la pianta attraverso i vasi linfatici; quando la sistemicità, o sistemia, si realizza tramite linfa grezza sarà ascendente, o acropeta, mentre se il principio attivo viene trasportato con la corrente degli elaborati la sistemia sarà discendente, o basipeta (in genere i fitofarmaci sistemici tendono a essere caratterizzati, perlomeno in modo prevalente, da un solo tipo di sistemia). Si può operare un’ulteriore distinzione in rapporto al sito di applicazione sulla pianta dei prodotti sistemici: la penetrazione può avvenire per via fogliare e/o per assorbimento radicale.




I diversi simboli che possono apparire in etichettatura sono identifi cativi dei rischi per la tossicità acuta, per la pericolosità verso l’ambiente, per gli effetti chimici e fisici. La nuova simbologia con sfondo bianco sostituirà la vecchia entro il 2015.

Caratteristiche degli agrofarmaci

La composizione di un agrofarmaco comprende:
1. la sostanza attiva (s.a.) (termine oggi introdotto legislativamente in sostituzione del precedente ed equivalente principio attivo (p.a.), ossia la sostanza che produce l’effetto sull’organismo nocivo, la quale può essere una molecola naturale o di sintesi oppure anche un microrganismo (virus, fungo, battere): essa è sempre dichiarata con il nome tecnico assieme alla percentuale presente nel formulato (vi sono prodotti che contengono anche più di una s.a.);
2. i coformulanti, intendendo estensivamente con questo termine tutte le altre sostanze presenti nel prodotto, suddivisibili in:
-  sostanze che servono a stabilizzare e migliorare l’efficacia della s.a. (coadiuvanti, non vengono dichiarati in etichetta);
-  sostanze inerti che fungono da solventi o diluenti (spesso detti anche semplicemente coformulanti, non vengono dichiarati in etichetta).
Per formulazione si intende invece come viene allestito e si presenta il prodotto. Essa è sempre indicata (es.: L = liquidi; SC = sospensione concentrata; WG = granuli idrodisperdibili; PB = polvere bagnabile, ecc.) e spesso nella denominazione commerciale è aggiunta una sigla che la richiama.
Le informazioni di carattere tecnico sono inerenti alla compatibilità con altri agrofarmaci, all’eventuale fìtotossicità, all’elenco delle colture e delle avversità per le quali il prodotto è stato autorizzato con specifico decreto del Ministero della Salute (i cui estremi sono riportati), ai dosaggi e agli intervalli di sicurezza (tempo o periodo di carenza) per la raccolta riferiti alle varie colture, ai tempi di rientro dopo il trattamento e alle distanze minime da mantenere da corsi d’acqua.
Non c’è data di scadenza; tuttavia deve essere riportato il lotto di fabbricazione con la data di produzione: indicativamente si assume che un prodotto, non aperto e riparato in scaffale, mantenga la sua validità per 23 anni; i formulati polverulenti in linea di massima si conservano meglio di quelli in soluzione, in quanto la perdita di efficacia nel tempo non è tanto dovuta ad alterazione della s.a., ma a quella della stabilità dei componenti della preparazione.
La scheda di sicurezza contiene una lunga serie di dati identificativi del produttore e della sostanza, caratteristiche tecniche e informazione sui rischi. Ad esempio sono indicate le proprietà fisicochimiche della s.a., le sostanze che entrano a far parte del formulato, le misure di primo soccorso e antincendio, le indicazioni per la manipolazione e lo stoccaggio, la protezione personale e il controllo all’esposizione al prodotto, una serie di informazioni tossicologiche ed ecologiche, sigle e testo delle frasi di rischio fisicochimico, ambientale e sulla salute umana anche a lungo termine quali:
R 40 “Possibilità di effetti cancerogeniprove insufficienti
R 48 “Pericolo di gravi danni per la salute in caso di esposizione prolungata
R 60 “Può ridurre la fertilità
R 61 “Può danneggiare i bambini non ancora nati
R 62 “Possibile rischio di ridotta fertilità
R 63 “Possibile rischio di danni ai bambini non ancora nati
R 68 “Possibilità di effetti irreversibili

