9   Biotecnologie e controllo sostenibile dei parassiti

Il controllo dei patogeni e dei fitofagi delle produzioni vegetali è uno dei problemi più urgenti nella gestione delle colture poiché una grande quantità di prodotti destinati all’alimentazione umana viene distrutta da altri esseri viventi (virus, batteri, funghi, insetti e artropodi, uccelli e mammiferi) che competono con l’uomo per la ricerca di cibo. 
Nel tentativo di difendere le produzioni agricole dalle avversità animali e vegetali, l’uomo, in passato, ha distribuito nell’ambiente sostanze chimiche (prodotti fitosanitari), il cui impiego è cresciuto a dismisura a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Inizialmente l’uso di questi prodotti ha contribuito allo sviluppo economico dei Paesi industrializzati permettendo, a fronte di una riduzione della manodopera, il raggiungimento di elevate rese produttive agricole e il conseguente soddisfacimento della crescente domanda alimentare. Tuttavia il massiccio utilizzo di prodotti fitosanitari ha esercitato una notevole influenza sulla qualità dell’ambiente, con la presenza di residui di principi attivi nelle derrate alimentari, nelle acque e nei suoli, che hanno ormai raggiunto gli apici delle catene alimentari. Al degrado ecologico si sono aggiunti poi altri inconvenienti, come l’insorgenza di resistenze indotte ai prodotti fitosanitari, da parte degli organismi dannosi, e la proliferazione di nuovi parassiti causata dall’eliminazione dei loro fattori naturali di contenimento (organismi antagonisti, predatori, parassitoidi). 
Negli agroecosistemi, infatti, la decisione di effettuare un intervento con un pesticida deve essere presa dopo aver valutato, in base alla quantità di patogeni e/o fitofagi presenti, il raggiungimento di alcune soglie [ 62 ]: 
soglia di tolleranza: densità di fitofagi o patogeni presenti sulla coltivazione che determina un danno che non giustifica un intervento fitoiatrico; 
soglia di intervento: densità di fitofagi o patogeni raggiunta la quale bisogna intervenire per non avere un danno economico; 
soglia di danno: densità di fitofagi o patogeni che determina un danno economico (se non si interviene il valore dei danni sarà superiore ai costi dell’intervento fitoiatrico). 
Per rivelare la presenza degli insetti, la loro evoluzione nel tempo e determinare il raggiungimento di tali soglie è necessario effettuare un monitoraggio in base al quale saranno adottate le azioni correttive e preventive appropriate e senza sprechi. 
Gli strumenti necessari alla cattura degli insetti sono le trappole che si utilizzano oltre che per il monitoraggio anche per la cattura massale [ 63a ]. In questo caso la trappola stessa diviene un mezzo di difesa perché la cattura dell’insetto è finalizzata a ridurne la popolazione. 
La differenza applicativa tra i due diversi obiettivi è il numero di trappole che si devono utilizzare: nel monitoraggio sono nettamente inferiori rispetto alla cattura massale, cioè 1 o 2 per ettaro. L’installazione delle trappole si esegue prima dello sfarfallamento dell’insetto da monitorare e ogni settimana deve essere eseguito il controllo. 
Le trappole sono generalmente costituite da fogli di materiale robusto e resistente, cosparsi di colla su cui gli insetti restano attaccati e da sistemi di richiamo che servono a stimolare gli organi di senso del fitofago e attirarlo verso la trappola. Il richiamo può essere costituito da luce (trappole luminose), da un particolare colore (trappole cromotropiche che sfruttano l’attrazione esercitata sugli insetti da colori come il giallo, l’azzurro, il bianco o il rosso), da esche alimentari che sprigionano un odore attrattivo, o dai feromoni sessuali artificiali [ 63b ], cioè sostanze che imitano quelle emesse naturalmente dagli insetti. 
I feromoni degli insetti hanno rivoluzionato da circa quaranta anni l’approccio al monitoraggio, grazie alla specificità di attrazione e all’elevata attività biologica, ma hanno mostrato di poter essere applicati con successo anche come mezzo diretto di lotta a molti insetti che danneggiano le coltivazioni frutticole e la vite. Tali tecnologie innovative sono la confusione sessuale e il disorientamento sessuale. In particolare, gli insetti dannosi sono i lepidotteri (farfalle) che, quando sono allo stadio di larve (bruchi), possono attaccare i frutti e le foglie, cibandosi e scavando gallerie al loro interno.

