I3

 L’investimento frutticolo

Le colture poliennali arbustive o arboree rappresentano per l’agricoltore un investimento la cui produttività deve essere costante.
Indirizzi e scelte devono quindi essere attentamente analizzati, perché eventuali errori si ripercuotono sugli impianti frutticoli limitando, nel tempo, le capacità reddituali dell’attività intrapresa. Di solito la coltivazione delle specie da frutto richiede un elevato livello tecnico degli operatori e delle strutture aziendali e, per l’imprenditore, un diretto e continuo contatto con le richieste del mercato, dato che le produzioni vanno commercializzate in epoche ben precise oppure devono essere collegate a strutture specializzate per la conservazione o per la lavorazione immediata del raccolto (si pensi ai magazzini frigoriferi o alle linee di cernita, calibratura e confezionamento della frutta).
Tutte queste condizioni richiedono pertanto valutazioni e analisi di mercato molto delicate e complesse.
In relazione alle situazioni pedoclimatiche e alle strutture territoriali, occorre prima scegliere una o più specie e poi procedere alla identificazione delle cultivar più adatte.
Si rende quindi necessario stabilire il tipo d’impianto, le forme di allevamento e i tipi di potatura e, conseguentemente, il livello di meccanizzazione delle operazioni colturali. Un altro tema da affrontare attentamente è quello relativo all’impostazione ecocompatibile dell’esercizio aziendale, collegata ai problemi della qualità dei prodotti e dell’ambiente.
Per quanto riguarda la gestione pratica del frutteto, è di fondamentale importanza conoscere la sensibilità delle diverse cultivar alle condizioni climatiche estreme, la loro suscettibilità a certi parassiti, la loro esigenza in materia di nutrizione minerale e di acqua in periodi particolari, la loro produttività correlata a interventi agrotecnici adeguati tra i quali spicca il tipo di potatura prescelta. Per ottenere questo, l’agricoltore deve raccogliere e vagliare dati e informazioni che è utile riunire in una scheda aziendale che permetta di confrontare la compatibilità ambientale e tecnico-economica tra alcune colture, prima a livello di specie, poi di cultivar. A parte la vite, dotata di ampio spettro di adattamento, esistono colture arboree molto esigenti sia in fatto di clima che di suolo, come per esempio il pesco e alcune cultivar di melo e di pero.
Le piante da frutto particolarmente sensibili agli aspetti climatici sono ciliegio (I.14), agrumi, albicocco, olivo, mandorlo, mentre più tolleranti sono susino, actinidia, cotogno e diverse cultivar di pero.
Si adattano male a suoli argillosi pesco, albicocco, melo, agrumi. Per molte specie la scelta di un opportuno portinnesto migliora i rapporti cultivar-suolo.

     

 Aspetti tecnici ed economici del frutteto

L’agricoltore che intende riservare una parte della propria superficie aziendale ad arboreto deve conoscere i caratteri e le esigenze di questo tipo di coltura che rappresenta, a tutti gli effetti, un investimento fondiario di durata pluriennale da programmare con la massima attenzione. Per comodità espositiva li richiamiamo in sette punti:
1. vocazione del territorio;
2. disponibilità di acqua irrigua;
3. durata e costo iniziale;
4. scelta della varietà;
5. tecnica colturale;
6. difesa fitosanitaria;
7. sbocchi commerciali.