Tossicità di una sostanza attiva
La tossicità rappresenta, in termini generali, la proprietà di alcuni composti di interferire in modo negativo con il metabolismo degli organismi, determinando in questi l’insorgenza di avvelenamenti o di fenomeni di sofferenza cronica.
Distinguiamo una tossicità acuta, cronica e subcronica:
- tossicità acuta: è l’effetto tossico che una sostanza esercita su un organismo nel corso di un’unica somministrazione o, al massimo, nel corso di varie somministrazioni che si ripetono entro 24 ore.
-  tossicità subcronica e cronica: si definisce tossicità subcronica l’effetto tossico che una sostanza esercita su un organismo se la somministrazione si protrae per un certo periodo (in genere, si considera un periodo pari a circa il 10% della vita dell’organismo stesso); la tossicità cronica esprime qualsiasi effetto tossico che una sostanza ha su un organismo in periodi di tempo molto prolungati. Fenomeni di tossicità cronica si osservano, ad esempio, in individui che vivono in luoghi di lavoro in cui sono presenti agenti contaminanti e che, pertanto, assumono concentrazioni di tali agenti anche molto piccole, ma in modo continuativo (è il caso delle malattie professionali e ambientali). La continua esposizione può causare l’insorgenza di forme tumorali (effetto cancerogeno) o anomalie della funzione riproduttiva, con conseguenti forme di sterilità e insorgenza di malformazioni nel feto (effetto teratogeno della sostanza tossica). Vi può anche essere un’interferenza con i processi di gametogenesi, con i quali si formano le cellule riproduttive, nelle quali possono comparire mutazioni (effetto mutageno della sostanza tossica).

Norme pratiche per l’uso degli agrofarmaci

I prodotti fìtosanitari devono essere impiegati osservando dovute norme di prudenza.
Gli agrofarmaci si somministrano generalmente per irrorazione sulla chioma o sulle foglie: alcuni possono essere distribuiti per irrigazione con l’acqua di bagnatura, altri sono prodotti specifici per disinfestare il terreno da parassiti, altri ancora sono autorizzati per endoterapia; tali impieghi, comunque, sono esplicitati chiaramente. Quando si utilizzano agrofarmaci per cui occorre il patentino, è obbligatorio l’uso di appositi DPI (Dispositivi di Protezione Individuali), ma anche con quelli non particolarmente pericolosi è bene operare almeno muniti di guanti di gomma, cappello, occhiali e idoneo abbigliamento.
Durante il trattamento non si deve fumare, mangiare, bere e non è consentito interrompere l’attività per svolgerne altre; alla fine è necessario lavare bene il tutto oppure, qualora si tratti con un prodotto monouso, destinarlo allo smaltimento.
Il prodotto, una volta diluito (meglio prediluirlo a parte e poi aggiungerlo alla restante quantità di acqua), deve essere utilizzato subito dopo la preparazione o nel giro di qualche ora (prima di riusarlo si rimescola la soluzione o sospensione).
Non si sbaglia se all’acqua da impiegare per la soluzione si lascia il tempo di prendere la temperatura dell’ambiente (certe s.a. in acqua troppo fredda potrebbero dar luogo a problemi di frtotossicità).
Nel caso di miscele con più s.a. occorre tener conto della loro compatibilità; inoltre conviene preparare separatamente le soluzioni e poi aggiungerle e miscelarle nella soluzione finale.
Q Le cartine idrosensibili sono un semplice, ma utile, mezzo per verificare la corretta bagnatura, sia in altezza sia all’interno della vegetazione della coltura trattata.
La confezione aperta deve essere richiusa bene e conservata in luogo sicuro, fresco, asciutto, areato e buio.
Nel limite del possibile, si tratta in giornate non ventose e nelle ore meno calde, di prima mattina o verso sera.
Occorre evitare apparecchi di irrorazione non idonei: la qualità delle attrezzature si traduce in appropriata distribuzione del prodotto e quindi maggiore efficacia di quest’ultimo.


