Capitolo 9 Tecniche di arboricoltura da legno

CAPITOLO 9 - Tecniche di arboricoltura da legno



CONCETTI CHIAVE

  • Tecniche agronomiche dell’arboreto
  • Materiali e sesti di impianto
  • Essenze arboree, caratteristiche del materiale vivaistico
  • Arboricoltura da biomassa
  • Requisiti del legname
  • 9.1 L’arboricoltura da legno

    Con l’espressione arboricoltura da legno si intende la coltivazione di alberi con lo scopo principale di produrre legname da lavoro, che costituisce una tipologia di impianto ben diversa dall’imboschimento vero e proprio.
    Il decreto legislativo n. 227 del 18 maggio 2001, art. 2, comma 5, specifica: "Per arboricoltura da legno si intende la coltivazione di alberi, in terreni non boscati, finalizzata esclusivamente alla produzione di legno e biomassa. La coltivazione è reversibile al termine del ciclo colturale".
    Considerati gli obiettivi colturali e le finalità dell’impianto, la reversibilità della coltura costituisce uno dei principi fondamentali su cui si basa l’attuale arboricoltura da legno e ciò significa che la destinazione d’uso del terreno è relativa solo alla 9.1 impianto durata del ciclo produttivo, alla fine del guale il proprietario sarà libero di scegliere di noce da legno. una nuova tipologia di coltura. Quindi si può affermare che la coltivazione di alberi forestali per la produzione di legno è assimilabile a una qualsiasi coltivazione agronomica, che non vincola in alcun modo l’uso del suolo se non per il periodo del ciclo colturale.
    Le industrie cartiere italiane durante il secolo scorso fecero sviluppare l’arboricoltura da legno e nei tempi recenti si è passati dagli impianti mo-nospecifrci (es. pioppeti) e a ciclo medio (es. conifere) a quelli a ciclo medio-lungo con l’impiego di latifoglie finanziati con contributi europei (es. regolamento Cee 2080/92).
    L’arboricoltura da legno mira alla qualità del legno, scegliendo le giuste essenze, la stazione e la tecnica colturale appropriate; in genere gli assortimenti legnosi che corrispondono a elevati prezzi di mercato sono i tranciati e i tavoloni massicci ottenuti da latifoglie di pregio.
    La realizzazione dell’impianto dell’arboreto da legno richiede lo studio delle condizioni climatiche, della vegetazione e del suolo della zona interessata, tenendo conto di giacitura, esposizione e ventosità. Quindi, al fine di procedere alla scelta delle giuste essenze arboree e degli idonei metodi di allevamento, è richiesta una razionale analisi della stazione d’impianto comparando i dati climatico-geopedologici con quelli colturali e integrandoli con le caratteristiche agronomiche e commerciali dell’impresa agricola.

    Valutazione pedologica dei terreni destinati all’arboricoltura da legno

    Nell’ottica dell’“agricoltura sostenibile”, spetta all’indagine pedologica dare indicazioni determinanti per impostare le tecniche agronomiche e consentire la corretta gestione della “risorsa suolo”.
    Per gli impianti di arboricoltura da legno sono stati predisposti dei modelli che individuano i fattori limitanti specifici per le specie arboree maggiormente impiegate e sono stati selezionati in base alle esigenze ecologiche i parametri pedoclimatici da prendere in considerazione:
    profondità utile:indica la profondità (in cm) alla quale si trova la presenza di roccia o di orizzonti induriti o compatti o ghiaiosi che determinano condizioni edafiche sfavorevoli alla crescita delle piante e sono un ostacolo per lo sviluppo dell’apparato radicale;
    drenaggio: indica la capacità del suolo di eliminare gli eccessi idrici e rimuovere l’acqua in eccesso; è una proprietà correlata alla permeabilità e alla morfologia del suolo;
    rischio di inondazione: indica la possibilità che l’acqua (principalmente fluita da fiumi tracimati) ricopra temporaneamente la superfìcie del suolo;
    rischio di deficit idrico: indica il rischio di possibili carenze della disponibilità idrica per le piante e dipende dalle condizioni climatiche dell’area, dalla capacità del suolo di trattenere l’acqua e dalla eventuale presenza di falda;
    tessitura: indica la distribuzione percentuale nella terra fine (0 <2 mm) delle frazioni granulometriche (sabbia, limo ed argilla) che la compongono;
    pH: indica il grado di acidità o di alcalinità del suolo, espresso mediante il pH in acqua.
    Dalla valutazione della presenza dei fattori limitanti principali e di quelli secondari derivano cinque classi di orientamento pedologico (9.5).
    1. suoli favorevoli allo sviluppo delle specie;
    2. suoli favorevoli allo sviluppo delle specie, ma che evidenziano la probabile presenza di limitazioni secondarie;
    3. suoli con moderate limitazioni allo sviluppo delle specie;
    4. suoli con moderate limitazioni allo sviluppo delle specie, ma che evidenziano la probabile presenza di limitazioni primarie;
    5. suoli poco o non favorevoli allo sviluppo delle specie.




    Specie
    Caratteristiche del terreno richieste
    Attitudine(condizioni)
    Precip.(mm/anno)
    Esigenze edafiche




    Profondità
    Tessitura
    PH
    Noce
    Predilige terreni ben drenanti, con falda
    ottimale 900-1200 > 100 da F a L 6.5-7.6 fra 1 e 2 metri. Ha uno sviluppo limitato
    già su suoli subacidi (pH inferiore a 6,6)
     e teme aridità e ristagno idrico
    ottimale 900-1200 >100 da F a L6.5 - 7.6
    adatto >700 >50 da FS a FA 5-8
    non adatto <700 >50 <5,>8
    CiliegioTeme aridità e acidità del suolo ma si adatta anche a terreni calcareiottimale >950 >80 da F a L 5.5 - 7.5
    adatto>750 >40 da FS a FA 4.5 - 8.4
    non adatto <750 <40 <4.5, >8.4
    Farnia Molto esigente di umidità edafica,
    tollera la temporanea presenza di acqua
    esondata. Sopporta inverni rigidi e gelate
    tardive, ma teme ombreggiamento,
    aridità e terreni acidi o eccessivamente
    alcalini (benché si adatti anche a terreni
    calcarei)
    ottimale >900 >100L - FL - FFSA - FLA5- 7.5
    adatto >700 >60 FS - FA - AS 4.5 - 8.4
    non adatto <700 <60 < 4.5, >8.4


    9.5 Esigenze pedoclimatiche di alcune essenze da legno e caratteristiche ottimali del terreno per il loro insediamento.

    9.2 Scelta delle specie

    La scelta delle specie rappresenta una delle decisioni progettuali più importanti. Innanzi tutto occorre tenere conto delle esigenze ecologiche ed edafiche delle essenze arboree, esaminando la loro adattabilità ai parametri agronomico-ambientali della stazione in cui si intende eseguire l’impianto (9.6). Segue poi una ulteriore selezione in funzione degli obiettivi silvo-colturali da raggiungere e del ruolo che ciascuna specie è in grado di assumere nell’arboreto.
    Infine si passa alla ricerca della varietà da impiegare e della sua provenienza, paragonando le caratteristiche della zona di impianto con guelle delle zone di origine. L’impiego di essenze adatte alle condizioni stazionali, infatti, consente di produrre arboreti da legno più stabili dal punto di vista ecologico e che, guindi, necessitano di minori cure colturali e presentano maggiore resistenza agli attacchi dei parassiti (9.5).
    Oltre a un materiale vivaistico di idonea provenienza genetica e di adeguate caratteristiche gualitative, la scelta della/e specie da impiegare deriva dai seguenti criteri:
    1. definizione degli obiettivi produzione di legno da opera preferibilmente per tranciatura o sfogliatura; produzioni secondarie e consociate come biomassa, frutti, funghi; beni e servizi non economici; protezione contro il dissesto idrogeologico e l’erosione; miglioramento ambientale e paesaggistico; incremento della biodiversità;
    2. verifica delle caratteristiche e delle condizioni aziendali come ubicazione, estensione, ordinamento produttivo, capacità imprenditoriali, attrezzature, risorse e mezzi finanziari, normative e regolamenti locali;
    3. analisi delle condizioni ecologiche e pedoclimatiche guali andamento climatico (piovosità e temperatura); caratteristiche edafiche; morfologia dell’area di impianto e composizione della vegetazione esistente in situ e nei dintorni;
    4. scelta di materiale vivaistico di idonea provenienza genetica e di adeguate caratteristiche qualitative.

