3   I mezzi di lotta

     Generalità
I mezzi di lotta sono tradizionalmente suddivisi in: 
legislativi
agronomici
fisici e meccanici
genetici
chimici
biologici e biotecnologici
In questo paragrafo ci soffermeremo su quelli legislativi, agronomici, fisici, meccanici e genetici; di quelli chimici offriremo qui un primo inquadramento, mentre riguardo a quelli biologici e biotecnologici ci limiteremo a fornire una semplice introduzione. 
Si includono nella nozione di “agronomici” tutti quegli interventi atti a contrastare gli organismi nocivi, realizzati attraverso pratiche colturali. In realtà la gestione agronomica generalmente prescinde da considerazioni di ordine fitoiatrico, poiché le tecniche di coltivazione hanno altre finalità; tuttavia, in alcuni casi possono essere adottati accorgimenti o realizzati veri e propri interventi mirati alla difesa delle colture dalle avversità.

     Mezzi di lotta legislativi
Per mezzi legislativi si intendono le misure di legge volte a fornire il presupposto giuridico-amministrativo per interventi di controllo e di eradicazione degli organismi nocivi alle piante. In un sistema di scambi a livello planetario, che comporta concreti e nient’affatto trascurabili rischi di importazione e diffusione di fitopatogeni e parassiti animali originariamente ristretti in aree limitate (e lì generalmente in equilibrio con l’ospite e i limitatori naturali), appare indispensabile anche una cooperazione legislativa a livello internazionale. 
Nell’epoca attuale, caratterizzata dalla globalizzazzione degli scambi commerciali, è frequente l’introduzione in Europa di malattie e parassiti provenienti da altri continenti che colpiscono colture anche importanti: uno degli obiettivi degli interventi legislativi è appunto quello di individuare e prevenire l’introduzione di organismi dannosi. 
Una prima tipologia di intervento legislativo è la quarantena
In senso fitosanitario essa comprende non solo, o non tanto, misure di isolamento, ma anche la vigilanza sulla movimentazione di piante vive, sementi e materiali di moltiplicazione (bulbi, marze, ecc.). Esistono apposite liste che elencano gli organismi nocivi oggetto di misure di attenzione e quarantena. 
La modalità amministrativa correlata di controllo è la certificazione fitosanitaria, che in Italia sostanzialmente fa capo ai Servizi Fitosanitari delle Regioni e si concretizza in un documento (in pratica può essere un’etichetta adesiva), detto passaporto delle piante [ 20 ], che certifica che il prodotto è esente da “parassiti da quarantena”. 
Questa attività si inquadra in un contesto normativo articolato che prevede, oltre alla vigilanza, la possibilità di accreditamento dei vivaisti presso i citati servizi; tale accreditamento è finalizzato all’emissione del documento di commercializzazione che, oltre a garantire l’assenza di parassiti da quarantena, può essere integrato da ulteriori attestazioni conformi a direttive europee, come i cosiddetti CAC (Conformitas Agraria Comunitatis) per i fruttiferi, che certificano l’assenza di organismi nocivi di “qualità” (ossia non da quarantena, ma che diminuiscono solo la qualità del prodotto), oppure le certificazioni che il prodotto è esente da virus o è virus-controllato. 
Una seconda modalità di intervento legislativo è il Decreto di Lotta Obbligatoria. In Italia il primo provvedimento del genere fu quello relativo alla lotta alla fillossera, cui sono seguiti nel tempo molti altri (alcuni poi abrogati). 
Se la certificazione fitosanitaria si fonda concettualmente sul principio della esclusione dell’organismo dannoso, la decretazione di obbligatorietà di lotta si rifà a quello di eradicazione.