1 - Vocazione colturale del territorio È un concetto ampio che comprende l’aspetto agronomico (il tipo di terreno che deve favorire la crescita radicale) e quello del microclima (gli estremi termici non devono danneggiare gli organi aerei, siano essi in pieno riposo o in vegetazione) (I.15, I.16, I.17).
La presenza sul territorio di una rete infrastrutturale di tipo socio-economico, consolidata nel tempo (ad esempio la presenza di un mercato, stabilimenti di frigoconservazione e produzione di imballaggi, logistica e trasporti), contribuisce ad agevolare e valorizzare le produzioni frutticole.
Per quanto riguarda l’idoneità del suolo, capita di osservare che la stessa specie e varietà, sul medesimo portinnesto e a pochi chilometri di distanza, vegeti in modo molto differente: in un caso con ottima vigoria e nell’altro con crescita stentata.
Il ciliegio, ad esempio, rifugge dai suoli argillosi a lento sgrondo che crepacciano in estate, mentre prospera su quelli sabbiosi, sciolti, con sottosuolo permeabile, formatisi su paleoalvei fluviali o strappati dall’uomo al fiume con graduale bonifica per colmata.
D’altro canto, e ciò vale in particolare per il pero propagato su cotogno, l’elevato contenuto di calcare attivo (> 8%) si ripercuote sull’assorbimento radicale del ferro causando estesi ingiallimenti fogliari (clorosi). Vi si può far fronte con la distribuzione su terreno di chelati ferrici, operazione colturale che comporta un costo aggiuntivo di produzione.
Implicitamente suggeriamo la buona pratica di sottoporre il terreno ad analisi fisico-chimica, così da conoscere quali siano le concentrazioni degli elementi della fertilità al fine ultimo di integrare i valori medio-bassi prossimi alla soglia di sufficienza, lasciando in secondo ordine quelli per i quali c’è una buona dotazione.
La maggioranza dei terreni agricoli italiani presenta un contenuto ponderale minerale, riferito alla sostanza secca, che oscilla dal 98 al 99%, essendo la frazione organica il complemento al 100%. Si tratta di una componente minerale amplissima che diventa una vera ricchezza mineralogica nei suoli alluvionali delle vallate e delle pianure. Analoga ricchezza si riscontra nei suoli di matrice vulcanica, originati dai lapilli e dalle colate laviche nell’area vesuviana ed etnea.
Il residuo di frazione organica è di fondamentale importanza perché rappresenta il “motore” della fertilità.
Il ciclo virtuoso della sostanza organica si può così riassumere:
dai residui organici, siano essi costituiti dagli apparati radicali del tappeto erboso interfilare o provenienti dalle foglie e dai residui della potatura opportunamente triturati, inizia la decomposizione fungina e batterica;
il processo di decomposizione di natura esotermica causa un incipiente riscaldamento del suolo che si manifesta con un lieve e percettibile anticipo delle fasi fenologiche primaverili;
il processo fermentativo in esame genera nel contempo anidride carbonica che si solubilizza nella soluzione circolante abbassandone il pH;
in ambiente acido un maggiore numero di cationi e anioni abbandona il reticolo cristallino dei minerali per passare in soluzione e da qui, attraverso i peli radicali, entra a far parte del sistema linfatico della pianta;
gli acidi umici che si formano nella decomposizione della sostanza organica svolgono inoltre un’azione biostimolante della rizosfera

2 - Disponibilità di acqua irrigua Produrre per il mercato significa creare le migliori condizioni per avere all’atto della selezione dei frutti un’alta percentuale di calibri medio-grandi. Se è vero che alcune nicchie di mercato tollerano frutti di ridotta dimensione, la maggioranza dei consumatori sceglie e premia il “bel frutto” e a questa scelta il produttore non può che adeguarsi. Al raggiungimento di questo obiettivo concorrono potatura, diradamento dei frutticini e una buona disponibilità idrica. L’irrigazione di soccorso non solo favorisce il regolare e costante accrescimento del frutto, ma è cruciale nel corso del primo e secondo anno di impianto per l’attecchimento del materiale di propagazione, i cui apparati radicali erano stati lesionati al momento dell’espianto in vivaio.
L’acqua è dunque una risorsa imprescindibile per l’esercizio di una frutticoltura d’avanguardia. I grandi volumi d’acqua che si distribuivano con il sistema a scorrimento sono anacronistici e relegati a limitate aree. Oggi occorre adottare metodi irrigui a bassa pressione, del tutto automatici (muniti di timer ed elettrovalvole), ad ala gocciolante o con nebulizzatori dinamici in grado di bagnare un’ampia superficie di terreno e abbinati a dispositivi per la distribuzione del fertilizzante solubile. La filtrazione delle acque assume un ruolo primario perché preserva il buon funzionamento dei gocciolatori impedendone l’occlusione. Se il prelievo avviene da canali o bacini artificiali, occorre prevedere l’installazione di un filtro a graniglia per le impurità grossolane organiche e un altro a ciclone per l’abbattimento della sabbia e delle particelle calcaree. All’inizio di ciascun filare con ala gocciolante, va installato un ulteriore filtro cilindrico a rete di nylon. La qualità dell’acqua è molto importante perché se la concentrazione salina, misurabile in μS/cm con un conduttimetro, fosse elevata le piante da frutto subirebbero un arresto di sviluppo fino al disseccamento.
Rischi in tale senso derivano dall’uso di acque di falda captate in prossimità dei litorali marini.