    9.6 Caratteristiche forestali e pedoclimatiche di alcune essenze utilizzate in arboricoltura da legno.
    Il materiale di impianto
    Le caratteristiche ideali del postime da mettere a dimora sono quelle che permettono un rapido superamento della competizione con eventuali erbe infestanti: dimensioni un impianto ex novo, medie, struttura robusta, discreta lignificazione ed equilibrato rapporto fra apparato
    radicale ed aereo. La qualità del postime dipende sia da requisiti morfo-fìsiologici sia da requisiti biometrici.
    I primi sono: fusto dritto, dotato di buona dominanza apicale; gemma api-cale ben conformata; getto terminale ben lignificato; apparato radicale ben sviluppato, sano, con buon sviluppo di radici secondarie e di capillizio; assenza di ferite e buone condizioni fìtosanita-rie; elevata vigoria; fusto e cimale ben lignificati, senza doppie punte; rami e germogli non filati; assenza di disidratazione derivante da tecniche di conservazione e/o trasporto non corretti;
    cartellino di identificazione; età di 1 o 2 anni se allevato in contenitore o da 1 a 4 se allevato a radice nuda.
    I requisiti biometrici sono: l’altezza, cioè la distanza tra la gemma apicale e i residui cotiledonari, che esprime l’entità della capacità fotosintetica; il diametro (misurato 0,5 cm al di sopra dei residui cotiledonari), che è correlato alla protezione dal disseccamento e a possibili danni da estirpo; il rapporto ipsodiametrico (h/Ø - detto anche rapporto di snellezza), che indica uno sviluppo equilibrato e armonico del postime (9.8, 9.9).
    Il materiale di impianto può essere coltivato in contenitore o a radice nuda
    ■ Le piante allevate in contenitore o fornite di zolla possono essere conservate più a lungo prima dell’impianto, mantenendo umido il substrato di coltura. La messa a dimora può essere eseguita dal periodo di riposo vegetativo fino all’inizio della ripresa vegetativa. Questo lungo periodo, che consente di mantenere l’apparato radicale ben strutturato con elevata garanzia di attecchimento, costituisce un grande vantaggio assieme a minore stress da trapianto e alla possibilità di stoccaggio e di piantumazione meccanica. Sono invece svantaggi i costi più elevati rispetto al postime a radice nuda e un minor equilibrio delle piante che possono incorrere nel pericolo di deformazione delle radici con conseguente ridotta stabilità dell’albero adulto.
    ■ Le piante a radice nuda presentano maggiore eguilibrio tra la parte ipogea e guella epigea, costano meno rispetto a guelle in contenitore, ma vanno incontro a svantaggi come il limitato periodo per la messa a dimora (che coincide solo col riposo vegetativo), maggiori stress da trapianto e necessità di protezioni all’apparato radicale per evitare i rischi di disseccamento dopo l’estrazione. I siti di coltivazione sono limitati.
    Per guanto riguarda il postime di specie fìttonanti, guello allevato in cassone è caratterizzato da un buon sviluppo dell’apparato radicale, perché lo strato inerte, che è presente sotto la terra e la torba, determina l’arresto della crescita del fìttone, favorendo lo sviluppo di più radici laterali e del capillizio radicale.





    Ø(mm)
    h (cm)
    h/ Ø
    Acero
    >1O
    >80
    70-90
    Farnia
    >5
    >35
    60-80
    Frassino
    >8
    >70
    70-90
    Noce comune
    >5
    >30
    60-80
    Noce nero
    >8
    >60
    70-90
    Ciliegio
    >9
    >80
    70-90


    9.8 Esempio di requisiti biometrici del postime di alcune specie arboree forestali.





    Postime adatto per impianti di agricoltura da legno
    Postime adatto ad utilizzi ordinari
    Specie
    Øal colletto (mm)
    H fusto (cm)
    H/Ø
    (cm/cm)
    Ø al colletto (mm)
    H fusto (cm)
    H/Ø
    (cm/cm)
    Acero
    > 10
    >80
    70-90
    >7
    >30
    30-100
    Farnia
    >5
    >35
    60-80
    >4
    > 15
    30-90
    Frassino
    >8
    >70
    70-90
    >6
    >25
    30-100
    Noce comune
    >5
    >30
    60-80
    >4
    >20
    25-90
    Ciliegio
    >9
    >80
    70-90
    >5
    >40
    30-100


    9.9 Riepilogo degli standard di idoneità colturale del materiale vivaistico di alcune latifoglie.

    9.3 Tipologie d’impianto

    Gli impianti si distinguono in base alle specie utilizzate in monospecifìci e polispecifìci, in base alla densità in impianti a bassa densità e ad alta densità, in base al ciclo produttivo in monociclici o policiclici.