     Confusione sessuale e disorientamento
Entrambi i metodi, confusione sessuale e disorientamento hanno lo scopo di impedire l’accoppiamento degli insetti e si basano sull’utilizzo di quelle sostanze, chiamate ferormoni sessuali, che le femmine emettono per attirare i maschi (▶ Capitolo 11). 
La confusione sessuale (in inglese mating disruption) si fonda sul criterio di mascherare al maschio la presenza della femmina mediante la saturazione dell’ambiente con un feromone femminile (il fenomeno viene tradotto in inglese con il termine cloud = nuvola, oppure fog = nebbia, che rendono bene l’idea dell’assenza di punti di riferimento e della perdita dell’orientamento) [ 64 ]. 
Il disorientamento o distrazione sessuale (in inglese il termine è ancora più descrittivo: false trail following cioè inseguimento di falsa traccia), si basa sul creare una moltitudine di sorgenti di richiamo sessuale, ossia di false femmine. In questo modo il maschio è distratto da un’esagerata quantità di segnali artificiali e solo casualmente potrà incrociare quello effettivamente emesso da una vera femmina. 
La confusione sessuale classica si realizza diffondendo il feromone per mezzo di dispenser (per la confusione sessuale si utilizzano fino a 1.000 dispenser per ettaro a seconda del modello), mentre la tecnica del disorientamento sessuale prevede un numero di erogatori che va da 2.000 a 4.000 per ettaro. Sono state approntate varianti a quest’ultima tattica, come quella assai ingegnosa della autoconfusione (auto-confusion): si impregna una capannina di feromone femminile, i maschi attratti la attraversano e si coprono di polvere di feromone. Una volta usciti non riescono più a localizzare le femmine e producono false piste per gli altri maschi, fungendo da diffusori mobili. Inoltre, il trasferimento della polvere avviene anche per contatto tra maschi e l’effetto di confusione si diffonde in tutta la popolazione maschile in campo. 
I feromoni sessuali dei lepidotteri sono generalmente molecole di 12-18 atomi di carbonio appartenenti alle famiglie chimiche degli aldeidi, esteri e alcoli; quelli di sintesi si sono dimostrati altrettanto validi rispetto a quelli naturali: anzi, spesso sono più attrattivi a lunga distanza, ma la curva di emissione tende ovviamente a decrescere nel tempo. Vengono comunque prodotti diffusori con carica e tempi di rilascio normalmente sufficienti per una stagione; quelli oggi in commercio hanno forme varie: blister con ampolle e occhiello per l’aggancio ai rami, busta piatta con gancio, capillare variamente conformato per poter provvedere al fissaggio [ 65 ]. Esistono anche apparecchiature a rilascio temporizzato del feromone, modalità tra l’altro verosimilmente analoga a quanto avviene in natura.

     Gestione dell’agrosistema meleto
Il melo era già coltivato in Siria ed Egitto fin dal 1300 a.C. Ancora oggi coltiviamo varietà di mele che erano apprezzate nell’Impero romano come ad esempio la Decio. 
Le antiche varietà di melo sono una fonte di biodiversità importantissima, molte sono portatrici di caratteri genetici che consentono loro di convivere con i funghi, che causano la ticchiolatura, l’oidio, i cancri, e con gli insetti come l’afide lanigero e la carpocapsa [ 66 ]. 
Quando non esistevano gli insetticidi e gli anticrittogamici si potevano produrre frutti solo coltivando varietà resistenti. Oggi molte nuove cultivar sono soggette ad attacchi da parte di agenti di malattie come i funghi fra i quali i più pericolosi sono la ticchiolatura (Venturia inaequalis), il mal bianco o oidio del melo (Podosphaera leucotricha) e il cancro delle pomacee (Nectria galligena) e agenti di danno come gli insetti fra i quali gli afidi, le cocciniglie e i lepidotteri carpofagi i cui bruchi danneggiano i frutti.