3 - Durata del frutteto e costo dell’investimento iniziale L’arboreto è a tutti gli effetti un investimento fondiario di durata poliennale. L’arco temporale è molto variabile, potendo oscillare in media dai quindici-venti anni del pescheto, ai venti-trenta anni di melo, pero, susino, albicocco e ciliegio, con densità di 1.000-2.500 piante per ettaro.
Il cachi è tra le specie frutticole più longeve; vi sono piante in Romagna che hanno superato di gran lunga i cinquant’anni di età. Oggi, con la tendenza al diffondersi dei moderni impianti superintensivi, con un elevato numero di piante/ha, la durata del ciclo di vita, in generale, si abbassa per tutte le specie. Di solito, più si aumenta la densità d’impianto, più precoce è l’entrata in produzione perché viene stimolata la fase riproduttiva a scapito di quella vegetativa. C’è però il rovescio della medaglia: piante deboli presentano apparati radicali più superficiali, sono più sensibili alla siccità, esigono un efficiente sistema di sostegno e l’invecchiamento è normalmente più precoce.
L’imprenditore dovrà operare con prudenza le proprie scelte, basandosi sui prezzi di mercato attuali, senza rinunciare alle varietà emergenti. Riconvertire un arboreto ad altra cultivar, perché la prima scelta è stata un insuccesso, è possibile con il reinnesto, ma vi sono costi di manodopera non indifferenti e si sposta in avanti l’inizio del periodo produttivo di almeno due anni. Oggi la frutticoltura è diventata un settore di forte specializzazione, che offre cospicui anticipi di capitale finanziario. I costi non si limitano alla preparazione del terreno, al picchettamento e all’acquisto delle piante; spesso occorre predisporre la palificazione, i fili e gli ancoraggi per il sostegno delle piante. Non solo: può servire l’impianto di irrigazione e la copertura antigrandine (in alternativa al pagamento del premio di assicurazione), oppure il montaggio del telo antipioggia per prevenire il cracking (soprattutto nei ceraseti); oppure l’installazione della rete antinsetto per non intervenire ripetutamente con prodotti chimici nocivi. Si passa così dalle poche migliaia di euro agli oltre 50.000 euro per ettaro.
L’imprenditore dovrà accertarsi se può usufruire dei finanziamenti della OCM (Organizzazione Comune di Mercato) e dei bandi regionali inseriti nel PSR (Piano di Sviluppo Rurale), attraverso i quali l’Unione Europea favorisce l’ammodernamento del settore primario. Anche la qualifica di Giovane agricoltore (età inferiore a quarant’anni) fornisce all’imprenditore un canale preferenziale di ammissibilità della propria domanda di contributo.