    Utilizzazione delle specie

    Impianti monospecifìci (puri): sono costituiti da una singola specie, con densità d’impianto bassa. In guesto genere di impianto più ci si discosta dalle condizioni stazionali e di materiale vivaistico ottimali, più la densità d’impianto dovrà essere incrementatata. Si rende necessario, se disponibile, l’impiego di più cloni della stessa varietà, al fine di ridurre i problemi che potrebbero derivare dalla vulnerabilità deirimpianto monospecifìco.
    Impianti polispecifìci (misti): risultano dalla consociazione di più specie e sono ad alta densità. Le specie utilizzate nelle consociazioni sono distinte in:
    ■ specie arboree principali: forniscono le produzioni più pregiate e in grado di determinare la maggior parte del reddito, concentrato a fine turno oppure differito in epoche diverse. All’interno di ogni impianto vi possono essere più specie principali distanziate in modo da consentire a ciascuna pianta il raggiungimento di dimensioni idonee alla commercializzazione. Nel caso in cui si prevedano diradamenti selettivi le distanze si possono ridurre. Le specie più impiegate sono ciliegio, frassino e tiglio, acero e frassino a turno unico, farnia e noce con maturità scalare;
    ■ specie secondarie arboree o arbustive (specie d’accompagnamento): svolgono funzione di accompagnamento delle specie principali, migliorando le condizioni di crescita e la forma del fusto, la funzione di fissazione dell’azoto (es. ontano, robinia) e la funzione di produzioni secondarie; si distinguono in essenze utilizzabili come legna da ardere e per la produzione di legname (es. acero, orniello, robinia, carpino) e in essenze mellifere (es. castano, robinia, tiglio). Le specie secondarie consentono la formazione di fusti con portamento forestale, la riduzione dei diradamenti e delle operazioni di sfalcio e/o diserbo della vegetazione infestante.
    La funzione di accompagnamento può essere effettuata secondo due modalità: nell’accompagnamento laterale la pianta secondaria favorisce lo sviluppo in altezza di guest’ultima, riducendone l’espansione della chioma con miglioramento della forma e determina una minore evaporazione dell’acgua dal suolo; nell’accompagnamento dal basso le specie secondarie, in genere dal portamento arbustivo, presentano un accrescimento longitudinale più lento dell’essenza principale.
    Nel medesimo impianto possono essere utilizzate sia specie che svolgono un accompagnamento laterale sia specie con il compito di accompagnare dal basso le specie principali, nonché specie d’accompagnamento che svolgono differenti funzioni come la farnia: essa, consociata con l’ontano napoletano (Alnus cordata), sfrutta la capacità di guest’ultimo di aumentare la guantità di azoto disponibile, ottenendo contemporaneamente una forma più slanciata, apprezzata commercialmente, e una chioma più raccolta.
    Alcune essenze, denominate specie secondarie “paracadute”, possono svolgere sia la funzione di specie principale che di specie secondaria poiché possono surrogare le specie principali gualora gueste non siano in grado di conseguire gli obiettivi attesi. Le specie “paracadute” richiedono gli stessi interventi di potatura delle specie principali e vengono collocate a distanza dalle piante principali in modo da arrivare alla fine del ciclo produttivo senza effettuare il diradamento. Un esempio è rappresentato dal ciliegio che potrebbe essere utilizzato guale specie principale e contemporaneamente come specie secondaria “paracadute” in consociazione con il noce comune.
    Gli effetti positivi derivanti dalla consociazione sono:
    1. diversificazione della produzione, sia attraverso l’uso di più specie principali che diano prodotti diversi in termini qualitativi e/o temporali, sia attraverso l’uso di specie secondarie che diano produzioni complementari quali legna da ardere, biomassa, frutti, miele, ecc;
    2. diminuzione dei rischi biotici (la consociazione di più specie all’interno dell’arboreto riduce le problematiche fìtosanitarie), abiotici (è possibile che i danni da gelo, siccità, vento siano limitati a una determinata specie e non a un’altra) ed economici, derivanti dalle incertezze economiche connesse alla volatilità dei mercati e alla lunghezza dei cicli colturali;
    3. incremento della potenzialità produttiva dell’impianto, ad esempio mediante l’inserimento di specie secondarie azotofìssatrici, tramite consociazioni che meglio si adattano alle caratteristiche stazionali;
    4. innalzamento delle caratteristiche qualitative del legname, ad esempio con l’impiego di consociazioni con specie arboree secondarie che permettono di ottenere tronchi più slanciati e rami più fini rispetto a quelli ottenibili in impianti monospecifìci;
    5. riduzione e semplificazione delle operazioni colturali, grazie alla consociazione di specie d’accompagnamento che fanno sviluppare le specie principali con una forma più slanciata e con rami più fini, necessitando quindi di una potatura più semplice; nel caso di consociazione con specie secondarie arbustive a rapido sviluppo, queste coprono in breve tempo il terreno non permettendo lo sviluppo e la competizione da parte delle piante infestanti;
    6. miglioramento dal punto di vista paesaggistico ed ecologico, poiché un popolamento composto da più essenze determina un migliore effetto visivo, in termini di periodo di emissione di foglie, di forma e colore della chioma, inoltre risulta un habitat in grado di ospitare differenti specie animali.

    Densità e sesto di impianto
    Le densità utilizzate nell’arboricoltura da legno sono minori rispetto a guelle impiegate per gli imboschimenti forestali; ciò è dovuto all’impiego di materiale vegetativo geneticamente migliorato e a un maggiore ricorso alla meccanizzazione.
    Per guanto riguarda la densità, si può distinguere:
    a. densità bassa: caratteristica degli impianti monospecifìci dove la messa a dimora del postime avviene con sesti definitivi, non essendo previsto alcun diradamento. Di solito i sesti di impianto minimi sono di 6 x 6 m. Le specie da mettere a dimora devono essere selezionate e di ottima gualità, con un adeguato rapporto ipsodiametrico. Nel caso in cui le piante subiscano danno, occorre prontamente sostituirle;
    b. densità alta: è tipica degli arboreti da legno puri, misti o consociati. Il numero di piante da mettere a dimora è assai elevato rispetto a guelle sottoposte al taglio finale, perché sono previste le sostitituzioni. Il numero varia tra 400 e 1000 piante/ha a seconda delle specie impiegate. I sesti di impianto massimi sono 5 x 5 m in guadrato e 6 x 4 m in rettangolo.
    Il sesto di impianto ha lo scopo di implementare vari fattori: regolare l’illuminazione delle piante dell’arboreto, distribuzione spaziale razionale e idonea alle specie da coltivare, semplicità di esecuzione, agevolazione delle operazioni colturali. I principali sesti adottati sono: il guadrato; il rettangolo; il guadrato sfalsato; il guinconce; il settonce


    9.14 sesta in quadrato


    9.15 sesta in rettangolo


    9.16 Disposizione del sesto a quinconce


    9.17 Disposizione del sesto a settonce

    Un impianto con sesto di impianto troppo ampio è costituito da un numero limitato di piante che raggiungeranno la produzione con un rendimento economico non ottimale, mentre sesti di impianto ridotti condurranno a diradamenti precoci (“in passivo”) con danni alle piante per stress da competizione.
    Gli elementi da prendere in considerazione per decidere il sesto di impianto sono:
    ■ le specie utilizzate: piante eliofile e/o con chioma larga richiedono più disponibilità di spazio rispetto a guelle sciafile con chioma stretta;
    ■ la tipologia di impianto: nel caso di impianti monospecifìci, le distanze devono essere superiori rispetto a quelli con più specie principali e con caratteristiche silvo-colturali complementari:(9,18 e 9,19)
    ■ gli obiettivi colturali: il diametro minimo a cui si vuole eseguire il primo diradamento ed il diametro minimo di utilizzazione a fine turno;
    ■ l’ubicazione del terreno: gli impianti esposti a mezzogiorno richiedono distanze inferiori di quelli posti su forti pendenze;
    ■ la fertilità del terreno: impianti posti su terreni di buona fertilità possono essere realizzati con distanze più ridotte;
    ■ la modalità di potatura che si intende applicare: potature intense determinano la formazione di chiome più espanse e quindi distanze superiori;
    ■ il grado meccanizzazione.