Le cartine idrosensibili sono un semplice, ma utile, mezzo per verificare la corretta bagnatura, sia in altezza sia all’interno della vegetazione della coltura trattata.

La normativa sui prodotti fitosanitari si estende a ogni altro aspetto collaterale, come la registrazione dei trattamenti, lo stoccaggio in azienda, lo smaltimento dei contenitori vuoti, le precauzioni di impiego in campo.
Vi è infatti l’obbligo per l’agricoltore professionale di tenere un apposito registro dei trattamenti frtosanitari, conosciuto comunemente come “Quaderno di campagna" (contenente l’indicazione di carico e scarico dei prodotti e degli interventi fitoiatrici eseguiti), di custodire i prodotti in luoghi sicuri con cartelli di avvertimento e di esporre similari cartelli attorno alle parcelle trattate (in quest’ultimo caso la disciplina viene regolata dai singoli Comuni). I prodotti frtosanitari si configurano come rifiuti pericolosi e quindi, se non sono usati, devono essere trattati come tali per lo smaltimento; i contenitori vuoti devono essere sciacquati tre volte (bonificati), raccolti e imballati a parte con una etichetta identificativa, e conferiti come rifiuti speciali.

Efficacia dell’agrofarmaco

Ci sono ulteriori aspetti tecnici da analizzare che riguardano l’efficacia dell’agrofarmaco.
Ne definiamo alcuni in particolare per evidenziare il ruolo dei coadiuvanti, del formulato e dei mezzi di distribuzione.
Il tragitto che deve compiere, ad esempio, una molecola fungicida per arrivare a contatto con il bersaglio e sviluppare la sua azione tossica si presta ad alcune considerazioni. Intanto, prendendo a riferimento il tipico trattamento fogliare, non tutto il prodotto va necessariamente a depositarsi sulle foglie a causa di fenomeni di deriva provocati dalla forma della pianta e delle foglie o dalle condizioni atmosferiche (si definisce deposito la quantità di fitofarmaco che effettivamente viene applicata sulla pianta al netto delle perdite); inoltre, le goccioline possono concentrarsi o distribuirsi in modo disomogeneo o, semplicemente, l’anticrittogamico può essere più o meno facilmente dilavabile da eventuali piogge successive al trattamento.
Nella composizione del prodotto commerciale solitamente si aggiungono coadiuvanti atti a migliorarne l’adesività, la capacità bagnante, l’effetto antideriva (importante per trattamenti a bassi volumi o con mezzi aerei).
La finezza delle goccioline, necessaria per una buona copertura (a parità di volumi impiegati è proporzionale al quadrato del diametro della goccia), e la corretta regolazione dei volumi di impiego della miscela fìtoiatrica sono garantite invece grazie all’utilizzo di adeguate macchine irroratrici.


Tabella in uso (Matthews, 1986) per la classificazione dei volumi di irrorazione, calcolati come fabbisogno di litri su un ettaro. La regolazione dei volumi è ottenuta con l’impiego di appropriate irroratrici. A titolo esemplificativo, una comune pompa a spalla rientra nella classe dell’alto volume, con dimensione delle goccioline di 200400 um; un atomizzatore in quella a medioalto volume (150300 um); una irroratrice pneumatica in quelle dei vari gradi bassi (50150 um).

