BIOLOGIA APPLICATA E BIOTECNOLOGIE AGRARIE

4 Il rischio biotecnologico: animali e piante transgenici

Non sono poche le possibilità offerte dalle biotecnologie moderne e numerosi sono i vantaggi che possono derivare dalle applicazioni delle ricerche sugli organismi geneticamente modificati; tuttavia il fatto che si possa manipolare il genoma e che attraverso l’ingegneria genetica tale manipolazione possa superare la barriera della specie, ha suscitato grande scalpore e ha acceso un forte dibattito a livello nazionale e internazionale intorno a tematiche sulla protezione dell’ambiente e della salute. In particolare destano preoccupazioni la diffusione in agricoltura di animali e piante transgenici e la loro introduzione nel settore alimentare.


Coltivazioni transgeniche: (a) coltura di mais già in campo, (b) sperimentazione di primo ambientamento della coltura su terreno in serra.

Rischi per la salute

Secondo coloro che sono contrari all’uso di OGM, la modificazione genetica di una pianta a uso alimentare potrebbe comportare l’introduzione nella catena alimentare di prodotti con potenziali effetti collaterali nocivi.
Il timore è che i trasferimenti di gene tra organismi non appartenenti alla stessa specie possano essere tossici, danneggiare i sistemi immunitari o trasmettere allergie e resistenza agli antibiotici dato che, allo stato attuale delle conoscenze, non si riesce a stabilire con certezza quali potrebbero essere le eventuali conseguenze a breve e a lungo termine del disordine genetico creato dal diffondersi di tali pratiche agricole.
La tossicità degli alimenti transgenici potrebbe derivare non solo dalle nuove proteine sintetizzate dai geni inseriti, ma anche dalle eventuali modifiche metaboliche dell’organismo transgenico dovute alle interazioni fra gli altri geni e il transgene. Per questo motivo in Europa l’EFSA, Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, valuta sia le singole proteine codificate dall’inserto genico sia, attraverso analisi chimiche, la quantità di sostanze differenti rispetto ai corrispettivi convenzionali sia la possibile comparsa di effetti indesiderati, attraverso test effettuati su animali che vengono alimentati con l’organismo in questione. Questa procedura è molto simile a quella che si segue per valutare e autorizzare la diffusione di sostanze farmaceutiche, fitofarmaci, insetticidi, erbicidi o altri contaminanti ambientali. L’EFSA può esprimere un parere positivo o negativo o richiedere ulteriori indagini dopo aver esaminato i dossier sviluppati dalle stesse aziende produttrici.
Un altro problema sollevato dai contrari agli OGM, oltre a quello dell’eventuale tossicità, è la loro possibile allergenicità. Gli allergeni sono molecole che provocano una risposta da parte del sistema immunitario dei soggetti sensibili, scatenando una reazione dell’organismo, detta allergia, talvolta molto violenta, con shock anafilattico e, nei casi estremi, anche morte. Molti alimenti, come le fragole, le mele, il riso, il kiwi, le arachidi o i crostacei, ne sono ricchi. In genere una persona allergica scopre la sua sensibilità all’alimento solo dopo esserne entrata in contatto. Per gli alimenti tradizionali non è prevista nessuna analisi preventiva di allergenicità (solo di recente sono state proposte normative per l’etichettatura), mentre per gli organismi transgenici è obbligatorio verificare la potenziale allergenicità attraverso test preliminari. C’è, infatti, il timore che l’inserimento in un organismo di una molecola di DNA in grado di produrre una proteina prima non esistente, possa provocare allergie alimentari nell’uomo e negli animali.
La valutazione della potenziale allergenicità è richiesta anche se la proteina rappresenta meno dello 0,4% dell’alimento; in caso positivo l’alimento sarà prontamente rimosso dal commercio, come è avvenuto nel 1996, quando i ricercatori del Nebraska si accorsero che la soia geneticamente modificata con un gene della noce brasiliana prodotto per renderla più ricca di metionina (amminoacido essenziale che il corpo umano non sa produrre) era allergenica a quella parte della popolazione che presentava allergie alla noce brasiliana, ma non alla soia normale. Pertanto la commercializzazione di questo prodotto fu subito interrotta.