    Specie   principali/ Specie secondarie Robinia
    Olivello
    di
    Boemia
    Ontano
    nero
    Ontano
    napoletano
    Olmo
    campestre
    Carpino
    nero
    Carpino
    bianco
    Acero
    campestre
    Nocciolo
    Sambuco
    Umbellata
    Magaleppo
    Sanguinella
    Ciliegio
    Frassino maggiore
    Frassino ossifillo
     Acero montano 
    Castagno

    4-5 m
    3-4 m
    2,5-3,5 m
    2- 3 m
    1,5-2 m
    Noce comune
    Noce nero
     Farnia
     Rovere
     Ciavardello

    -
    4-5 m
    3-4 m
    2,5-3,5 m
    2-2,5 m


    9.18 Distanze di sesto previste nell'arboricoltura da legno per la progettazione di impianti polispeci-fìci.




    Specie
    Sesti iniziali (m)
    Sesti finali (m)
    Numero piante/ha
    Acero campestre
    3x3 - 2,5x4
    6x6 - 6x6- 7x7
    da 204 a 1 1 1 1
    Acero montano
    3x3 - 2,5x4
    6x6 - 6x7 - 7x7
    da 204 a 1 1 1 1
    Carpino bianco
    3x3 - 2,5x4
    6x6 - 7x7 - 8x8
    da 156 a 1 1 1 1
    Ciliegio selvatico
    3x3 - 2,5x4
    6x6 - 6x7 - 7x7 - 8x8
    da 156 a 1 1 1 1
    Farnia
    3x3 - 2,5x4
    8x8 - 10x10 - 12x12
    da 69 a 1 1 1 1
    Frassino maggiore
    3x3 - 2,5x4
    6x6 - 6x7 - 7x7 - 8x8
    da 156 a 1 1 1 1
    Noce europeo
    5x5
    10x10 - 12x12 - 14x14
    da 51 a 1 1 1 1
    Olmo campestre
    3x3 - 2,5x4
    6x6 - 6x7 - 7x7
    da 204 a 1 1 1 1
    Ontano nero
    3x3 - 2,5x4
    6x6 - 7x7
    da 204 a 1 1 1 1
    Orniello
    3x3 - 2,5x4
    6x6 - 6x7 - 7x7 - 8x8
    da 156 a 1 1 1 1
    Ossifillo
    3x3 - 2,5x4
    6x6 - 8x8
    da 156 a 1 1 1 1
    Rovere
    3x3 - 2,5x4
    8x8 - 10x10 - 12x12
    da 69 a 1 1 1 1
    Tiglio selvatico
    3x3 - 2,5x4
    6x6 - 6x7 - 7x7
    da 204 a 1 1 1 1


    9.19 Sesti d’impianto consigliati per impianti da legno monospecifìci.

    Approfondimento

    Superficie per pianta proiettata dalla chioma

    Per quanto riguarda la distribuzione spaziale degli alberi in sesto geometrico, vanno considerati i 2 parametri: l’area di incidenza (s) + formula di ogni pianta e la distanza media (l) di una pianta dall’altra.


    Approfondimento

    Superficie per pianta proiettata dalla chioma

    Considerato per piante con chioma perfettamente circolare e di uguale dimensione, l’area di suolo coperto (in %) quando le chiome entrano in contatto laterale. Il sesto a settonce è quello che realizza la migliore copertura.


    Approfondimento

    Schema di impianto polispecifico con specie d’accompagnamento



    Cicli produttivi

    Gli impianti monociclici sono costituiti da piante principali con lo stesso ciclo produttivo, mentre quelli policiclici hanno cicli produttivi di lunghezza differente: a ciclo medio-lungo, a ciclo breve o a ciclo brevissimo.
    Essi utilizzano tutta la superfìcie produttiva, in particolare quando si impiegano piante principali a legname pregiato, caratterizzate da esigenze di spazio a fine ciclo e da accrescimento relativamente lento. Considerato che le piante principali sono poste a circa 9-12 m l’una dall’altra, si rende possibile lo sfruttamento per alcuni anni della superfìcie che lasciano libera con piante principali di specie ad accrescimento molto più rapido. In tal modo, nel tempo richiesto per la produzione di legname di pregio a ciclo medio-lungo, dal medesimo appezzamento si ottiene anche legname di pregio a ciclo breve e/o biomassa legnosa a ciclo brevissimo (9.20).
    In fase di progettazione dell’impianto policiclico occorre tener presente che:
    1. le piante del medesimo ciclo devono essere poste alla distanza definitiva;
    2. le piante si devono collocare alle distanze minime che consentano il raggiungimento dello sviluppo nel più breve tempo possibile;
    3. le distanze a cui saranno disposte le piante con cicli produttivi differenti devono essere tali da non favorire la competizione negativa tra loro e con le piante principali a ciclo più lungo.
    Gli impianti policiclici, a parità di superfìcie, producono quantità di materiale legnoso più elevate rispetto agli impianti monociclici; con produzione diversificata in termini di assortimenti, permettendo così di limitare i rischi finanziari da parte dell’imprenditore agricolo.




    Tipologie di piante
    Distanza (m)
    Piante principali a ciclo medio-lungo    
    •    noce comune, ciliegio selvatico, frassino maggiore e ossifìllo, acero spp. e sorbi spp.
    •    farnia e rovere
    9 -10
    10 - 2
    Piante principali a ciclo breve
    • cloni di pioppo per produrre tronchi di 30-35 cm di diametro
    6-7
    Piante principali a ciclo brevissimo
    •    tra le file
    •    sulla fila
    2,5-3,5
    0,5-3
    Piante principali a ciclo breve (pioppo) e a ciclo medio-lungo
    • per tronchi di 30 cm di diametro a sviluppo completato
    • per tronchi di 40 cm di diametro a sviluppo completato
    7
    8
    Piante principali a ciclo brevissimo e a ciclo medio-lungo
    i per piante a ciclo brevissimo con rapidità di crescita simile a quella del pioppo •' in altri casi
    7
    3,5-4
    Piante principali a ciclo a brevissimo e breve
    3,5-4
    Piante principali e piante accessorie arboree e arbustive
    •    piante accessorie arboreee
    •    piante accessorie arbustive
    3-4
    2


    9.20 Distanze minime d’impianto in funzione del ciclo e delle specie utilizzate.

    Lunghezza dei cicli per le diverse produzioni
    Per la produzione di materiale legnoso a cicli diversi sono necessari:
    cicli medio-lunghi (oltre 20 anni) per alcune specie quali il ciliegio, i frassini, il noce, le querce, i sorbi;
    cicli brevi (da 8 a 12 anni) per il pioppo.
    Per la produzione di biomassa legnosa:
    cicli brevissimi(da 1-2 fino a 5-7 anni) con specie quali i carpini, il pioppo, il platano, l’olmo, la robinia, il salice.

    Approfondimento

    Arboricoltura da biomassa a scopo energetico

    Arboreti specializzati per la produzione di biomassa legnosa a scopo energetico
    Gli arboreti specializzati per la produzione di biomassa legnosa a scopo energetico presentano un modello com-positivo-strutturale geometrico e regolare, da un efficiente livello di meccanizzazione nelle operazioni di messa a dimora delle piante, dalla esecuzione delle operazioni colturali e dalla periodica utilizzazione a fine del turno. Si tratta di impianti piuttosto recenti, la cui superfìcie è in crescita.
    A seconda della lunghezza del turno di ceduazione, tali impianti si possono suddividere in due categorie principali:
    1. arboreti da biomassa a turno breve (SRF - Short Rotation Forestry) (9.22);
    2. arboreti da biomassa a turno medio (MRF - Medium Rotation Forestry (9.23).