Una valida distribuzione è ovviamente fondamentale per gli anticrittogamici di copertura. Una volta distribuito, ciò che è stato depositato nel tempo si perde e degrada. Si dice infatti residuo la quantità di prodotto, in un dato momento, rispetto a quella presente subito dopo il trattamento (tale parametro è condizionato da diversi fattori, soprattutto climatici, quali pioggia, umidità, vento, temperatura, luce).
Il decadimento dei fitofarmaci di copertura può essere rappresentato tramite algoritmi in grafica (curve di decadimento): il rame, ad esempio, ha una buona adesività e la sua concentrazione sulle foglie si riduce in modo piuttosto costante nel tempo, mentre i formulati da distribuire in polvere tendono generalmente a decadere con curva esponenziale.
Lo studio del decadimento, se per un verso è utile per comprendere il perdurare dell’efficacia protettiva di un agrofarmaco, dall’altro serve a capire il suo destino (anche perché, come si è detto in precedenza, la legge impone limiti nella percentuale di residui di agrofarmaci sui prodotti destinati al consumo), nonché la natura chimica e l’eventuale pericolosità dei suoi prodotti di degradazione nel tempo e nell’ambiente.
Si dice periodo di emivita, o tempo medio di dimezzamento (in sigla DT50), il tempo, espresso in giorni, necessario affinché la quantità del prodotto si riduca della metà. Per la meccanica della distribuzione degli agrofarmaci si veda anche quanto riportato nel Fascicolo digitale.

Mezzi di lotta chimici: operatività dei regolamenti

L’impiego dei mezzi chimici è destinato comunque a ridursi per effetto dell’evoluzione della normativa comunitaria che recepisce il nuovo modo di considerare il ruolo dell’agricoltura.


Nel 1957 per la UE l’agricoltura doveva garantire la sicurezza alimentare; nel 1997 il principio si è evoluto in sicurezza alimentare e ambiente e negli ultimi venti anni si è ulteriormente ampliato con i concetti di multifunzionalità e condizionalità (sicurezza per gli operatori, salute degli animali, equo commercio

La produzione legislativa in fase di attuazione è improntata a questa nuova filosofìa. Già con la Direttiva del 1999 si era inteso ri definire classificazione e modalità di impiego degli agrofarmaci; in seguito la nuova Direttiva Quadro UE del 2009 ha tracciato obiettivi e richieste comuni per un uso sostenibile dei pesticidi e il conseguente Regolamento attuativo CE ha reso più severe le regole di autorizzazione degli agrofarmaci. Viene così promosso il concetto di difesa integrata delle colture (IPM = Integrated Pest Management) sottolineando che:
-  occorre promuovere un impiego limitato e sostenibile dei prodotti fìtosanitari attraverso la difesa biologica e integrata;
-  nella scelta delle strategie di difesa la priorità va data alle alternative a basso rischio e a prodotti a basso impatto sulla salute umane e sull’ambiente;
-  si dovrà assicurare una formazione agli agricoltori sui sistemi di monitoraggio e di supporto alle decisioni (es. servizi di previsione e avvertimento);
-  i criteri generali dell’IPM dovranno essere applicati dagli utilizzatori a partire dal 2014.


Criteri innovativi introdotti sulla classificazione e sull’impiego degli agrofarmaci con la Direttiva 1999/45/ CE, recepita in Italia con il d.lgs. n. 65 del 14/03/2003.


Obiettivi posti da Direttive e regolamenti sull’uso sostenibile dei pesticidi


Elenco delle principali novità sull’autorizzazione all’immissione in commercio degli agrofarmaci (cutoff significa: esclusione. Gli antidoti agronomici sono sostanze atte ad impedire effetti fitotossici dei prodotti fitosanitari) (Vedi anche Appendice).