     Mezzi di lotta agronomici
Una pratica che in certe tipologie di casi può risultare valida per la riduzione della popolazione iniziale di organismi dannosi è la rotazione. Essa è indicata in particolare in presenza di nematodi e di patogeni tellurici oppure di patologie i cui propaguli si conservano nel terreno con i residui della coltura precedente. La durata della rotazione deve essere calcolata in funzione della persistenza nel terreno dell’agente eziologico (ad esempio, per la peronospora del girasole la curva di infettabilità tende ad azzerarsi dopo 6-7 anni). 
Con la potatura si possono eliminare direttamente rami colpiti, ad esempio, da cancri o da parassiti come le cocciniglie e indirettamente si può conferire alla chioma una forma conveniente affinché vi possa arrivare luce e circolare aria, modificando il microclima nella zona della fillosfera in senso sfavorevole all’insediamento di organismi nocivi. 
A queste finalità tende, ad esempio, la sfogliatura della vite [ 21 ], volta al contenimento della muffa grigia (Botrytis cinerea), la cui incidenza è maggiore nei vigneti non ben esposti al sole e/o dove esistono le condizioni per l’instaurarsi di un microclima umido. L’operazione, che consiste nella soppressione di un certo numero di foglie per esporre i grappoli alla luce e favorire la circolazione dell’aria, è applicata in particolare in viticoltura biologica ed è una pratica che ha dimostrato di ottenere risultati paragonabili alla lotta chimica. Sempre sulla vite, in particolari nicchie ambientali, e sempre contro la botrite che compare precocemente in fioritura infettando gli apparati fiorali, per evitare che gli inoculi del fungo rimangano intrappolati nel grappolino (fonti di successive infezioni), si può facilitare la caduta a terra dei rimasugli fiorali con un semplice soffiatore ad aria. Vi sono poi potature specificatamente indirizzate alla rimozione delle parti secche, ammalate, mal disposte o a rischio di instabilità presenti nella chioma, dette potature di rimonda, e altri interventi diretti a ripulire estese porzioni della sfera legnosa infettate da agenti di carie del legno, operazioni che prendono il nome di dendrochirurgia
Si può intervenire anche sulle concimazioni, i cui eccessi (soprattutto quelli azotati) giocano spesso un ruolo favorevole alla virulenza di malattie (facilitano l’attacco di parassiti obbligati); a volte, attraverso un’oculata somministrazione dei fertilizzanti, è possibile ridurre l’esposizione delle colture agli attacchi parassitari (ad es. contro la minatrice a serpentina degli agrumi, che sfarfalla con i primi caldi e attacca preferibilmente i getti in formazione, è utile anticipare la crescita vegetativa con concimazioni azotate). Un adeguato apporto potassico, inoltre, tendenzialmente potenzia le capacità di difesa naturale della pianta. 
Recentemente sta destando interesse, specie nel settore orto-floricolo, l’impiego dei cosiddetti compost repressivi. Si tratta di compost che, oltre a migliorare la qualità dei substrati o del suolo, mostrano la capacità di contenere la virulenza di uno o più organismi patogeni, di tipo tellurico, per le colture scelte. 
Tale capacità può essere dovuta a caratteristiche chimico- fisiche o microbiologiche, determinate dalla presenza di microrganismi antagonisti a quelli fitopatogeni (nel caso di compost volutamente arricchiti con microflora antagonista si rientra nei principi della lotta biologica). 
La scelta dell’epoca di semina può essere un’importante opportunità per sfasare il ciclo dell’ospite rispetto a quello dell’organismo nocivo, ad esempio con certi patogeni tellurici di ortive (per contro, la produzione di verdure destinate al consumo fresco è condizionata da esigenze di mercato) e di cereali (es. la semina precoce del frumento ne anticipa la germinazione quando non ci sono ancora le condizioni ottimali per la germinazione delle clamidospore di Tilletia tritici, agente della carie). 
Anche la profondità di semina e la densità di semina, se corrette, costituiscono un’importante premessa per una minore incidenza di fitopatie: la profondità in quanto il periodo di maggior vulnerabilità delle plantule è quello dell’emergenza, dunque una semina troppo profonda con prolungata e difficoltosa emergenza le espone a rischi maggiori; la densità in quanto, se elevata, comporta una insufficiente spaziatura tra le piante che crea condizioni microclimatiche generalmente favorevoli allo sviluppo di malattie. 
Infine, anche le lavorazioni del suolo e le sistemazioni idrauliche contribuiscono a evitare ristagni e condizioni asfittiche che favoriscono l’insorgenza di marciumi radicali.