    Arboreti da biomassa a turno breve (SRF)
    Sono impianti che presentano una densità molto elevata (circa 8.000-12.000 piante/ha, fino a un massimo di 20.000 piante/ha).
    Le specie arboree utilizzate sono il pioppo, il salice, l’eucalipto, la robinia, la paulownia. Si tratta di popolamenti puri, monospecifìci. Il turno di ceduazione varia da 1 a 2-3 anni. Recentemente sono state eseguite coltivazioni di queste specie (es. pioppo) a turno quinquennale o anche più lungo. Negli impianti con turno annuale la densità giunge fino a 14.000 piante/ha, con disposizione delle piante in file binate.
    Le distanze sono di 2,8 metri tra le bine, 0,7-0,8 metri tra le file delle bine e 0,4-0,7 metri lungo la fila. Negli impianti con turno biennale si possono disporre le piante in file singole con una densità più ridotta rispetto al turno annuale, pari a 6.000-10.000 piante/ha.
    Negli impianti con pioppo solitamente si impiegano cloni specializzati, assai produttivi e molto resistenti dal punto di vista fìtosanitario.
    Il modello europeo di SRF prevede una densità di 6.00014.000 piante/ha, disposte in fila singola o binata, con ceduazioni annuali o biennali (talvolta anche triennali). Il modello americano di SRF si differenzia da quello europeo perché la densità è più bassa, pari a circa 1.000-1.500 piante/ha), con turni di 5-7 anni.
    Nel Nord Italia gli impianti SRF con cloni di pioppo a turno annuale producono circa 30-40 t/ha/anno di sostanza fresca. Le operazioni colturali di questa tipologia di impianti sono completamente meccanizzate. La raccolta viene eseguita nel periodo di riposo vegetativo (da novembre a marzo) con trinciatrici modificate e con raccogli-cippatrici. Le trinciatrici sono impiegate per i turni annuali o biennali. Le raccogli-cippatrici eseguono il taglio di polloni anche di notevole diametro, fino a 30 cm di diametro, con una produttività di circa 20 t/ora di cippato.
    L’elevata densità che caratterizza gli impianti SRF a turno annuale o biennale permette di ottenere, a fine turno, piante con dimensioni molto ridotte, tanto che il legno cippato è spesso l’unica tipologia di prodotto a scopo energetico derivante da questi popolamenti. La durata degli impianti SRF impianti è di circa 12-15 anni. Le ceppaie di pioppi e salici, considerato che si tratta di specie a legno tenero, possono manifestare marcescenza e perdita della capacità pollonifera, quest’ultima causata dalla frequenza dei tagli.

    Arboreti da biomassa a turno medio (MRF)
    Negli arboreti a turno medio la densità è molto più bassa rispetto ai popolamenti di SRF, generalmente intorno alle 1.500 piante/ha; inoltre vi è una maggiore distanza tra le file e tra le piante lungo le file stesse. Le specie impiegate sono frassino ossifìllo, olmo campestre, platano, robinia, caratterizzate da velocità di accrescimento, notevole densità del legno ed elevata e costante capacità pollonifera. Il sesto d’impianto è più articolato rispetto alla Short Rotatìon Forestry.

    Modulo d’impianto di un arboreto misto da biomassa a turno medio
    Considerata l’elevata rapidità di crescita delle essenze impiegate, il turno periodico di ceduazione è di 5-6 anni. L’assortimento ottenibile è legno cippato e legna da ardere in pezzi. La raccolta avviene con l’impiego di harve-ster, che sono macchine in grado di abbattere, sramare e depezzare i tronchi. I tempi e i costi per tale tipo di cantiere risultano essere maggiori rispetto a quelli raggiunti con la raccogli-cippatrice.
    Considerato che il turno di ceduazione degli impianti MRF non provoca lo spossamento delle ceppaie e la perdita della loro capacità pollonifera, visto anche che il legno duro delle essenze utilizzate non presenta problemi di marcescenza, la vita media degli MRF può superare i 60-70 anni.




    Modello
    di
    coltivazione
    Turno
    di ceduazione
    Specie
    impiegate
    Densità di impianto (piante/ha)
    Produttività
    (t/ha1 anno di sostanza secca)
    Modello
    europeo
    Ceduazioni annuali
    Clone di pioppo
    “Pegaso”
    12.689
    16,2
    Ceduazioni biennali con fila singola
    Pioppi e salici
    -
    12-15 con punte di 20
    Robinia
    8.000-12.000
    11,1 - 12,5
    Ceduazioni biennali con fila binata
    Pioppi
    10.000
    11,5
    Salici
    10.000
    12,2
    Modello
    americano
    Turno 5 anni, 1° turno
    Pioppo bianco
    1.667
    7,9
    Clone “Monviso”
    11, 1
    Pioppo
    1.333
    16,2
    Turno 5 anni, 2° turno
    Pioppo
    1.333
    14,7
    Turno 5 anni, 1° turno
    Salice
    16,2
    Turno 5 anni, 2° turno
    Salice
    1.333
    20,3
    Turno 5 anni, 1° turno
    Robinia
    1.500
    6,6


    9.22 Dati relativi alla produttività delle colture di SRF in Italia.




    Epoca del taglio nel ciclo di vita dell’arboreto
    Produzione stimata
    Produttività media/ha dell’arboreto allo scadere del 1° turno, quando l’arboreto ha 5 anni di età
    110-125 t/ha
    Produttività/ha/anno dell’arboreto in relazione al 1° turno
    22-25 t/ha/anno
    Produttività media/ha dell’arboreto allo scadere del 3° turno, quando l’arboreto ha 15 anni di età
    220-225 t/ha
    Produttività/ha/anno dell’arboreto in relazione al 3° turno
    44-45 t/ha/anno


    9.23 Produttività a fine turno di un arboreto da biomassa a turno medio.

    Realizzazione dell’impianto

    Le operazioni per iniziare la realizzazione di un impianto riguardano la preparazione del terreno, la messa a dimora, la pacciamatura e le protezioni.

    Preparazione del terreno
    Le operazioni iniziano con il decespugliamento, tramite l’utilizzo di una lama frontale o di una decespugliatrice-spietratrice installata su una trattrice a cingoli; seguono la deceppatura o frantumazione per eliminare le ceppaie presenti e la trinciatura dei sarmenti. Viene poi rimodellata e livellata la superfìcie e si esegue una ripuntatura profonda (profondità circa 80-100 cm, con passaggi incrociati). Si esegue poi una profondità con obice concimazione di fondo che consente di apportare al terreno elementi nutritivi al fine di favorire un rapido sviluppo iniziale delle piante. Si possono utilizzare concimi organici (letame, liguami, residui oganici vegetali) e concimi minerali, organo-minerali, a lenta cessione o a cessione controllata. È consigliabile rapporto di 40-60 t/ha di letame maturo. In base alla dotazione di fosforo e potassio nel terreno, si possono distribuire fino a 150-200 kg/ha di P205 e 200-250 kg/ha di K20. Seguono l’aratura (a una profondità di almeno 40 cm) e la fresatura grossolana.
    Una volta stabilito il sesto di impianto, si procede con le operazioni di tracciamento. Fissati i margini deirimpianto e calcolati alla distanza prestabilita i punti del sesto di impianto, si passa a contrassegnare i punti in cui effettuare le buche. Queste possono essere realizzate a mano o con trivella e devono avere dimensioni minime di 30 cm di diametro e 40 cm di profondità, da estendere a 60 cm gualora, oltre alla pianta, venisse posto anche del letame maturo.
    In base al materiale riproduttivo disponibile si hanno le seguenti possibilità:
    1. messa a dimora di postime a radice nuda: eseguendo un taglio netto, senza sfìlacciamenti, si eliminano le radici danneggiate e si accorciano guelle più sottili per favorire la produzione del capillizio radicale. Si effettua l’imbozzimatura dell’apparato radicale immergendolo in una miscela di acgua, terra e letame in parti uguali;
    2. messa a dimora di postime in zolla: occorre eliminare i rametti danneggiati e con biforcazioni. Nel caso in cui le piantine presentino una chioma abbondante, occorre potare alcuni rami in modo da limitare le perdite d’acgua per traspirazione;
    3. messa a dimora di postime in contenitore: si asporta il contenitore, e si potano le radici che fuoriescono dal pane di terra. È molto utile l’uso del bastone trapiantatore;
    4. messa a dimora di talee;
    5. semina diretta: si esegue, in genere, solo su appezzamenti di modesta dimensione e in condizioni stazionali non ottimali per le specie scelte, tenendo conto che, in seguito, le cure colturali comporteranno un notevole impiego di manodopera specializzata.