     Scelta del portinnesto e della varietà
Le varietà di melo attualmente coltivate sono frutto di un complesso di forme derivate dall’ibridazione tra Malus domestica (= Pyrus malus; Malus communis) con specie del vicino Oriente e delle aree montuose dell’Asia centrale. 
Minore interesse rivestono Malus baccata per la produzione di mele da sidro, il Dolcino Malus pumila praecox gallica e il Paradiso Malus pumila paradisiaca a sviluppo più contenuto, che nelle loro forme selezionate sono utilizzati come portinnesto. 
La scelta del portinnesto è fondamentale perché determina l’apparato radicale dell’albero e di conseguenza la sua capacità di adattarsi a diversi tipi di terreno, alla resistenza al vento e alla siccità e ai diversi tipi di ambiente (suolo, clima, organismi da gestire). 
Portinnesti franchi Sono ottenuti da seme, conferiscono alla pianta grande vigoria, notevole sviluppo, longevità, potente apparato radicale, resistenza sia alla siccità sia ai suoli umidi. Le selezioni Siberian di Malus baccata conferiscono elevata resistenza al freddo. L’entrata in fruttificazione è piuttosto lenta, sovente sono polloniferi e danno origine a piante poco omogenee. Nella realizzazione di nuovi impianti sono poco utilizzati. 
Portinnesti clonali Ottenuti per margotta di ceppaia da selezioni di Dolcino e Paradiso. Molto importanti sono le selezioni effettuate dalla Stazione sperimentale inglese di East Malling, attiva dai primi del 1900, i cui cloni sono indicati con la sigla M e sono numerati da 1 a 27. 
Dalla collaborazione tra East Malling e l’Istituto di ricerca John Innes a Merton sono stati ottenuti 16 cloni di portinnesti, indicati con la sigla MM dal numero 101 al 115, derivanti dall’incrocio tra cloni di East Malling e la cultivar Nortern Spy che ha conferito loro una elevata resistenza all’afide lanigero. 
Anche la scelta della varietà è molto importante per la gestione sostenibile del meleto: numerose cultivar ottenute partendo da antiche varietà, attraverso gli incroci naturali o gestiti manualmente dai vivaisti, sono risultate resistenti alla ticchiolatura, all’oidio e al cancro; esse sono definite eco-friendly, e permettono di ottenere mele buone e belle con meno di 10 trattamenti al posto dei 15-20 trattamenti all’anno necessari per ottenere le classiche mele Golden. Vediamone di seguito qualche esempio [ 67 ]. 
Florina [ 68 ] Polpa fine e succosa, dolce e leggermente aromatica, colore di fondo chiaro con sovracolore rosso porpora intenso. Matura circa 5 giorni dopo la Golden. È coltivata specialmente per produrre puree e omogeneizzati per la nutrizione dei bambini. 
Modì® Nata dall’incrocio naturale tra due tradizionali varietà Gala e Liberty, grazie al sapiente lavoro di selezione, durato oltre 20 anni, realizzato dal CIV (Consorzio Italiano Vivaisti), ideatore e proprietario del brevetto e del marchio [ 69 ]. Si raccoglie 7 giorni prima della Golden Delicious. È una ottima mela da consumo fresco. 
Opal®(UEB32642) Bella mela a buccia gialla frutto dell’incrocio tra Topaz × Golden. 
Mele club A differenza della Florina o di altre varietà standard come Golden Delicious o Granny Smith, che possono essere coltivate da chiunque in tutto il mondo, Modì® e Opal®(UEB32642) sono mele club: hanno cioè un titolare che detiene i diritti di proprietà grazie a una tutela varietale concessa dalla UE. Per produrre queste mele è quindi necessario stipulare un contratto di licenza per la coltivazione e la commercializzazione dei frutti. L’accordo prevede anche, tra le altre cose, il versamento di una percentuale sulle vendite (dette royalties) al proprietario del brevetto.

     Tecniche di difesa contro gli insetti
Sono varie le tecnologie da adottare per ridurre l’impatto ambientale e i rischi connessi alla distribuzione dei prodotti fitosanitari e ottenere, al tempo stesso, soluzioni efficaci contro gli insetti: 
1. Posizionamento in campo di barriere anti-insetto a copertura dell’intero frutteto con una rete a maglie (2,2 × 5,4 mm) o mantenendo superiormente la rete antigrandine (3 × 7 mm) e disponendo lateralmente la rete anti-insetto [ 70 ]. Si ottiene una protezione anche contro gli uccelli e la cimice asiatica. Per limitare la Piralide, a partire dal mese di luglio, conviene mantenere puliti i filari, i bordi e le capezzagne dal giavone (Echinochloa crus-galli) su cui questo lepidottero si sviluppa. 
2. Monitoraggio attraverso trappole sessuali e rilevando la soglia di danno di ciascuna specie. Ad esempio per la carpocapsa la soglia di danno per allertarsi a effettuare un eventuale trattamento è di due adulti rinvenuti per trappola. 
3. Adozione di tecniche quali la confusione sessuale e il disorientamento contro i lepidotteri carpofagi fra cui carpocapsa (Cydia pomonella), cidia (Cydia molesta), piralide (Ostrinia nubilalis), ricamatori (Pandemis ssp., Archips spp.), eulia (Argyrotaenia ljungiana). 
4. Trinciatura delle mele cadute per limitare lo sviluppo dell’ultima generazione di bruchi svernanti. 
5. Applicazione su tronchi e piede delle piante di prodotti a base del nematode entomopatogeno Steinernema carpocapsae. Questo nematode assolutamente non dannoso per l’uomo è un parassita obbligato di insetti allo stadio larvale e viene impiegato nella lotta biologica. Poiché si muove in un ambiente molto umido viene somministrato insieme all’acqua, mantenendo sempre elevati livelli di umidità.