Approfondimenti
Agrofarmaci: cosa è necessario sapere (*)
È opportuno sottolineare e aggiungere altre importanti nozioni.
Disponibilità: Si definisce disponibilità la capacità di un antiparassitario di liberare sostanza attiva e farla giungere sul bersaglio. Gli antiparassitari agiscono generalmente sugli organismi dannosi come sostanze tossiche e vengono usualmente distribuiti tramite irrorazioni sulla vegetazione; dunque va considerata:
-  la tossicocinetica: ciò che avviene dal momento in cui la sostanza attiva, distribuita, è assunta e agisce sul bersaglio (organismo dannoso);
-  la tossicodinamica: l’interazione sostanza tossica e organismo dannoso, quando una frazione della prima raggiunge il secondo.
Tossicità acuta: La tossicità acuta di un prodotto fitosanitario viene definita attraverso la dose letale media (DL50), che è la dose alla quale metà della popolazione delle cavie su cui è stato testato il prodotto muore (viene espressa in mg/kg di peso vivo dell’animale da esperimento). Nella vecchia classificazione dei prodotti fitosanitari, rivista e integrata nella successiva e attuale normativa che fa riferimento alla Direttiva 91/414/ CEE e al d.l. 17/03/1995 n. 194, serviva a classificare i fitofarmaci in quattro classi tossicologiche. La dose letale media è sempre indicata nelle schede tecniche dei prodotti fitosanitari e usualmente viene riferita sia come DL50 orale che come DL50 dermale (viene anche indicata la cavia sulla quale è stata testata: ratto, topo, coniglio). La sigla CL50 si riferisce alla concentrazione letale media, che è un parametro che serve a misurare la tossicità inalatoria ed è inoltre molto utile per valutare eventuali effetti nocivi sull’ambiente (tossicità nei confronti della fauna e flora acquatica: pesci, dafnia, alghe).
Le indagini tossicologiche sono inoltre estese a:
- tossicità subcronica;
-   tossicità cronica;
-   teratogenesi (effettuata su cavie in gravidanza e controllata per due generazioni successive);
-   mutagenesi e carcinogenesi (si effettuano prove sia in vitro che in vivo);
-   tossicità su cavia (per bocca e per via cutanea);
-   tossicità sugli animali domestici.
Altri aspetti tossicologici studiati riguardano la tossicità della sostanza attiva sull’entomofauna utile (insetti impollinatori e ausiliari) e i lombrichi del terreno.
Miscibilità e sinergismo: Spesso, per risparmio di tempo e di lavoro, si abbinano in uno stesso trattamento due o più prodotti fitosanitari: dunque è essenziale conoscere se effettivamente essi sono miscibili. La miscela in parecchi casi è possibile e l’effetto finale è semplicemente quello sommato dei due componenti. Tuttavia la combinazione di due sostanze attive può dare anche luogo ad un effetto sinergico: l’efficacia della miscela è superiore a quella che si otterrebbe con trattamenti separati; in altri casi si ha un risultato opposto, ossia un effetto antagonistico.
Effetti indesiderati: Talvolta i prodotti fitosanitari possono avere, in rapporto alla specie coltivata o a fattori come la temperatura ambientale, effetti negativi sulle piante trattate e risultare fitotossici. In generale a dosi eccessivamente concentrate gli agrofarmaci causano inconvenienti alle piante: si definisce indice chemioterapico il rapporto tra la dose minima efficace e quella massima tollerata dal soggetto trattato.
Intervallo di sicurezza: Per ogni prodotto è stabilito in etichetta un intervallo di sicurezza o tempo di carenza, che è definito come l’intervallo minimo di tempo che deve trascorrere tra l’ultimo trattamento e la raccolta del prodotto agricolo (per le derrate immagazzinate, tra l’ultimo trattamento e l’immissione in commercio). Esso viene determinato con criteri sostanzialmente di tipo statistico e, per una stessa sostanza attiva, può variare anche sensibilmente da una coltura all’altra a causa di svariati fattori che possono influire sulla cinetica di decadimento del prodotto in rapporto alla coltura considerata e dunque sulla quantità di residuo dopo un determinato intervallo di tempo (es. dilavabilità dell’antiparassitario rispetto alla forma delle foglie e della massa vegetativa, parti della pianta destinate al consumo, ecc.). L’intervallo minimo di tempo che deve trascorre tra un trattamento e il rientro degli operatori nell’area trattata è invece denominato tempo di rientro.
Residuo massimo ammissibile: Per ogni agrofarmaco viene definita per legge la quantità massima che è ammessa come residuo sui prodotti agricoli ed è espressa come limite massimo dei residui (LMR, mg/kg = ppm). I valori LMR sono armonizzati a livello comunitario dal Regolamento (CE) n. 149/2008 del 28/01/08.
Registrazione e revoca: In Italia gli agrofarmaci sono approvati con Decreto dal Ministero della Salute. Solo dopo la loro pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale ne è possibile la produzione e la vendita. Inoltre, prima della firma del Decreto, il dossier di registrazione è esaminato e approvato da una Commissione di Esperti per valutare utilità e sicurezza dei prodotti per le colture e l’ambiente. La legislazione nazionale è armonizzata con quella dell’Unione Europea dove l’autorizzazione per l’immissione degli agrofarmaci sul mercato fa capo ad apposite Direttive Comunitarie.