4 - Scelta della varietà Il panorama varietale di ogni singola specie frutticola è in continua evoluzione, anche se ci sono cultivar storiche di elevato valore agronomico, adattabili a diversi ambienti, con pregi estetici e organolettici che ne fanno da decenni un punto riferimento sicuro delle scelte del frutticoltore. Per contenere i rischi di insuccesso che si celano nella novità, l’imprenditore può fare ampio affidamento sul “vecchio”, senza trascurare la possibilità di essere tra i primi a giungere sul mercato con la “novità”, potenzialmente gradita dal consumatore. La nuova varietà ha sempre un suo appeal, sia quando è presentata con grafica accattivante sui cataloghi del vivaista, sia quando è osservata di persona dall’agricoltore in occasione di mostre pomologiche. La tendenza attuale è quella di puntare sul colore, sulla dolcezza e sulle dimensioni del frutto, e anche sulla serbevolezza.
Si mira a ottenere pere non completamente verdi né rugginose, ma con una parte della superficie del frutto, quella esposta al sole, con sfumature rosate (per esempio la Decana del Comizio) o estesamente rossastre (per esempio la varietà Falstaff che richiama la forma dell’Abate Fetel). Nel settore cerasicolo, il consumatore desidera in prevalenza drupe di grosso calibro, a buccia di colore rosso intenso e spiccatamente dolci.
Il cachi tradizionale, dalla polpa dolcissima ma di scarsa consistenza e deliquescente a piena maturazione, sta perdendo quote di mercato a favore della varietà di cachi spagnolo Rojo, brillante con un frutto più consistente, meno soggetto ad alterazioni della buccia e che può essere pelato a coltello come una mela. Il punto in comune per la valorizzazione di ogni singola varietà resta la dimensione del frutto che deve essere elevata. Affermare genericamente di avere ottenuto un’elevata resa di produzione per ettaro è un primo valido obiettivo; tuttavia occorre precisare qual è la ripartizione percentuale dei calibri.
Nella scelta varietale occorre considerare l’epoca di maturazione e le problematiche di raccolta che spesso vengono risolte ricorrendo a manodopera avventizia extra-aziendale.
Si cerca di evitare i picchi di produzione dilazionando la raccolta nel tempo: ciò è realizzabile se si costituisce l’arboreto con differenti cultivar che possono trarre anche vantaggio dall’impollinazione incrociata (ad esempio il susino cino-giapponese e il ciliegio dolce). È pure vero che nelle aree ad altissima specializzazione, quali la melicoltura trentina, e in presenza di superfici aziendali modeste, si preferisce coltivare poche varietà o addirittura puntare su una soltanto: Golden delicious, vera icona del territorio.
La luce svolge un’azione fondamentale nell’induzione a fiore delle gemme. Il cachi e il susino cino-giapponese sono molto sensibili agli effetti negativi dell’ombreggiamento: se la parte bassa della chioma subisce l’aduggiamento della parte sovrastante e delle due file contigue, aumenta il rischio di trovarsi l’anno successivo con un basso carico di gemme a frutto, proprio nella parte inferiore dove la raccolta è agevolata dal fatto che l’operatore è libero di muoversi a terra in posizioni ergonomiche migliori che sul carro raccolta.
A volte la distanza tra le file è condizionata dalla presenza dell’impianto irriguo fisso predisposto per la specie frutticola precedente. Anche la larghezza della parete produttiva condiziona lo spazio interfilare: il fusetto o lo spindel richiedono maggiori distanze, almeno di 50 cm, rispetto alla classica palmetta perché le branchette nel primo caso sporgono inclinate anche tra le file. Nel vigneto di pianura, con l’introduzione della forma di allevamento a cordone speronato (idonea per la vendemmia meccanizzata), si può cadere nell’errore opposto: distanze eccessive tra le file e rinuncia a un potenziale produttivo compatibile con le rese massime per la DOC e l’IGP.
Se la superficie fotosintetica verticale è contenuta a 2,50 m, la distanza interfila può anche scendere sotto i 3 m. La messa a dimora di piante a radice nuda (che costituiscono la grande maggioranza degli impianti) deve avvenire preferibilmente dalla caduta foglie, intorno alla seconda decade di novembre, fino a tutto dicembre. Si consente così all’apparato radicale di assestarsi e di continuare un sia pur flebile assorbimento. Più ci si sposta verso la primavera e maggiore sarà la crisi legata al trapianto. Qualora la cattiva stagione ostacolasse le operazioni di posa a dimora, le piante ritirate dal vivaista andrebbero poste all’aperto, coricandole in un solco e coprendo gli apparati radicali con sabbia umida o torba. Non bisogna mai abbandonare per più giorni le piante al chiuso pensando che un telo di plastica le preservi dalla disidratazione, o collocare le giovani piante a una profondità superiore a quella in cui si trovavano nel vivaio credendo che in tale modo resteranno a contatto con uno strato di suolo più fresco e umido.
Occorre anche accertarsi della presenza di animali selvatici che potrebbero danneggiare la corteccia; le lepri in presenza di terreno innevato possono arrecare seri danni che solo la collocazione di reticelle o protettori di plastica (shelter) sono in grado di prevenire.
Per la gestione del suolo dell’arboreto, il mantenimento del cotico erboso in forma permanente trova molti sostenitori. La vegetazione spontanea nei primi anni va adeguatamente controllata, soprattutto lungo la fila perché esercita una concorrenza sensibile in termini di sottrazione di luce, acqua e sali minerali. Un giusto compromesso si realizza con la temporanea lavorazione meccanica di una stretta fascia lungo l’asse del filare, lasciando che si venga a creare nell’interfila un equilibrio tra specie erbacee seminate o del tutto spontanee (I.21). Qualora la disponibilità idrica costituisse un fattore produttivo limitante, sarebbe raccomandabile la lavorazione totale del suolo.
Per il controllo della vegetazione erbacea il parco macchine aziendale dovrebbe comprendere anche il trituratore meccanico scavallatore, idoneo pure per ridurre il volume dei residui della potatura incrementando la massa organica che si trasformerà in humus.
La concimazione dell’arboreto può realizzarsi in tre modalità: la tradizionale distribuzione solida al terreno, la fertirrigazione (concimazione attraverso l’acqua irrigua) e l’assorbimento fogliare. Sempre più importanza assume la seconda modalità perché si presta alla completa automazione, consentendo di ridurre i costi e aumentare l’efficacia della dose fertilizzante. È necessaria la completa solubilità del sale nutritivo.
La concimazione organo-minerale del terreno è particolarmente indicata in autunno, al fine di consentire alla pianta di accumulare gradualmente gli elementi nutritivi nel tessuto corticale, nel legno giovane dei rami, delle branche e delle radici. Il confronto in fase di risveglio vegetativo tra due parcelle, di cui una concimata e l’altra no, confermerà la validità di questa pratica colturale. La concimazione fogliare ha un ruolo di completamento delle due precedenti tecniche e si presta per distribuire sulle foglie giovani i microelementi ed gli eventuali biostimolanti minerali e umici.