     Gestione dell’agrosistema vigneto
Le piante di vite che oggi coltiviamo discendono da progenitori già presenti sulla Terra nell’era Mesozoica (l’era dei dinosauri più di 200 milioni di anni fa), esse vivevano in un unico grande continente costituito dall’unione di America del Nord, Europa e Asia. 
La separazione dei continenti, il generarsi di nuove catene montuose e le glaciazioni portarono alla formazione di varie specie di viti presenti ancora oggi in Nord America e in Eurasia. Nel continente americano, dove la continuità territoriale da Nord a Sud ha permesso alle viti di scendere, durante i periodi glaciali, sino alle zone sub-equatoriali ricchissime di biodiversità, si sono diversificate varie specie di vite e sviluppati complessi fenomeni di coevoluzione tra viti, insetti, funghi, alghe ed entità procariote. 
Questi fenomeni coevolutivi hanno fatto sì che sulle specie di vite americana si sviluppassero - per via selettiva - una serie di equilibrati rapporti ospite-parassita. In Eurasia, invece, le barriere naturali che limitano gli scambi biologici da Nord a Sud (Mar Mediterraneo, deserto del Sahara, catene montuose) hanno mantenuto la vite in un efficace isolamento sino alla seconda metà del 1800. 
Dalla ancestrale e unica specie europea Vitis vinifera silvestris, i nostri progenitori che popolavano il bacino del Mediterraneo, ottennero con una paziente opera di selezione la vite domestica Vitis vinifera sativa. Nel suo splendido isolamento questa specie viveva in equilibrio con una piccola corte di parassiti (funghi e insetti) in grado di compiere qualche danno, ma non di distruggere la loro pianta ospite da cui dipendeva la loro stessa esistenza. 
In virtù di tale equilibrio, fino all’epoca dell’Unità d’Italia (1861), la coltivazione della vite avveniva senza le grandi preoccupazioni che oggi generano la fillossera, l’oidio, la peronospora, lo Scaphoideus titanus vettore della Flavescenza dorata, patogeni che vivevano sui loro robusti ospiti americani e che via via sono giunti in Europa.

Per la vite, come per diverse altre specie coltivate o allevate, l’attivazione di scambi commerciali e l’entrata in funzione di mezzi di trasporto sempre più rapidi, portò allo sconvolgimento degli antichi equilibri, impegnando le intelligenze in un’opera di studio e sperimentazione che ha per obiettivo il raggiungimento di nuovi e stabili equilibri biologici [ 71 ]. In alternativa a prodotti anticrittogamici e insetticidi, fin dai primi tempi dell’arrivo in Europa dei tre flagelli (fillossera, oidio, peronospora) si pensò e si sperò di trovare tra le viti americane piante resistenti e capaci di produrre uva buona. Non trovando in natura le piante ideali, si iniziò un lavoro di ibridazione artificiale che (particolarmente in Francia) diede origine a un gran numero di ibridi produttori non tutti di pregio. 
La tecnica dell’ibridazione consiste nella fecondazione di specie di vite diverse, ma geneticamente affini, con lo scopo di ottenere piante con le qualità organolettiche della vite europea ma resistenti ai funghi come le specie americane. 
Nei primi anni del 1900 gli ibridi si diffusero (il più noto è l’Uva fragola) e con essi si riversarono sul mercato quantità di vini scadenti e poco serbevoli. Ne scaturì una serie di provvedimenti legislativi intesi a proibire o a disciplinare la coltivazione di questi vitigni. In Italia venne emanata la Legge n. 376/1931 poi modificata nel 1935 e portata a testo unico con il R.D. n. 1634/1936. Con questi provvedimenti veniva proibita la coltivazione degli ibridi produttori diretti salvo che per studio e sperimentazione. Ci fu molta discussione sul problema e la legge non fu mai applicata rigidamente. 
In Italia la vicenda degli ibridi produttori diretti passò per la stazione sperimentale di Viticoltura di Conegliano (TV) grazie al professor Giovanni Dalmasso con lo studio e la pubblicazione nel 1927 di un libro “Gli ibridi produttori diretti a Conegliano” risultato di un triennio di osservazioni. 
Durante la Seconda guerra mondiale lo studio degli ibridi ebbe un nuovo impulso in Europa a causa della carenza di rame per la lotta chimica alla peronospora. Il rame, infatti, è un componente della poltiglia bordolese, un miscuglio di solfato di rame, a pH acido, e di idrossido di calcio, a pH alcalino, molto utilizzato in agricoltura come anticrittogamico.
     Vitigni resistenti a malattie
Un importante lavoro di incrocio e selezione è stato realizzato negli ultimi 40 anni nei paesi di lingua tedesca dove è nata una organizzazione per promuovere l’utilizzo dei vitigni PIWI (acronimo di Pilzwiderstandsfähigen = resistenti ai funghi) [ 72 ]. In Francia tali vitigni sono denominati Resdur (Résistances Durables). 
La grande sensibilità nei confronti dei cibi biologici e dell’agricoltura sostenibile nei paesi dell’Europa centrosettentrionale sta stimolando la produzione di vini e di uve da tavola prodotti senza dover lottare con trattamenti chimici antiperonosporici e antioidici. 
In Italia l’apprezzamento dei vini legati alla tradizione e al territorio limita l’espandersi di queste importanti novità, ma il futuro è aperto. Nel Nord-Est d’Italia è attiva l’associazione PIWI Trentino (che fa riferimento a PIWI International) composta da un gruppo di viticoltori attenti alla sostenibilità ambientale e che da alcuni anni coltivano vitigni resistenti che permettono di eliminare del tutto o quasi i trattamenti anticrittogamici. Questi vitigni conosciuti anche come “super-bio” permettono di produrre vini di ottima qualità nel totale rispetto dell’ambiente circostante. 
Ad oggi sono 32 i vitigni nati da incrocio di varietà diverse di Vitis e resistenti alle malattie fungine presenti nel Registro Italiano delle varietà di vite e i più importanti vivaisti e viticoltori italiani stanno sperimentando in campo e in cantina numerose interessanti varietà.