    Pacciamatura
    Al fine di controllare e contenere la competizione esercitata dalla vegetazione infestante, si può adottare la tecnica della pacciamatura in modo tale da contenere la vegetazione infestante e l’evaporazione di acgua dal suolo, aumentando così la disponibilità idrica per la pianta. Si possono impiegare diversi materiali:
    a. sostanze plastiche, guali polietilene (PE), etil-vinil-acetato (EVA), da stendere sul terreno prima dell’impianto; il telo deve avere uno spessore minimo di 80 micrometri;
    b. sostanze organiche, guali paglia, dischi in fibra di legno, trucioli o legno triturato, pula di riso, cortecce.
    I vantaggi della pacciamatura sono: controllo totale sulla vegetazione infestante al piede della piantina; veloce attecchimento delle piantine; incremento della temperatura del suolo poiché evita forti sbalzi di temperatura del suolo tra il giorno e la notte garantendo condizioni più consone alle radici; maggiori riserve idriche a disposizione della piantina. In alternativa alla pacciamatura si possono effettuare sarchiature manuali intorno alle piantine oppure lavorazioni meccaniche (erpicature, fresature, discature).

    Protezioni
    Le piante devono essere protette da eventuali danni provocati dalla fauna selvatica e/o dagli animali al pascolo. Varie sono le tipologie di danno che può essere arrecato all’arboreto: lesioni da brucature su gemme o germogli provocate da lepri, conigli e roditori; lesioni da sfregamento sul fusto causato dal palco degli ungulati; scortecciamento lungo il fusto e al colletto determinato da roditori e ungulati che si nutrono della corteccia.
    La scelta del tipo di protezione, che può essere naturale o artificiale, è correlata all’essenza arborea da difendere e alla specie animale presente sul territorio.
    Le protezioni naturali, che purtroppo hanno un’efficacia limitata, impiegano essenze vegetali (spinose, non appetibili) sia per costituire siepi come barriera attorno all’impianto sia come vegetazione di accompagnamento a protezione della singola pianta.
    Le protezioni artificiali (shelter) da collocare, ad un’altezza minima di circa 60 cm, attorno alle singole piante o direttamente sul fusto, sono costituite da: manicotti plastici alveolari (in polipropilene o polivinilcloruro), reti con maglie fini o larghe in plastica o in metallo, manicotti in cartone, protezioni spiralate (tubi semirigidi in materiale plastico che si allargano con l’accrescimento diametrico del fusto).
    Le protezioni individuali offrono i seguenti vantaggi: migliorano l’accrescimento longitudinale delle piantine durante i primi anni; permettono l’individuazione delle piantine durante l’esecuzione delle operazioni colturali; causano minori problemi durante la distribuzione di diserbanti e di sfalcio lungo la fila. Gli svantaggi sono: eventuali danneggiamenti a carico del fusto nel punto di contatto con la protezione; ostacolo alle potature; formazione di piante filate; strozzature su rami o sul cimale (tubi in rete); sviluppo di malattie crittogamiche; esigenza di smaltimento.

    Gestione dell'impianto

    Successivamente alla messa a dimora o alla semina, le piante richiedono cure colturali guali: risarcimenti, diserbi, concimazioni, inerbimenti, irrigazioni, potature e diradamenti.

    Risarcimenti
    Consistono nella sostituzione degli esemplari morti per varie cause durante i primi anni successivi all’impianto. Si tratta di un’operazione necessaria per le specie principali, specialmente durante i primi 3-5 anni dall’impianto, e facoltativa per guanto riguarda gli impianti da legno ad alta densità, relativamente alle specie d’accompagnamento, se interessate in misura non rilevante. Nel caso degli impianti a bassa densità, il risarcimento è un intervento obbligatorio perché tutte le piante devono giungere a fine ciclo. Le piantine vanno sostituite con materiale della stessa specie, provenienza ed età.
    Considerato l’elevato valore delle essenze impiegate in arboricoltura da legno, bisogna ridurre al minimo le fallanze allo scopo di evitare la disomogeneità nella gualità e nella pezzatura dei materiali a fine ciclo, nonché per contenere i costi di reimpianto.
    Un cenno particolare meritano gli impianti che sono oggetto di finanziamenti pubblici, in guanto la sostituzione delle fallanze è resa obbligatoria nel pieno rispetto delle indicazioni delle relative circolari attuative.

    Controllo delle infestanti
    Per evitare la concorrenza tra le piantine o i semenzali utilizzati negli arboreti da legno da parte di specie spontanee erbacee e arbustive, è possibile praticare interventi con mezzi meccanici e chimici.
    I primi sono fresature, discature e sarchiature che hanno anche lo scopo di ridurre l’evaporazione dell’acgua dal terreno e aumentare l’aerazione del suolo, favorendo lo sviluppo delle piantine. Gli interventi chimici si eseguono con diserbanti ad azione sistemica o di contatto su piante che abbiano superato il terzo anno dall’impianto per ridurre i rischi di fìtotossicità, lungo le file o solo in prossimità della pianta arborea evitando di colpire le parti verdi.

    Inerbimenti
    Il terreno può essere inerbito anche con essenze erbacee azotofìssatrici, sia sulla fila che tra le file, in modo naturale o artificiale, per ridurre l’erosione e gli interventi irrigui. Si renderanno necessari durante l’anno alcuni interventi di sfalcio della vegetazione erbacea naturale.

    Concimazioni
    La concimazione post-impianto si esegue solo in caso di piante stressate, prima delle operazioni di potatura e dopo guelle di diradamento o nel caso in cui si manifestino gravi carenze nutrizionali, in base alla dotazione del terreno.
    La distribuzione degli elementi minerali (9.29) viene effettuata nell’area di insistenza delle chiome, tramite interramento (con erpice, fresa, ecc.) o concimazione fogliare.




    Apporti in kg/ha
    Macroelemento
    Suolo
    fertile
    Suolo
    medio
    Suolo
    povero
    Azoto (N)
    (non con azoto fissatori)
    5-10
    10-20
    20-30
    Fosforo (P)
    20-30
    30-40
    40-60
    Potassio (K)
    50-60
    60-70
    70-80


    9.29 Alcuni macroelementi e loro apporti espressi in kg/ha.

    Irrigazioni
    In condizioni normali le piantagioni da legno non necessitano di irrigazione, ma se l’andamento climatico è tale da comportare periodi di siccità durante la stagione primaverile-estiva, determinando situazioni di stress idrico, occorre intervenire con apporti d’acgua localizzati. L’irrigazione influisce positivamente sull’accrescimento delle essenze.

    Potatura
    Il fine della potatura è allevare piante con fusti dritti e cilindrici, di lunghezza ottimale, con assenza di nodi, per poi ottenere assortimenti legnosi apprezzati dal punto di vista commerciale.
    In particolar modo, per produrre legno di gualità, sono necessarie due tipologie di potature: di formazione e di produzione.