     Mezzi di lotta fisici e meccanici
I mezzi di lotta fisici si avvalgono di calore e radiazioni e, in pratica, sono indirizzati alla distruzione diretta degli organismi nocivi. Quelli più propriamente fisico-meccanici possono agire indirettamente sulla diffusione di patogeni- parassiti impedendone l’inoculo-insediamento, ad esempio attraverso la costituzione di barriere fisiche (film plastici, reti, ecc.); tali barriere trovano impiego anche per la protezione da avversità abiotiche, come la grandine. 
Gli interventi termici possono essere realizzati sotto forma di vapore surriscaldato [ 22 ] applicato ai primi strati di terreno, ottenendo una sua parziale sterilizzazione (ulteriore esemplificazione dell’utilizzo di calore umido è il suo impiego in magazzino contro i parassiti delle derrate alimentari, ad esempio contro i carpofagi delle castagne, oltre a quello già citato per la lotta preventiva ai virus). Tuttavia, questo metodo causa delle controindicazioni nel terreno, sia perché porta a modificazioni chimico-fisiche del suolo, sia perché crea una sorta di “vuoto biologico” che comporta il rischio di successive virulente diffusioni di eventuali fitopatogeni. 
Per quanto riguarda le radiazioni, attualmente è molto interessante la solarizzazione, pratica di disinfezione del terreno più selettiva dell’impiego del vapore e che non comporta il rischio di creare il vuoto biologico. Essa si basa sull’azione delle radiazioni calde solari, è abbinata all’acqua ed è agevolata da coperture. Le parcelle da disinfettare sono prima bagnate, poi coperte da un telo di plastica trasparente: l’umidità aumenta la conduttività termica del terreno e contestualmente tende a risvegliare i propaguli dalla fase di vita latente, così che germinando risultano più esposti all’azione del calore accresciuta dall’effetto serra prodotto dalla copertura. 
La solarizzazione ha dimostrato una buona efficacia contro microrganismi fitopageni e semi di infestanti, mentre ha dato minori risultati contro insetti terricoli o nematodi e, in programmi di lotta integrata, si presta ad essere combinata con l’immissione nel terreno di funghi, selezionati per la termoresistenza e antagonisti di quelli patogeni. 
I meccanismi di azione della solarizzazione non si spiegano semplicemente con l’ipotesi dello shock termico, poiché le temperature raggiunte difficilmente superano la soglia della letalità; si pensa invece che uno degli effetti sia un’azione complessiva di riequilibrio microbico del terreno, seguita da una sua parziale ristrutturazione fisica che ne migliora le caratteristiche nei confronti delle colture. 
Nella categoria degli interventi fisico-meccanici sono comprese altre pratiche, quali la spazzolatura dei tronchi, per eliminare le infestazioni di cocciniglie, la protezione delle ferite con mastici, la rimozione manuale di parassiti, la bruciatura di residui infetti di vegetazione.

     Mezzi di lotta genetici
In termini generali si tratta indubbiamente di una linea di strategie di difesa di grande interesse, sia per la potenziale efficacia sia perché appare sicuramente la più rispondente alle moderne filosofie di intervento con un basso o nullo impatto ambientale e residuale. La possibilità di indurre attivamente sulla pianta ospite una resistenza ad una determinata malattia o parassita, rappresenta una prospettiva di sicuro interesse sia in termini agronomici che biologici. 
Poiché fondamentalmente si tratta di una linea di difesa attinente alla ricerca scientifica di settore, di seguito ci limiteremo a illustrarne gli aspetti di maggior significato applicativo nella pratica fitoiatrica agraria. Tuttavia, in termini più specifici, anche la lotta agli organismi nocivi con mezzi genetici (che comportano la modifica del patrimonio genetico delle specie di interesse agrario) ha dei limiti, in questo caso di ordine biologico, con rischi non sempre misurabili. 
In bibliografia sono citati casi di resistenza indotta in cui la resistenza è rimasta attiva per parecchi decenni, ma questa non è la situazione più comune. Infatti l’induzione di resistenza nell’ospite è in stretto rapporto dinamico con le capacità dell’agente di malattia di superare tale resistenza: biologicamente la resistenza agisce come fattore selettivo sulle popolazioni dei patogeni, il cui genoma è continuamente plasmato da mutazioni e ricombinazioni, così che il risultato combinato di tutte queste forze evolutive è l’affermarsi di nuove varietà patogene in grado di aggredire e superare le difese di cui l’ospite è stato dotato. 
Ad esempio si è stimato che nella ruggine nera del grano ogni giorno si possono generare, in un ettaro coltivato, 100.000 mutanti. In effetti uno dei fattori che sicuramente incide nella velocità di costituzione di nuovi biotipi del patogeno è l’estensione delle superfici messe a coltura. Per le malattie dei cereali è noto un fenomeno a carattere ciclico, detto boom and bust, che consiste in una fase di espansione della coltura resistente (in termini di superficie investita complessivamente dagli agricoltori) grazie all’introduzione di varietà resistenti che rendono altamente produttiva la coltivazione della pianta; tuttavia nel tempo si selezionano nel patogeno nuove linee virulente fino al raggiungimento di un punto critico, di collasso delle coltivazioni. Da qui il progressivo abbandono della varietà a vantaggio di nuove varietà resistenti [ 23 ]. 
Per ottenere un buon esito nella difesa dai patogeni con mezzi genetici, si consiglia di evitare l’impiego, contrariamente a quello che spontaneamente si tenderebbe a fare, delle varietà resistenti in aree a forte pressione del patogeno, allo scopo di preservare il più a lungo possibile tale attitudine, per le ragioni sopra descritte. 
Occorre considerare che il lavoro di miglioramento genetico è assai lungo e costoso e che il serbatoio di germoplasma con geni di resistenza, utilizzabile per le specie coltivate, non è infinito; inoltre la creazione ex novo di nuovi geni o forme di resistenza è una via appena aperta. Tra le idee più interessanti vi è quella di introdurre geni esogeni, prelevati da organismi produttori di tossine contro dati microrganismi fitopatogeni, idonei a conferire alla pianta la capacità di produrre da sé sostanze antiparassitarie.