     Esempio di difesa sostenibile delle viti europee dalla fillossera
La fillossera, un afide di origine americana, giunto in Europa nella metà del 1800 è strettamente legato alla vite, perché compie il suo ciclo completo solo tra le radici e le foglie di alcune specie di viti americane. 
Le viti europee sono molto sensibili alle punture sulle radici, ma insensibili alle punture sulle foglie; viceversa diverse specie di viti americane sono insensibili alle punture sulle radici. 
Le viti europee coltivate franche di piede, vanno incontro a gravi alterazioni radicali: si formano galle nodose sulle radichette e tuberosità sulle radici più vecchie. Tali formazioni si disgregano e l’apparato radicale si riduce notevolmente. Segue un progressivo deperimento della pianta che riduce le produzioni sino a morire. 
Innestando le viti europee su viti americane con radici resistenti, si blocca lo sviluppo della fillossera senza bisogno di intervenire con insetticidi [ 73 ].


73 La difesa dalla fillossera si basa sull’utilizzo di portinnesti resistenti alle punture di questo afide scelti tra diversi cloni a seconda delle caratteristiche ambientali.

     Gestione del frumento in coltura biologica
Per la produzione del frumento e dei cereali biologici è vincolante l’attuazione di una buona rotazione poliennale, la pratica del sovescio e il divieto della monocoltura
È buona regola evitare il ristoppio e avvicendare specie appartenenti a famiglie botaniche diverse, che presentano differenti esigenze nutritive, diversi apparati radicali e tipi di lavorazione, si attenua così anche il rischio avversità [ 74 ]. 
I cereali autunno-vernini, tipiche colture depauperanti, sono avvantaggiate dalla semina dopo le colture miglioratrici, da rinnovo o pratensi, che necessitano di lavorazioni profonde e che lasciano il terreno in genere pulito dalle erbe infestanti. Quando i cereali autunno-vernini sono preceduti da colture foraggere (miglioratrici e rinettanti, come ad esempio l’erba medica e i trifogli) si hanno notevoli vantaggi se queste ultime sono frequentemente sfalciate in modo da impedire alle infestanti di andare a seme. Inoltre la presenza di leguminose arricchisce il suolo di composti azotati. 
La rottura delle colture pratensi (sovescio) incorporate nel terreno, determina un aumento del contenuto di sostanza organica nel suolo, che dopo la mineralizzazione rende disponibile gli elementi immobilizzati precedentemente nella biomassa della coltura da sovescio. 
Se un cereale segue una foraggiera poliennale, come l’erba medica, è possibile ripeterlo per due anni senza che si presentino gravi problemi di infestanti; in caso di ristoppio di cereale è comunque meglio evitare di utilizzare la stessa specie (es. al frumento si può far seguire l’orzo o il triticale). 
Se il cereale segue invece una coltura da rinnovo, come il mais o una coltura miglioratrice come la soia, è opportuno evitare di seminare il cereale per due annate consecutive per limitare lo sviluppo di patogeni (in particolare funghi che causano la fusariosi).

     Lavorazioni del suolo
Le lavorazioni del suolo devono essere effettuate in modo da favorire la vita dei microrganismi che popolano il suolo agricolo e che trasformano la sostanza organica in elementi nutritivi. La presenza di tali elementi favorirà così la crescita equilibrata delle piante e il raggiungimento di produzioni soddisfacenti sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. 
È buona regola, pertanto, applicare i seguenti criteri di lavorazione: 
• prevedere sistemazioni idrauliche per evitare i fenomeni di ristagno attraverso il mantenimento delle scoline ed eventualmente della baulatura; 
• evitare l’impiego di trattrici sovradimensionate rispetto alle esigenze di lavorazione; 
• preferire l’uso di pneumatici a bassa pressione; 
• eseguire le lavorazioni con il terreno in tempera; 
• eseguire una rippatura [ 75 ] con un attrezzo discissore che non rivolti il terreno in presenza di suole di lavorazione o di compattamenti; 
• eseguire preferibilmente arature superficiali (a circa 30 cm), evitando lavorazioni profonde che possano invertire gli strati del terreno; 
• sostituire l’aratura con la zappatura o la vangatura quando è possibile; 
• evitare l’utilizzo di frese orizzontali che polverizzano eccessivamente il suolo favorendo l’erosione.