Già in natura, i pollini prodotti dalle piante possono scatenare forti reazioni allergiche nei soggetti predisposti. Anche le piante di origine transgenica possono essere portatrici di nuovi allergeni che possono interagire a livello respiratorio e aggravare la problematica delle allergie.

Un altro timore per la salute dell’uomo e degli animali è che si possano creare fra i batteri delle resistenze agli antibiotici. Durante la produzione degli OGM, infatti, per fare in modo che si sviluppino esclusivamente i pochi organismi realmente modificati geneticamente, vengono impiegati i cosiddetti “geni marcatori, che di solito sono geni di resistenza agli antibiotici (ampicillina, kanamicina e igromicina). Gli antibiotici sono le uniche armi valide contro i batteri patogeni, ma possono divenire sempre meno efficaci se nei microrganismi insorgono fenomeni di resistenza a essi. La resistenza agli antibiotici dipende dal fatto che, con l’uso eccessivo di questi medicinali, si selezionano e perciò sopravvivono quei batteri contenenti i geni che permettono loro di resistere. Questi geni possono essere non solo scambiati fra i batteri, ma anche acquisiti da altri organismi e il timore è che la diffusione di geni con resistenza agli antibiotici che rimangono nell’OGM coltivato e consumato possa accelerare il processo con l’insorgenza di ceppi resistenti e creare, così, nuovi batteri contro i quali gli antibiotici sarebbero assolutamente impotenti. La resistenza agli antibiotici potrebbe passare dagli alimenti OGM ai batteri innocui presenti nell’apparato digerente e da questi a eventuali batteri patogeni che possono infettare l’organismo umano. Lo stesso fenomeno potrebbe verificarsi in animali d’allevamento o anche in natura.
Per ovviare a questi rischi la normativa comunitaria ha preferito vietare, anche per fini di ricerca, l’utilizzo di geni che conferiscono resistenza ad antibiotici nella produzione di piante transgeniche, nonostante i geni utilizzati (quelli per la resistenza alla kanamicina e all’ampicillina) non siano impiegati in campo medicosanitario né veterinario e quindi non siano in grado di indurre nei microrganismi resistenze pericolose nella cura degli esseri umani.

Rischi per l’ambiente

Secondo coloro che sono contrari, il rilascio di OGM nell’ambiente potrebbe compromettere seriamente la stabilità degli equilibri ecologici e comportare notevoli rischi, come la perdita di biodiversità, L'inquinamento genetico, la contaminazione delle coltivazioni tradizionali e biologiche, la perdita del germoplasma autoctono, la permanenza di tossine e di erbicidi nel terreno, la resistenza ai pesticidi di erbe infestanti e di insetti.
La biodiversità, che è già seriamente impoverita dall’agricoltura convenzionale, rischia con gli OGM di ridursi drasticamente. L’obiettivo della moderna agricoltura è infatti quello di standardizzare le coltivazioni, cioè di coltivare su larga scala un prodotto in un’unica varietà, inserendolo in un ampio mercato internazionale. L’uniformità genetica che ne consegue non può far altro che portare alla perdita delle specie selvatiche e di quelle tipiche della tradizione rurale a livello mondiale e ridurre la varietà di specie animali e vegetali presenti nella biosfera. Inoltre l’introduzione di specie estranee (anche un organismo geneticamente modificato è una “nuova specie") è sempre stata, ed è tuttora, una delle maggiori cause di dissesto ecologico che rischia di compromettere gli equilibri naturali del pianeta.


Anche a livello della biodiversità si possono verifi care sconvolgimenti in quanto la fecondazione incrociata, di specie non transgeniche con quelle omologhe di origine transgenica, può portare al trasferimento di transgeni da un individuo all’altro e, di conseguenza, all’inquinamento del patrimonio genetico naturale.