6 - Difesa dai parassiti La globalizzazione del commercio ha portato in questi ultimi decenni evidenti vantaggi per i consumatori dei prodotti ortofrutticoli, grazie alla concorrenza dei produttori su scala internazionale, alle nuove rotte del commercio, al perfezionamento della logistica nei trasporti e alla crescita dei Paesi emergenti, aiutati nel trasferimento del know-how da quelli più sviluppati. I Paesi emergenti producono di conseguenza con prezzi di manodopera molto inferiori a quelli europei. Il produttore nazionale, diversamente, non raccoglie analoghi vantaggi; anzi, come conseguenza del forte incremento negli scambi intercontinentali delle derrate agricole, si trova ad affrontare una problematica fitosanitaria prima sconosciuta: parassiti del tutto nuovi per i nostri ambienti. Sono emblematici i casi del moscerino della frutta (Drosophila suzukii), della flavescenza dorata (il cui vettore è il cicadellide Scaphoideus titanus) e della cimice asiatica (Halyomorpha halys). Il moscerino, nelle aree di elevata infestazione, obbliga alla difesa sanitaria delle ciliegie (in prossimità dell’invaiatura) con ripetuti trattamenti chimici. L’ovopositore della femmina perfora la buccia per deporre le uova all’interno della polpa che, nell’arco di pochi giorni, marcisce. La flavescenza dorata è diventata in una decina d’anni la patologia più pericolosa per la viticoltura emiliana: è diffusa da una cicalina che nel nutrirsi con la linfa della vite veicola un fitoplasma, capace di determinare la comparsa di caratteristici sintomi da accartocciamento fogliare, con grappolini che disseccano precocemente e tralci che non lignificano, così da imporre al viticoltore la distruzione (con il fuoco) della pianta infetta. Essendo stata dichiarata per decreto ministeriale malattia da quarantena, ciò comporta la lotta chimica obbligatoria attraverso uno o due interventi fitosanitari e la denuncia dei focolai d’infezione.
Più recentemente, si è diffusa la cimice asiatica (individuata nel 2012 in provincia di Reggio Emilia), estremamente polifaga, che si nutre di molte specie, in particolare pesco e pero, creando diffuse marcescenze sulle drupe ormai mature e profonde deformazioni sui frutticini della pomacea. La prevenzione è fondamentale. Alcuni frutticoltori, per difendere le colture dagli attacchi, hanno collocato le reti antinsetto. Si è in attesa di individuare un valido antagonista naturale, sulla falsariga del controllo biologico della vespa cinese del castagno (Dryocosmus kuriphylus) efficacemente controllata dopo alcuni anni dal lancio del parassitoide Torymus sinensis.