     Fertilizzazione
Il Regolamento sul biologico (Reg. CE n. 834/2007) disciplina in maniera rigorosa i fertilizzanti che possono essere utilizzati. Le normative permettono l’impiego di un numero molto ristretto di fertilizzanti minerali e di alcuni fertilizzanti organici, definendo però in modo rigido le caratteristiche sulla provenienza dei materiali che li compongono. In nessun caso il letame può provenire da allevamenti industriali. 
Per quanto riguarda l’azoto non è consigliabile impiegare dosi superiori a 70 kg/ha per il frumento e 50 kg/ha per l’orzo. Inoltre, quando il terreno è ben dotato in sostanza organica (S.O. >2%), queste dosi possono essere ulteriormente ridotte dal 30 al 50%. Eccessi di azoto, infatti, possono favorire l’allettamento dei cereali e possono determinare condizioni favorevoli per la comparsa di alcune patologie. 
È preferibile destinare il letame al mais, che meglio si avvantaggia di questa risorsa. In ogni caso, essendo frequente l’impiego del letame sui cereali a paglia, è bene ricordare che anche il letame contribuisce ad apportare azoto al terreno; nel calcolo dell’azoto disponibile bisognerà pertanto tenerne conto. 
È difficile prevedere quanto azoto viene reso disponibile alla coltura nel corso del primo anno successivo alla letamazione: questo valore dipende dalle caratteristiche del letame, dalla sua maturazione, dalla frequenza degli apporti di sostanza organica, dalle caratteristiche del suolo. Orientativamente si può affermare che, se vengono utilizzati 40 t/ha di letame, viene messa a disposizione del cereale una quantità di azoto fra 20 e 120 kg/ha; i valori più alti si riscontrano nei terreni sciolti, in quelli dove gli apporti di sostanza organica sono regolari e quando viene utilizzato letame fresco. Una fertilizzazione con quantità di letame di circa 40 t/ha è di norma sufficiente a garantire una produzione ottimale. 
Non si deve poi dimenticare che se il cereale segue l’erba medica, il terreno ha già una ricca dotazione di azoto, spesso sufficiente a coprire tutti i fabbisogni del cereale. Ne consegue che dopo la rottura di un medicaio non ancora degenerato è possibile ridurre in modo consistente le dosi di letame e/o di fertilizzanti destinati alle colture cerealicole. 
Nel caso in cui non sia disponibile del letame sarà necessario impiegare fertilizzanti e concimi organici azotati commerciali. Nella scelta del concime si dovranno considerare la velocità di rilascio dell’azoto e il suo costo per unità. 
Quando l’obiettivo è quello di fornire velocemente dell’azoto alla coltura è meglio evitare concimi costituiti da materiali che cedono tale elemento lentamente (crini, pennone, cornunghia) e utilizzare prodotti che lo rilasciano più rapidamente (polline, cuoio torrefatto, borlande, sangue, farina di carne). 
Per rendersi conto se l’azoto è rapidamente disponibile è spesso sufficiente annusare il prodotto; infatti un concime che presenta un odore forte e pungente è a rilascio rapido, mentre se l’odore che si sente è simile al terriccio, il concime è compostato e fornisce quindi una sostanza organica ricca di humus, ma a lento rilascio. 
Si ricorda, infine, che se si dispone di un erpice strigliatore e le condizioni climatiche e pedologiche sono favorevoli, non bisogna perdere l’occasione di utilizzarlo a fine inverno. Infatti tale attrezzo, oltre a favorire il controllo delle infestanti, attiva i processi di mineralizzazione della sostanza organica mettendo azoto a disposizione del cereale in un momento molto importante del suo sviluppo. Questa operazione ha maggiore importanza sul frumento, in quanto questa coltura soffre maggiormente la competizione con le infestanti ed è più esigente in elementi nutritivi. 
Una pratica di un certo interesse è la bulatura che consiste nel traseminare a fine febbraio-inizio marzo del trifoglio pratense nel frumento al fine di controllare infestanti sgradite, garantire la continua copertura del suolo con limitazione dei fenomeni erosivi, ottenere dopo il frumento uno o più raccolti di foraggio, arricchire il suolo di azoto grazie alla attività dei batteri simbionti con le radici delle leguminose [ 76 ].

FOCUS

D.M. DEL 9 APRILE 2020 (MIPAAF)

“In caso di colture seminative, orticole non specializzate e specializzate, sia in pieno campo che in ambiente protetto, la medesima specie è coltivata sulla stessa superficie solo dopo l’avvicendarsi di almeno due cicli di colture principali di specie differenti, uno dei quali destinato a leguminosa, coltura da sovescio o maggese. Quest’ultimo con una permanenza sul terreno non inferiore a sei mesi. 