23 L’introduzione di un nuovo gene per la resistenza (R) in una varietà coltivata comporta inizialmente un controllo efficace della malattia e ciò induce gli agricoltori a preferire questa varietà: in tal modo però aumenta anche la pressione selettiva sul patogeno, il cui risultato sarà la differenziazione di nuove razze o varietà patologiche del parassita in cui il gene dell’avirulenza (Avr) viene in qualche modo perduto o reso non più funzionale. La nuova stirpe si mostrerà virulenta e la varietà inizialmente resistente tenderà a soccombere alle infezioni di questi nuovi ceppi patogeni. Tutto ciò porta alla ricerca di nuovi geni di resistenza (R1, R2, R3). Nel grafico di destra è rappresentato come certi geni di resistenza possono mostrare un periodo temporale di efficacia più lungo rispetto ad altri.
     Mezzi di lotta chimici
I mezzi chimici sono da oltre un secolo, e in particolare dal secondo dopoguerra, lo strumento più diffuso nella lotta contro gli organismi dannosi. 
I prodotti chimici per la lotta agli organismi dannosi sono inclusi nei prodotti fitosanitari. Questo termine, introdotto a seguito delle direttive europee e recepito nella legislazione attualmente in vigore, è sostanzialmente equivalente a quelli precedentemente in uso di “fitofamaco” e poi “agrofarmaco” (quest’ultimo, che rende in modo intuitivo la destinazione d’uso agrario, fu prescelto per evitare confusione con i preparati curativi per uso umano di origine vegetale). Anche il termine “antiparassitario” non è più idoneo in quanto indica un ambito di impiego generico. 
Il termine “pesticida”, di derivazione inglese, è poco adatto alla nostra lingua (la traduzione sarebbe: “che uccide la peste”, quando invece in inglese pest è l’organismo nocivo); tuttavia il suo uso è ormai invalso nel linguaggio corrente e anche in quello della divulgazione scientifica. 
Produzione, vendita e impiego dei prodotti fitosanitari sono regolati da una doppia disciplina giuridica: una a livello comunitario che si esprime con Direttive e Decisioni, un’altra a livello nazionale dove tali indicazioni sono recepite e tradotte, con eventuali adattamenti, in Leggi e Decreti. 
L’iter di revisione normativa sui prodotti fitosanitari (vedi anche a pag. 180) è iniziato in Italia con il DPR n. 290 del 23/04/2001 che già conteneva l’espressione “prodotti fitosanitari” la quale faceva riferimento a quei preparati contenenti una o più sostanze attive destinati a: 
1. proteggere i vegetali o i prodotti vegetali da tutti gli organismi nocivi o a prevenirne gli effetti; 
2. favorire o regolare i processi vitali dei vegetali, con esclusione dei fertilizzanti; 
3. conservare i prodotti vegetali, con esclusione di quelli disciplinati da particolari disposizioni; 
4. eliminare le piante indesiderate infestanti
5. eliminare gli elementi di diffusione dei vegetali, frenare o evitare un loro indesiderato insediamento. 