(*) La disciplina in materia è oggetto di continue e periodiche verifiche che definiscono le caratteristiche del sistema di registrazione (autorizzazione, limiti massimi di residui negli alimenti) e naturalmente anche l’eventuale revoca parziale o totale e sempre pubblicata in Gazzetta Ufficiale) delle molecole in rapporto allo studio degli impatti provocati, successivi e duraturi, rispetto al loro utilizzo dalla data di prima registrazione. Sul sito comunitario di FOOD SAFETY: From thè Farm to thè Fork http:// ec.europa.eu/food/plant/protection/ evaluation/index_en.htm, sono disponibili informazioni ufficiali aggiornate.

Cooperazione internazionale
In un sistema di scambi a livello planetario, che comporta rischi che purtroppo spesso si concretizzano a causa dell’importazione e diffusione di fitopatogeni e parassiti animali originariamente ristretti in aree limitate (e IT generalmente in equilibrio con l’ospite e i limitatori naturali), appare indispensabile anche una cooperazione legislativa a livello internazionale.
Si è già accennato alle gravissime conseguenze dell’arrivo in Europa, su importanti colture, di malattie e parassiti provenienti da altri continenti con i commerci: uno degli obiettivi degli interventi legislativi è appunto quello di individuare e prevenire l’introduzione di organismi dannosi. Attualmente in Europa è presente un Ente, denominato EPPO (European and Mediterranean Plant Protection Organism), costituito nel 1951 con l’adesione iniziale di 15 Paesi e successivamente allargato fino agli attuali 52 membri), il quale ha i seguenti compiti:
-  tenere aggiornate liste di allerta (Alert List) relative ad organismi nocivi a rischio di importazione o già presenti nell’area EPPO;
-  raccomandare azioni in caso di presenza accertata di nuove introduzioni (Action Listy,
-  fornire analisi di rischi e standard valutativi degli organismi nocivi (Pestrìsk analysìs) e protocolli di gestione del rischio (Pest rìsk management).


Home page del sito EPPO (www.eppo.int), con selezione della pagina “Alert List”.


Immagine tratta dalla home page della EPPO, raffigurante i Paesi aderenti a questa organizzazione (www.eppo.int).

Organismi da quarantena
Gli organismi inclusi in tali liste sono definiti appunto a quarantena. L’elenco completo e aggiornato è sempre disponibile nella Alert List della EPPO. Il termine deriva dalle misure di isolamento, per almeno 40 giorni (riguardavano le merci e anche i passeggeri in caso di rischio di gravi epidemie a carico della salute umana), che erano praticate sulle navi attraccate prima di consentirne lo scarico, in modo da individuare ed eliminare possibili fonti di contagio (in caso di accertata infezione si respingeva lo sbarco). Tale indicazione è recepita dai Paesi membri, compresa quindi anche l’Italia, i quali poi possono adottare ulteriori disposizioni a livello nazionale.
Esistono altre Organizzazioni a livello regionale simili alla EPPO; inoltre, a livello internazionale, è attiva la International Plant Protection Convention (IPPC). Essa opera presso la FAO ed è fondata su un trattato internazionale che assicura azioni atte a prevenire la diffusione e l’introduzione di organismi nocivi alle piante e ai prodotti delle piante, e a promuovere misure per il loro controllo; il suo governo è affidato a una Commissione per le misure fitosanitarie che adotta standard internazionali (ISPMs = International Standards for Phytosanitary Measure).

BIOLOGIA APPLICATA E BIOTECNOLOGIE AGRARIE
BIOLOGIA APPLICATA E BIOTECNOLOGIE AGRARIE
GENETICA, TRASFORMAZIONI, AGROAMBIENTE