I cereali autunno-vernini (ad esempio: frumento tenero e duro, orzo, avena, segale, triticale, farro, ecc.) e il pomodoro in ambiente protetto possono succedere a loro stessi per un massimo di due cicli colturali, che devono essere seguiti da almeno due cicli di colture principali di specie differenti, uno dei quali destinato a leguminosa, coltura da sovescio o maggese. Quest’ultimo con una permanenza sul terreno non inferiore a sei mesi. 

La coltura da sovescio è considerata coltura principale quando prevede la coltivazione di una leguminosa, in purezza o in miscuglio, che permane sul terreno fino alla fase fenologica di inizio fioritura prima di essere sovesciata, e comunque occorre garantire un periodo minimo di novanta giorni tra la semina della coltura da sovescio e la semina della coltura principale successiva”.

     Semina
La semina è bene sia fatta a file binate [ 77 ], in modo da poter controllare le infestanti con sarchiatrici appositamente predisposte. 
Il Regolamento sull’agricoltura biologica prevede l’impiego di sementi ottenute con lo stesso metodo di produzione. Al momento attuale sono ammesse deroghe solo in caso di irreperibilità sul mercato della varietà cercata, anche in questo caso la semente da acquistare deve essere di origine biologica e solo se non è assolutamente reperibile sarà possibile utilizzare sementi convenzionali richiedendone l’autorizzazione al proprio Organismo di Controllo e Certificazione e dimostrando di non essere in grado di procurarsi le sementi biologiche. 
Le sementi non devono essere conciate; in genere non è un problema trovare sul mercato sementi non trattate di orzo e frumento, se necessario, è comunque possibile provvedere direttamente alla concia delle sementi, i prodotti ammessi per tale attività sono il solfato e l’ossicloruro di rame. 
Un modo per dimostrare la propria attenzione alla conservazione dell’ambiente e al mantenimento della diversità biologica è quello di destinare una parte della propria azienda alla coltivazione di varietà di frumento antiche o in via di estinzione. Si tratta di varietà che venivano coltivate tradizionalmente fino ad alcuni anni fa e che sono di grande interesse perché particolarmente idonee alla preparazione di prodotti tipici locali. Ad esempio in montagna e in collina erano presenti molte varietà di frumento utilizzate per la panificazione tradizionale; continuare a coltivarle permette di mantenere vive queste tradizioni gastronomiche locali. 
Oltre che a soddisfare i piaceri del gusto, la loro coltivazione permette inoltre di attingere a un patrimonio genetico notevole per la costituzione di nuove varietà. È molto importante quindi che alcuni agricoltori si impegnino nella coltivazione e nella riproduzione delle antiche varietà. 
La scelta varietale deve orientarsi su cultivar dotate di resistenza alle avversità e ben adattate all’ambiente di coltura considerato. 
In tabella  78  viene riportato un elenco relativo a varietà di frumento tenero adattabili alla coltivazione secondo i metodi dell’agricoltura biologica. 
Si tratta di varietà che si adattano sia alle condizioni della pianura che della collina. Nelle diverse colonne vengono fornite indicazioni circa alcune caratteristiche utili alla scelta della varietà da impiegare. Per quanto riguarda il frumento tenero tra le varietà riportate in tabella le più coltivate nelle zone collinari risultano essere Eureka e Bolero; in particolare la prima, è preferita per la produzione di biscotti e si è guadagnata ampio spazio a livello regionale; Bolero è invece una varietà adatta per la panificazione; Ludwig è ottima per produzione di foraggio.

     Diserbo
Il controllo delle infestanti può essere realizzato solo attraverso l’adozione di tecniche agronomiche (come le rotazioni e la falsa semina), oppure con l’impiego di mezzi fisici (pirodiserbo) o meccanici (sarchiatrici, erpici). 
La tecnica della falsa semina è fondamentale per eliminare quante più malerbe possibile, prima di seminare il frumento biologico. Si prepara in anticipo il suolo (come per la semina) in modo da favorire lo sviluppo delle piante infestanti, quindi si effettua una lavorazione leggera qualche giorno prima della semina per eliminarle. Ad avvenuta emergenza del frumento è opportuno effettuare una strigliatura per eliminare eventuali infestanti e per arieggiare il terreno, mentre durante l’accestimento, se le condizioni del suolo lo consentono (cioè se non c’è ghiaccio e non ci sono ristagni di acqua), va fatta una strigliatura [ 79 ] in senso contrario alla precedente. 
Se viene impiegato del liquame ci si deve assicurare che sia sufficientemente maturo. Infatti con l’impiego di liquame fresco vengono portati in campo semi di infestanti ancora vitali; per ridurne la capacità di germinazione si deve stabilizzare il liquame per almeno 4 mesi. 
Il problema si può presentare anche quando viene impiegato del liquame su medicai vecchi o su altre colture che precedono il cereale. La scelta adeguata dell’avvicendamento rimane comunque l’elemento determinante nel controllo delle infestanti. 
La soluzione migliore per il controllo meccanico delle malerbe è rappresentata dall’erpice strigliatore: questo attrezzo, oltre ai vantaggi già citati relativi ai processi di mineralizzazione della sostanza organica, assicura un buon controllo delle infestanti e una notevole velocità di lavoro. 
Anche altri erpici più tradizionali sono comunque in grado di assicurare un buon controllo delle malerbe. Si ricorda che seminare il cereale a file binate consente di intervenire più comodamente con le macchine per il diserbo meccanico.