Il sistema ambientale subisce, infatti, un cambiamento sia nella sua capacità di ripristinare le proprietà originarie (resilienza ecologica) sia nella capacità di produrre semi, così come nel grado di impollinazione entomofìla e nel flusso genico. La biodiversità è impoverita non solo direttamente, poiché vengono scelte le varietà più competitive sul mercato e abbandonate quelle meno diffuse, ma anche indirettamente attraverso il cosiddetto bioinquinamento. Il bioinquinamento è una forma di inquinamento che si verifica con la trasmissione del gene nuovo ad altre piante non modificate geneticamente. Esso avviene attraverso il polline che è trasportato dal vento o dagli insetti impollinatori su piante non transgeniche della stessa specie o di specie affini, distanti anche più di 200 metri, trasferendo anche i transgeni e inquinandone il patrimonio genetico. Poiché molte coltivazioni OGM sono destinate all’industria chimica e farmaceutica, c’è il rischio che il passaggio di geni alle piante circostanti arrivi a contaminare le piante destinate alla produzione di alimenti o, al contrario, alle piante infestanti, riducendo così l’eterogeneità genetica. All’inquinamento si affianca un altro fattore negativo, quello della bioinvasione, ovvero la crescita invasiva della popolazione modificata con conseguente distruzione delle varietà autoctone.
Una volta rilasciato in natura, infatti, un nuovo organismo creato dall’ingegneria genetica potrebbe essere in grado di interagire con altre forme di vita con effetti distruttivi, di riprodursi o di trasferire le proprie caratteristiche mutando in risposta alle sollecitazioni ambientali. Si potrebbe verificare anche la contaminazione dei campi coltivati, con consistenti perdite economiche per i produttori convenzionali, o biologici adiacenti, perché non sarebbe possibile la certificazione come prodotti nonOGM; di un raccolto che presentasse quantità significative di OGM a causa della diffusione accidentale di semi o polline di OGM. Secondo la normativa europea un prodotto, anche biologico, può essere considerato nonOGM solo se presenta un contenuto di materiale geneticamente modificato al di sotto dello 0,9%. Per prevenire questo fenomeno è obbligatorio, per chi coltiva queste tipologie di OGM, seminare anche una certa percentuale con varietà convenzionali e seguire specifiche pratiche agronomiche in modo tale da ridurre la pressione selettiva sulla popolazione di infestanti o di insetti.
Un ulteriore rischio ambientale può essere causato dalle colture transgeniche erbicidaresistenti che potrebbero nuocere indirettamente all’ecosistema, perché su di esse gli erbicidi possono essere distribuiti in dosi maggiori, con conseguente aumento dei costi e dei danni dovuti all’inquinamento di suolo e falde. Inoltre si potrebbe verificare un trasferimento di geni da colture erbicidaresistenti a specie affini selvatiche dando vita a superinfestanti diffìcili da debellare. Il rapporto 2010 dell’Accademia Nazionale delle Scienze americana ha documentato molti casi di resistenza a triazina, solfoniluree e imidazolinone in varie specie di piante spontanee, tanto che è stato suggerito di utilizzare erbicidi diversi da quelli per cui è resistente la pianta transgenica. Allo stesso modo la tecnologia di colture Bt potrebbe essere resa inefficace dallo sviluppo fra gli insetti, continuamente esposti alla tossina, di una resistenza alle colture ingegnerizzate; infatti la tossina Bt presente nelle colture ingegnerizzate potrebbe danneggiare un ampio numero di specie di insetti, soprattutto quelli utili.
Come si vede, sono tanti i timori nei confronti delle ricerche e delle sperimentazioni che sono state fatte sugli organismi transgenici poiché è estremamente diffìcile garantire l’assenza totale di rischio nell’uso di un particolare organismo.
È possibile e doveroso, però, offrire le valutazioni tecnicoscientifiche su cui poi ragionare. Sono infatti molte le fonti di informazione scientifica che dichiarano che, grazie alla ricerca scientifica, alla migliorata comprensione della tecnologia e alle nuove norme, non vi sono rischi accertati né per il consumo di alimenti OGM né per la loro diffusione nell’ambiente. Gli OGM, infatti, non sono rischiosi in sé, ma è bene che, come accade per qualunque nuovo farmaco o alimento immesso sul mercato, si valuti caso per caso, il rapporto tra rischi e benefìci, prendendo le dovute precauzioni prima dell’immissione sul mercato ed effettuando un monitoraggio attento dopo la commercializzazione. Per fare ciò nell’Unione Europea gli OGM possono essere autorizzati soltanto dopo aver superato una rigorosa procedura di valutazione della loro sicurezza.
Tale procedura passa attraverso le seguenti fasi:
-  identificazione delle caratteristiche dell’OGM che possono causare effetti negativi;
-  valutazione delle possibili conseguenze di ogni effetto negativo;
-  valutazione della probabilità del verificarsi di ogni possibile effetto nocivo identificato;
-  stima del rischio collegato a ciascuna caratteristica identificata dell'OGM;
-  applicazione di strategie di gestione dei rischi derivanti dall’emissione deliberata o dall’immissione in commercio dell'OGM;
-  determinazione del rischio generale dell'OGM.
Ogni possibile rischio derivante dagli OGM per la salute umana e animale e per l’ambiente viene valutato dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che si occupa di fornire pareri scientifici, mentre ad autorizzare gli OGM sono la Commissione europea e gli Stati membri in qualità di gestori dei rischi. Le valutazioni dell’EFSA sono effettuate da un gruppo di esperti scientifici specializzati e competenti in settori quali l’allergenicità, l’ecologia, la microbiologia, la tossicologia, la fisiologia vegetale e la genetica molecolare.