Dunque nel dettato di legge sono comprese le sostanze che servono a contrastare le malattie da funghi e batteri (anticrittogamici), a combattere gli insetti e altri animali dannosi, quali acari, nematodi, ecc. (insetticidi, acaricidi, nematocidi, ecc.) e a eliminare le malerbe (diserbanti o erbicidi). Inoltre sono comprese le sostanze, solitamente ormoni vegetali e assimilabili, impiegate come fitoregolatori (diradanti, anticascola, radicanti, brachizzanti, ecc.) e come fisiofarmaci (sostanze idonee a migliorare la qualità del prodotto prevenendo fisiopatie come il “riscaldo” o la “rugginosità” delle pomacee). 
Fino alla seconda guerra mondiale, in pratica, i coltivatori disponevano di due soli anticrittogamici, i rameici (poltiglia bordolese) e lo zolfo, mentre contro gli insetti si impiegavano veleni (come l’arsenico e i suoi sali), composti inorganici e minerali (polisolfuri, idrocarburi) e sostanze di origine naturale di cui erano note le capacità insetticide (piretro, nicotina, rotenone). Questi prodotti sono detti di prima generazione
Durante il periodo del conflitto, i notevoli progressi dell’industria chimica, sollecitata peraltro anche dalle esigenze belliche, portarono alla produzione di una grande varietà di composti, alcuni dei quali possedevano capacità utili in agricoltura per contrastare crittogame, parassiti o malerbe. Negli anni successivi al conflitto apparvero e si diffusero rapidamente i prodotti fitosanitari cosiddetti di seconda generazione: molecole organiche di sintesi dimostratesi efficaci mezzi di lotta e in parte ancora in uso. Il passo successivo fu il debutto, intorno agli anni ’70 del Novecento, sia di nuove sostanze (in particolare nel settore degli insetticidi, ad esempio i chitino-inibitori e i regolatori di crescita), dette di terza generazione (in qualche modo pensate, sviluppate e finalizzate come prodotti fitosanitari) sia di molecole in grado di essere assorbite dalla pianta e distribuite ai tessuti con la corrente linfatica e, quindi, potenzialmente curative. 
Negli anni più recenti, si è verificato un parziale ripensamento sull’uso delle sostanze chimiche in agricoltura e sicuramente oggi le logiche di impiego non prevedono più l’uso massivo di tali mezzi, che nel frattempo hanno avuto una notevole evoluzione sotto il profilo tecnico sia per le ripetute evidenze di effetti negativi collaterali sull’ambiente sia per la constatazione di risultati spesso insufficienti e talora controproducenti per il controllo stesso di malattie e parassiti sia, infine, per l’influenza indiretta dell’opinione pubblica che dà origine a veri e propri orientamenti di mercato. Attualmente si sta abbandonando l’approccio di ricerca basato su uno screening di massa di molecole per selezionare quelle più promettenti, a favore di un’impostazione fondata su approfondite informazioni biologiche, ormai a livello molecolare, intorno al bersaglio da combattere per progettare la costruzione ad hoc delle armi chimiche. 
I prodotti fitosanitari basati su sostanze chimiche inorganiche, organiche di derivazione naturale o di sintesi, continuano comunque ad essere un’arma irrinunciabile e spesso la più efficace, sia pure integrata con altri mezzi e strategie, nel garantire una linea di difesa soddisfacente.