    9.30 Zone di potatura di un albero tipo


    9.31 Allevamento di un albero tipo tramite i corretti tagli di potatura.
    ■  La potatura di formazione consente di mantenere la dominanza apicale per formare fusti dritti, con altezza elevata e chiome eguilibrate. Non interessano le specie d’accompagnamento o guelle che verranno abbattute con i diradamenti.
    È un intervento colturale che viene eseguito entro il primo o il secondo anno di vegetazione, successivamente alla piantumazione, prima della ripresa vegetativa.
    Si tagliano le doppie punte o i rami concorrenti con il cimale, oppure guest ultimo se risulta danneggiato, per consentire lo sviluppo di un ramo sostitutivo. Si eliminano i rami vigorosi, in particolare quelli con sviluppo ascendente che potrebbero competere con l’apice vegetativo. Non si tagliano i rami laterali di piccole dimensioni, che saranno eliminati con la potatura di produzione una volta raggiunto il diametro di 3 cm. Uno degli obiettivi principali della potatura di formazione è l’altezza minima del fusto che per il legno da trancia deve essere almeno di 3 metri.
    ■  La potatura di produzione consiste nell’innalzare la parte basale della chioma, eliminando i rami più bassi, fino a 2/3 dell’altezza totale della pianta per impedire la formazione di nodi e le alterazioni cromatiche del legno.


    9.32 Potatura di produzione di un albero tipo.
    Gli interventi cesori, detti di spalcatura, si eseguono prima che i rami laterali superino i 3 cm di diametro e continuano fino al raggiungimento della lunghezza ottimale per l’assortimento commerciale del legname. Sono operazioni colturali che generalmente si eseguono durante il riposo vegetativo, da novembre a marzo. Durante il periodo estivo si può effettuare il raccorciamento dei rami per contenerne il vigore. I tagli devono essere netti, in modo da ottenere una rapida cicatrizzazione tissutale e anche per evitare le colorazioni anomale del legno. Particolare attenzione va prestata nel rispettare il cercine poiché i rami si devono potare ortogonalmente alla direzione di crescita.


    9.33 Schema di esecuzione di un corretto taglio di potatura.
    Gli interventi cesori si possono classificare in:
    a. potatura ad astone: tramite la guale si stimola la crescita della gemma apicale taglio di potatura. eliminando tutti i germogli che crescono lungo il fusto a partire dal primo di vegetazione, dall’inizio della stagione vegetativa fino a fine luglio. Le potature si concludono guando il fusto ha raggiunto l’altezza minima di 3 metri per la tranciatura: si ottiene così un fusto diritto, cilindrico e senza nodi. Occorre che le piante, durante i primi 6-7 anni, siano dotate di un tutore poiché, data l’intensità della potatura, possono essere soggette a stroncature a livello del pedale e/o ribaltamenti;
    b. potatura progressiva: a partire dall’anno successivo alla messa a dimora, si esegue il taglio dei rami in grado di competere con l’apice vegetativo principale dell’astone, o di quelli con diametro di circa 3 cm. In questo modo si ottiene un fusto simmetrico e con un unico asse di sviluppo, perpendicolare al terreno. Le piante così potate sono ben equilibrate e non richiedono tutori;
    c. potatura replicativa: nel periodo estivo o poco tempo prima, si tagliano i rami prodotti l’anno precedente, con gemma apicale posta al di sopra del punto di inserzione del ramo, ottenendo un fusto con pochi nodi. Con questa tecnica la pianta non subisce stress da taglio e, ripetendo le stesse operazioni fino a che il fusto non raggiunge l’altezza prevista, viene costretta a ripetere più volte la stessa forma architettonica;
    d. riceppatura: si esegue la ceduazione a livello del colletto stimolando il ricaccio di polloni. Prima del periodo estivo si seleziona un nuovo pollone destinato a sostituire il fusto principale. Questa operazione si può eseguire solo su piante vigorose con massimo 3 anni di età.

    Diradamenti
    Negli impianti ad alta densità, dopo i primi anni di sviluppo, si verifica tra le piante una competizione tale che per ottenere un importante miglioramento della qualità commerciale dei fusti occorre procedere con i diradamenti, riducendo la densità di impianto. Il diradamento offre i seguenti vantaggi: innalzamento della stabilità meccanica degli alberi, omogeneo ed armonico sviluppo delle piante negli impianti misti, omogeneo e regolare sviluppo radicale, miglioramento delle caratteristiche tecnologiche del legno, realizzo di redditi secondari (biomassa legnosa asportata) e incremento del valore economico degli assortimenti legnosi.
    Per decidere l’epoca ottimale in cui eseguire il diradamento, si deve tener conto di alcuni parametri: riduzione dello sviluppo apicale dei germogli, presenza di rami e nuovi germogli posizionati nella metà superiore della pianta, diminuzione degli incrementi diametrici, riduzione dell’accrescimento delle essenze arbustive ed erbacee sottostanti la chioma. Per quanto riguarda gli impianti consociati, le prime essenze da asportare sono quelle con una funzione di accompagnamento a ciclo breve per impedire la competizione con le essenze primarie a ciclo lungo.

    Tipologie di diradamento
    In base al tipo di impianto attuato, i sistemi di diradamento vengono classificati in tre gruppi:
    1. diradamenti selettivi: sono abbattute le piante che presentano caratteristiche negative dal punto di vista qualitativo e/o fìtosanitario e quelle in grado di competere con altre di migliore pregio e di più elevato valore economico sul mercato. Negli impianti misti il diradamento selettivo si esegue solitamente dopo 2-3 diradamenti geometrici;
    2. diradamenti geometrici: le piante sono abbattute secondo schemi prestabiliti, ad esempio in modo alternato sulla fila: una ogni 3-4 piante, oppure: una fila ogni 2, 3 o 4 file. Questi diradamenti si eseguono in impianti omogenei con sviluppo uniforme. Si abbattono le specie secondarie o d’accompagnamento ottenendo in breve tempo elevate masse legnose e lasciando in piedi futuri assortimenti di maggiore qualità e dimensione. Le piante che residuano dopo il diradamento, risulteranno regolarmente distribuite sull’appezzamento;
    3. diradamenti misti: sono una combinazione tra le tipologie precedenti, eseguibili in popolamenti misti a file o a gruppi, dove oltre al diradamento sistematico o geometrico di alcune file si abbina quello selettivo riguardante le essenze codominanti o di scadente qualità.