     Agrosistema maidicolo
Il mais è una pianta coltivata sin dal 3000 a.C. in America centrale. Oggi non esiste più il mais selvatico, la pianta spontanea più simile è il teosinte messicano da cui si presume abbia avuto origine la pianta coltivata [ 80 ]. 
Quando nel 1492 venne scoperta l’America il mais era già coltivato in tutto il continente dal Cile sino alle zone meridionali del Canada. Portato in Europa cominciò ad essere coltivato nella metà del 1500. In Italia si diffuse dapprima nei territori della Repubblica di Venezia con il nome di Grano Turco. Oggi, grazie alla ricerca genetica, alla sua buona adattabilità, e anche alla buona resistenza verso i parassiti [ 81 ], è diffusamente coltivato in tutti i continenti su una superficie complessiva stimata di 177 milioni di ettari. I più importanti paesi produttori sono USA, Cina, Brasile, Messico, Francia, Argentina, India, Italia; i maggiori esportatori sono USA, Cina, Argentina e Francia. 
Il mais è una coltura dalle grandi potenzialità produttive grazie a: 
• un metabolismo fotosintetico che consente un ottimale sfruttamento della radiazione solare anche in condizioni di alta temperatura ed elevata intensità luminosa; 
• una intensa attività di miglioramento genetico che, sfruttando il fenomeno dell’eterosi, ha portato alla costituzione di cultivar ibride adatte ai diversi ambienti di coltivazione. 
A partire dal 1990 in America, dagli USA all’Argentina, il mais è stato coltivato secondo il metodo della Conservation agricolture che si basa sull’applicazione di quattro principi: 
1. avvicendamento colturale, mais [ 82 ], soia, frumento, erba medica, girasole, sorgo; 
2. utilizzo di mais ibridi selezionati e geneticamente modificati (GM o OGM) portatori del gene Bt che conferisce resistenza agli insetti (Piralide, Diabrotica, insetti fitomizi che trasmettono virus) e del gene che conferisce resistenza al diserbante totale glifosato (mais Roundup free). Non si diserba mai alla semina o in pre-emergenza ma sempre quando le erbe infestanti sono già sviluppate; 
3. minima lavorazione del suolo, utilizzando la semina diretta (zero-tillage), si entra nei campi per la semina, il diserbo, la raccolta possibilmente incrociando i percorsi delle macchine operatrici in modo da non compattare il suolo; 
4. pacciamatura, mantenendo sul terreno i residui colturali trinciati e non interrati con l’aratura [ 83 ]. 
Queste tecniche preservano i microrganismi che vivono nella parte superficiale del suolo (es. lombrichi) e aiutano la pianta nell’assorbimento di acqua e sostanze nutritive del terreno. Lo zero-tillage e la pacciamatura con i residui colturali diminuiscono le perdite di umidità ottimizzando l’utilizzo di acqua, trattengono CO2 e ne migliorano l’assorbimento. 
Nei territori americani, le aziende agricole dispongono di ampi spazi, ad esempio in Argentina le zone di coltivazione cerealicola sono suddivise in unità colturali quadrate (chiamate “quadra”) che hanno un lato di 1 chilometro cui corrisponde una superficie di 100 ettari. Su queste unità colturali si coltivano in rotazione mais, soia, frumento, girasole, seguite per 4 anni da erba medica o prato misto graminacee/leguminose, pascolati in modo regolamentato da vacche da latte a stabulazione libera, munte sul posto in stazioni di mungitura mobili oppure da bovini destinati alla produzione di carne [ 84 ]. La nutrizione è integrata con insilato di mais immagazzinato in silos plastici a tubo presso la stazione di mungitura. 
La semina avviene senza aratura né operazioni di affinamento del suolo, con macchine per semina diretta dotate di un robusto disco che taglia i residui colturali e il suolo a una profondità di circa 15-20 cm [ 85 ]. Le macchine seminatrici hanno una capacità da 10 file o più e sono trainate da trattori di media potenza, senza utilizzo della presa di forza, impiegando il moto delle ruote per i movimenti degli organi distributori del seme.

Agricoltura sostenibile, biologica e difesa delle colture
Agricoltura sostenibile, biologica e difesa delle colture