1.22 ATLANTE APPLICATIVO: ESEMPI DI PARASSITI DEL FRUTTETO

7 - Aspetti commerciali e di mercato Il frutticoltore ha diverse modalità per collocare sul mercato il proprio prodotto, così da trarne un reddito. La produzione frutticola comporta rischi superiori alle coltivazioni erbacee dovendo trattare merce deperibile, la cui conservazione va da pochi giorni ad alcuni mesi dalla raccolta. Per i frutti aclimaterici, come le drupacee, in generale, lo stacco dei frutti deve avvenire poco prima della piena maturazione (max un paio di giorni), mentre per le pomacee (frutti climaterici) la raccolta deve avvenire anticipatamente, prima che inizi il picco respiratorio.
La refrigerazione prossima allo zero e la formazione in cella di stoccaggio di atmosfera controllata (nella quale si abbassa la concentrazione di ossigeno, si innalza il tenore di azoto e anidride carbonica in un ambiente pressoché saturo di umidità) fa sì che il metabolismo del frutto rallenti sensibilmente, non appassisca e maturi molto lentamente prolungandone la vita commerciale. La vendita può avvenire:
direttamente da produttore a consumatore in spazi aziendali propri ricavati in prossimità della strada di accesso al podere;
oppure attraverso bancarelle mobili, allestite su area pubblica, in concomitanza con i giorni di mercato settimanale o in giornate diversamente stabilite mediante accordo tra l’amministrazione comunale e le organizzazioni agricole;
consegnando presso il mercato all’ingrosso locale la frutta raccolta e confezionata in giornata (I.23);
previo periodo di frigoconservazione in bins, seguito da calibratura, imballaggio e vendita in piccole confezioni mono o pluristrato (padelle, balestrini);
indirettamente attraverso la struttura cooperativa di cui si è soci;
per contratto con un grossista.
La vendita diretta al consumatore, altrimenti detta “a chilometro zero”, ha il vantaggio della pronta cassa e di favorire un rapporto di fiducia con il cliente. Presenta però il limite che ben difficilmente l’intera produzione aziendale, se i volumi sono importanti, può essere collocata tutta con questa modalità.
La consegna giornaliera al mercato all’ingrosso con mezzo aziendale proprio trova larga diffusione in molte località a tradizione frutticola.
La merce viene data in conto vendita a un provvigionista che funge da intermediario e riceve un compenso percentuale variabile tra il 10 e il 12% del valore merce: la provvigione.
I frutticoltori di vecchia data hanno trovato conveniente dotarsi di una propria struttura di frigoconservazione che utilizzano in particolare per crearsi un’ampia finestra di commercializzazione delle mele e delle pere. Questi imprenditori prelevano via via i frutti dalle celle, li sottopongono a calibratura e li confezionano in contenitori di legno o cartone con il proprio logo o distintivo aziendale.
Così, aggiungendo un grazioso tocco finale di packaging, creano valore aggiunto (I.24).
Possono rasentare la perfezione estetica e della cosmesi quando sottopongono i peduncoli delle pere Decana a ceralaccatura. Il conferimento alla cooperativa, invece, consente all’imprenditore di usufruire di specifici servizi (frigoconservazione, confezionamento e vendita) e di concentrarsi sulle tecniche colturali di campagna e sulla raccolta.
L’essere soci comporta il vantaggio di usufruire dei servizi collettivi, quali l’assistenza fitoiatrica, l’acquisto di mezzi tecnici (concimi, fitofarmaci) a prezzi vantaggiosi, oltre a forme di finanziamento in conto capitale per l’impianto di nuove varietà. La frutta ancora sulla pianta può essere ceduta a un grossista dopo che è stato concordato il prezzo in prossimità della raccolta. Il pagamento della frutta a maturazione invernale avverrà, come per il conferimento in cooperativa, in uno o due acconti seguiti dal saldo finale.

I4

 Aspetti botanici peculiari delle produzioni arboree

Le piante perenni con fusto eretto, legnoso, che può ramificarsi a una certa distanza dal suolo o dipartire alla base in rami provvisti di foglie sono dette nel primo caso alberi, nel secondo arbusti (I.25). Questi ultimi sono distinti, a seconda della consistenza dei rami, in frutice a rami completamente lignificati (nocciolo) e in suffrutice a rami parzialmente erbacei (per esempio salvia, rosa).