    9.35 Schema di diradamento geometrico su impianto misto.

    Assortimenti legnosi e requisiti del legname

    L’arboricoltura da legno ha come obiettivo la produzione di assortimenti di pregio utilizzati nell’industria del legno (9.36). La gualità e il pregio di un legname sono relativi alle trasformazioni o agli usi più richiesti dal mercato che ne stabilisce le caratteristiche tecnologiche ed estetiche per essere razionalmente trasformato e per far fronte alle richieste in base a precise destinazioni commerciali. Ogni destinazione, infatti, richiede reguisiti specifici e la diversa idoneità è in funzione della specie legnosa, delle dimensioni del materiale, della presenza o assenza difetti.
    La redditività degli impianti di latifoglie pregiate è subordinata all’ottenimento di assortimenti dedicati alla produzione di tranciati o di sfogliati e di segati.
    I requisiti qualitativi del legname richiesti dal mercato (9.37) sono descritti di seguito.
    1. Legno da trancia: per questo impiego sono idonee quelle essenze che hanno legno compatto (es. noce, farnia, ciliegio). Gli standard qualitativi richiesti sono molto elevati: ad esempio il toppo, cioè il piede dell’albero, che rimane nel terreno dopo il taglio, deve essere lineare per tutta la lunghezza e non deve presentare eccentricità, ferite, nodi ed altri difetti.
    2. Legno da sfogliato: per questa tipologia di lavorazione viene usato in genere legno tenero (es. pioppo), ma di recente sono state adottate tecniche idonee anche per legni più duri (es. querce). I requisiti qualitativi in termini di difetti sul tronco sono analoghi a quelli già indicati per la trancia.
    3.  Legno da sega: per questo assortimento è adatto il legno di qualsiasi specie; può essere accettata la presenza, entro certi limiti, di difetti sul fusto e nel legno, a patto che non sia compromessa la sua lavorabilità in termini di segagione.
    L’internazionalizzazione del mercato del legno ha imposto un sistema comune per la valutazione delle suddette caratteristiche, costituito dalle normative tecniche di riferimento (UNI, EN e ISO) le quali recepiscono e integrano gli usi e le consuetudini solitamente adottati dagli operatori del settore legno per regolamentare gli scambi.
    Quasi tutte le normative vigenti, relative alla qualità del legno con finalità commerciali, regolano la classificazione degli assortimenti legnosi commerciali e riguardano principalmente tondame e segati.
    A partire dal 3 marzo 2013 è entrato in in vigore il regolamento UE n. 995/2010 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 ottobre 2010, che regola il commercio del legname. Il campo di applicazione non comprende solo il legname in senso stretto, ma anche legno massello, compensato, pasta, carta e cartone. Le nuove norme vieteranno la commercializzazione nel mercato UE di legname illegale o di prodotti derivanti da legname tagliato illegalmente. Inoltre, gli operatori che commercializzano per la prima volta legname e prodotti del legno sul mercato dell’Unione saranno obbligati a conoscerne la provenienza e prendere gli opportuni provvedimenti per verificare che sia stata rispettata la legislazione vigente nel paese di riproduzione. 
    Gli operatori lungo la filiera dovranno registrare da chi hanno acquistato il legname o i prodotti del legno e a chi li hanno venduti.




    Specie
    Ardere
    Cartiera
    Ebanistica
    Falegnameria
    Parquet
    Segheria
    Sfogliatura
    Tranciatura
    Acero campestre
    Basso
    Basso
    Medio
    Medio
    -
    Medio
    -
    Medio
    Acero montano
    Basso
    Basso
    Medio
    Medio
    -
    Medio
    -
    Medio
    Carpino bianco
    Medio
    -
    Basso
    Medio
    -
    Medio
    -
    -
    Ciliegio selvatico
    -
    -
    Medio
    Medio
    Medio
    -
    -
    Alto
    Farnia
    Basso
    -
    -
    Medio
    Medio
    -
    -
    Medio
    Frassino maggiore
    Medio
    -
    Medio
    Medio
    -
    -
    -
    -
    Noce europeo
    -
    -
    Alto
    Alto
    -
    -
    -
    Alto
    Olmo campestre
    Medio
    Basso
    Medio
    Alto
    -
    Medio
    Medio
    Medio
    Ontano nero
    Basso
    -
    Alto
    -
    -
    Medio
    -
    -
    Orniello
    Medio
    -
    Medio
    Medio
    -
    -
    -
    -
    Ossifìllo
    Medio
    -
    -
    -
    -
    Medio
    Medio
    Medio
    Rovere
    Basso
    -
    -
    Medio
    Medio
    -
    -
    Medio
    Tiglio selvatico
    -
    -
    Basso
    Medio
    -
    Basso
    -
    -


    9.36 Impieghi e valore economico del legno ottenuto.




    Assortimento legnoso
    Requisiti dimensionali minimi
    Da trancia
    Non definibili (solitamente sono richiesti  Ø > 25 cm h > 2,5 m)
    Da sfogliato
    Ø > 22 cm h > l,3m
    Da sega
    Ø > 18 cm h > 1 m


    9.37 Requisiti dimensionali minimi di assortimenti legnosi

    Approfondimento

    Principali caratteristiche commerciali del legname da trancia

    - Specie più utilizzate: noce comune, ciliegio, acero, frassino, rovere.
    - Diametro minimo: 30 cm.
    - Lunghezza minima: 2,5-3,0 m.
    - Nodosità: limitata con nodi vivi nei IO cm più interni del tronco.
    - Colore: omogeneo e preferibilmente chiaro.
    - Accrescimenti diametrici: regolari nel tempo.
    Per ottenere del legname adatto alla tranciatura è fondamentale rispettare alcuni requisiti:
    a. il tronco deve essere il più possibile diritto, senza biforcazioni, con sezione rotonda, senza lesioni e con accrescimenti diametrici il più regolari possibile;
    b. i rami devono essere di piccola dimensione, con orientamento il più possibile orizzontale e distribuiti regolarmente; i rami si devono eliminare prima che si secchino al fine di evitare nodi passanti, che rappresentano un grave difetto dal punto di vista commerciale o che il tronco superi il diametro di 10-12 cm nel punto di inserzione del ramo stesso.

    RIASSUMENDO

    • L’arboricoltura da legno è la coltivazione di alberi allo scopo principale di produrre legname da lavoro. Tale coltivazione è reversibile al termine del ciclo colturale.
    • La realizzazione dell’impianto dell’arboreto da legno richiede l’analisi delle condizioni climatiche, della vegetazione e del suolo della zona interessata, in base alla quale si possono scegliere le essenze più idonee.
    • Gli impianti possono essere monospecifìci o polispe-cifìci, costituiti cioè da una sola consociazione di specie principali o con specie secondarie di accompagnamento e possono essere a densità bassa o alta, a seconda dei vari sesti di impianto.
    • In base ai cicli produttivi gli impianti si distinguono in monociclici e policiclici in cui le piante principali presentano una differente durata del ciclo.
    • Per realizzare un impianto le prime operazioni sono: la preparazione del terreno, la messa a dimora, la pacciamatura e la collocazione delle protezioni. Le successive cure colturali sono: risarcimenti, diserbi, concimazioni, inerbimenti, irrigazioni, potature e diradamenti.
    • A partire dal 3 marzo 201 3 è entrato in vigore il regolamento UE n. 995/2010 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 20 ottobre 2010, che disciplina il commercio di legname.

    SUMMING UP

    Arboricultural wood production with the main pur pose of manufacturing timber. Such cultivation is reversible at the end of the cultivating cycle.
    Achieving a wood arboretum plant means taking into account climatic conditions, vegetation and soil of the given area and the most suitable plants should be chosen according to these elements.
    Plants can be monospecific or polyspecific, which are composed of a mixing of main and secondary species, with low or high density according to the plant. Depending on the productive cycles, plants can be divided into monocycle and policycle where the main plants have a different cycle length.
    Installing a plant means to start with soil preparation, the bedding out, the mulching and protections and the next cultivation operations are weeding, fertilization, grassing down, watering, pruning and thinning.
    The EU regulation n. 995/2010 issued by the European Parliament has been enforced since 3rd March 2013 and it sets the rules about timber trade.

    GESTIONE E VALORIZZAZIONE AGROTERRITORIALE
    GESTIONE E VALORIZZAZIONE AGROTERRITORIALE