I salmoni transgenici che crescono in fretta potrebbero competere con i salmoni selvatici in quanto a cibo e accoppiamento.

Approfondimenti
Le norme dell’UE sugli OGM
Le prime norme sugli OGM entrarono in vigore nel 1990 e furono arricchite e affinate nei 10 anni seguenti. Tali norme autorizzavano l’uso per scopi sperimentali di 17 diversi organismi e l’entrata nel mercato europeo di alcuni prodotti derivati da OGM (non contenenti OGM), prodotti per cui era possibile dimostrare che non c’era nessuna differenza dal punto di vista nutrizionale o tossicologico rispetto ai corrispettivi prodotti ottenuti a partire da colture convenzionali.
Nello stesso anno fu promulgata la Direttiva 90/220/CEE relativa all’immissione deliberata di OGM nell’ambiente, che fu sostituita dalla Direttiva 2001/18/CE.
Nel gennaio 2002 fu istituita dal Parlamento europeo, tramite il Regolamento (CE) n. 178/2002, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) per la valutazione del rischio nei settori della sicurezza di alimenti e mangimi, del benessere e della salute degli animali, dell’alimentazione e della protezione ambientale.
Nel 2003 col Regolamento 288/97/2003 furono emanate varie norme specifiche per regolare l’uso di OGM nella realizzazione di prodotti composti o l’impiego confinato di microrganismi geneticamente modificati; con i Regolamenti 1829/2003/CE (relativo ai mangimi geneticamente modificati) e 1830/2003/CE furono regolamentate l’autorizzazione, l’etichettatura e la tracciabilità degli alimenti e dei mangimi derivati da OGM.
Contemporaneamente la Commissione europea esprimeva la Raccomandazione 556/2003 per lo sviluppo di strategie nazionali e pratiche migliori per garantire la coesistenza tra colture transgeniche, convenzionali e biologiche, mentre il Regolamento n. 641/2004 della Commissione recava norme attuative del Regolamento n. 1829/2003 e la Direttiva 90/219/CEE, modificata dalla Direttiva 98/81/CE, regolamentava le attività di ricerca e industriali (comprese le attività di laboratorio) che comportano impieghi confinati di microrganismi transgenici.
Nel settembre 2004 fu approvata l’iscrizione di 17 varietà di mais geneticamente modificato nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole dell’Unione Europea.
Nel 2011 le piante ammesse all’importazione e al consumo erano una cinquantina, nella maggior parte mais, cotone, colza e soia.

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GENETICA, TRASFORMAZIONI, AGROAMBIENTE