FOCUS

“BIO” E “TECNOLOGICO”

Il termine “biotecnologico”, o “biotecnico”, è stato coniato nel 1982 dalla Federazione Europea di Biotecnologia per indicare l’integrazione di biochimica, microbiologia e ingegneria genetica, finalizzata alla realizzazione di applicazioni tecnologiche basate sulle proprietà di microrganismi e agenti biologici in generale.

     Mezzi di lotta biologici e biotecnologici
I mezzi di lotta biologici sono direttamente derivati dall’utilizzo di altri organismi viventi, di natura animale (insetti, acari, nematodi) o vegetale (funghi, batteri), così come anche da quei virus che hanno la capacità di contrastare organismi dannosi per l’agricoltura, per le foreste e per il verde urbano e privato. In natura esistono già di per sé organismi antagonisti e, come tali, limitatori naturali della diffusione di altri organismi e fra questi anche di quelli dannosi: quindi uno dei capisaldi della lotta biologica è proprio la loro preservazione. Tuttavia, è anche possibile introdurre in un dato ambiente gli organismi “utili”, dopo averli prelevati da altro ambiente e acclimatati (così è successo nelle prime esperienze di lotta biologica), oppure allevarli in laboratorio per poi lanciarli sulla coltura da difendere (attualmente esistono ditte specializzate nella produzione di una vasta gamma di agenti di lotta biologica, commercializzati poi in apposite confezioni [ 24 ]). 
L’applicazione della lotta biologica come mezzo specifico di controllo degli insetti dannosi risale alla fine dell’800, quando fu introdotto in USA il coleottero coccinellide australiano Rodolia cardinalis, predatore della grande cocciniglia cotonosa, Icerya purchasi, proveniente anch’essa dal continente australiano e che stava provocando gravi danni agli agrumeti californiani. Si trattò di un’operazione progettata a tavolino grazie all’iniziativa di C.V. Riley, capo del Federal Entomological Service del Dipartimento dell’Agricoltura americano, e poi realizzata grazie a un collaboratore, A. Koebele, che si recò in Australia per individuare e raccogliere i nemici naturali della cocciniglia dannosa. Un altro entomologo, D.W. Coquillet, si occupò di allevare e acclimatare la specie rivelatasi più promettente e, infine, furono preparati 10.000 esemplari di R. cardinalis per il primo lancio. Il progetto si dimostrò valido e fu coronato da successo in campo. In Italia questo coccinellide fu introdotto nel 1901, per combattere I. purchasi, da Antonio Berlese, insigne entomologo di cui avremo ancora occasione di parlare a proposito della lotta biologica. 
Nel settore fitopatologico i mezzi biotecnologici hanno specifici ambiti di impiego riferibili a: 
1. interferenza con le attività metaboliche vitali degli organismi nocivi (in pratica si impiegano come i prodotti fitosanitari chimici); 
2. monitoraggio della presenza di fitofagi; 
3. cattura massale dei fitofagi; 
4. disturbo delle attività comportamentali e relazionali degli insetti dannosi; 
5. autocidio
Nel primo ambito, si tratta in pratica di prodotti fitosanitari che si applicano come quelli chimici: attualmente sono rappresentati dagli insetticidi denominati IGR e MAC, che interferiscono con vari meccanismi sullo sviluppo dell’insetto. 
Nel secondo ambito si tratta di feromoni attrattivi, sessuali o di aggregazione, impiegati in trappole per la cattura di insetti adulti, sia per individuarne semplicemente la presenza in una circoscritta area sia soprattutto per monitorarne il ciclo attraverso l’intensità delle catture nel tempo (picchi di sfarfallamento) e di conseguenza posizionare gli interventi con insetticidi [ 25 ]. 
Nel terzo ambito le trappole innescate, con il solo feromone o con aggiunta di altri attrattivi e anche insetticidi, vengono distribuite secondo criteri standardizzati in numero elevato entro il perimetro della superficie aziendale o più spesso di un intero comprensorio agricolo (es. in olivicoltura contro la mosca), con lo scopo di catturare e neutralizzare quanti più parassiti possibile per abbatterne la popolazione e limitare i conseguenti livelli di infestazione. 
Nel quarto ambito vengono allestiti erogatori (dispenser) di feromoni, tipicamente di richiamo sessuale, disposti con criteri analoghi al caso appena descritto, però con lo scopo di disorientare gli adulti nella ricerca del partner, limitando quindi gli accoppiamenti e in definitiva abbattendo, fino quasi ad annullare, il tasso di riproduzione. 
Nel quinto ambito la tecnica dell’autocidio (interessante dal punto di vista scientifico, ma ancora di limitate possibilità di attuazione concreta) consiste nella sterilizzazione di individui maschi che vengono poi liberati e quindi entrano in competizione con gli altri maschi, ma dal loro accoppiamento risultano solo uova sterili. Il successo di questo metodo dipende da alcuni fattori: 
- la possibilità di allevare in grande quantità gli insetti; 
- gli insetti devono essere molto mobili e invadere l’ambiente; 
- le femmine devono essere monogame; 
- la superficie trattata deve essere molto estesa; 
- gli insetti immessi non devono creare danno.

Agricoltura sostenibile, biologica e difesa delle colture
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