     

 Ramificazione e gemme


Gli alberi sono più grandi degli arbusti (la cui altezza non supera i cinque metri) e, in base alla disposizione del fusto e dei rami, si distinguono come di seguito:
1. alberi a ramificazione dicotomica in cui la cellula meristematica all’apice si divide continuamente dando luogo a due rami terminali che a loro volta si dividono in due sempre nella zona apicale e così via (I.26 a).
2. alberi a ramificazione laterale (con rami laterali che si sviluppano dall’asse centrale) divisa in:
ramificazione monopodiale: si verifica quando la gemma apicale esercita inibizione sui sottostanti germogli laterali (dominanza apicale) cosicché il fusto centrale si sviluppa emettendo i rami laterali che restano ad esso subordinati. È la forma a cono o piramidale delle Conifere (generi Pinus, Picea, Abies) (I.26 b);
ramificazione simpodiale: si verifica quando la gemma apicale cessa di funzionare e l’accrescimento è regolato dalle gemme laterali (I.26 c).

Le gemme Sono formazioni coniche costituite dall’apice vegetativo meristematico e dai primordi delle foglie alla cui ascella sono già presenti gli abbozzi delle gemme laterali che daranno origine a nuove foglie, rami e fiori. Possono essere poste all’apice dei rami o dei fusti (apicali o terminali), o distribuite lungo il fusto (laterali) o all’ascella delle foglie (ascellari). Sono dette nude o vestite se rispettivamente sono prive di un qualsiasi rivestimento protettivo oppure coperte da strutture fogliari chiamate perule, resinose o pelose in superficie.
In relazione alla loro epoca di sviluppo, le gemme si chiamano pronte se si schiudono nello stesso anno in cui si sono formate (dando luogo ai cosiddetti rami anticipati), dormienti se si sviluppano l’anno successivo alla loro formazione e latenti quelle che si formano ma non si sviluppano se non dopo molto tempo (I.27).
In base all’organo cui danno origine, si definiscono gemme a legno (riconoscibili dalla forma appuntita) quelle che formano ramoscelli esclusivamente da foglia su rami già esistenti, gemme a fiore se sono tozze, tondeggianti, più grosse delle precedenti e danno vita a fiori che si trasformeranno in frutti e, infine, gemme miste quelle che hanno una forma a metà fra le due e danno vita a germogli, più o meno lunghi, con foglie e fiori (come i tralci fruttiferi della vite).
Riconoscere le gemme degli alberi da frutto è importante perché durante la potatura devono essere salvaguardate sia le gemme a fiore (proprie delle Drupacee) sia le gemme miste (proprie delle Pomacee) entrambe portatrici di frutti nell’anno in corso, mentre le gemme vegetative vanno programmate per la generazione, nell’anno futuro, di rami fruttiferi.
Infine esistono gemme avventizie (che si sviluppano quando c’è un grande apporto di linfa o quando la pianta subisce un trauma tale da impedire lo sviluppo di quelle normali), gemme sostitutive che si sviluppano in assenza di quelle “normali” e gemme cieche che risultano incapaci di svilupparsi.

I.27 GEMME DI VARIE SPECIE ARBOREE E ARBUSTIVE

Dalla gemma al frutto Le piante legnose appartengono alle Spermatofite (piante con seme) distinte in Gimnosperme (piante a seme nudo) e Angiosperme (piante a seme protetto). Queste ultime a loro volta sono distinte in Dicotiledoni, la maggioranza, (che presentano anche una struttura secondaria del fusto), e pochissime Monocotiledoni arboree dove la struttura primaria è definitiva.
La riproduzione gamica o sessuale delle piante consiste nella fecondazione dell’ovulo, contenuto nella parte femminile del fiore (pistillo), per mezzo del polline racchiuso nelle antere degli stami (parte maschile).
Il processo fecondativo dà vita ad alcune importanti trasformazioni del fiore: mentre i sepali spesso permangono, i petali e gli stami cadono rapidamente; l’ovulo dà origine ai semi che contengono l’embrione e le riserve per la futura germinazione; l’ovario (e talvolta anche l’intero ricettacolo), origina il frutto che ha importanti funzioni di protezione, nutrimento, diffusione del seme, nonché di regolazione della sua germinazione.
I frutti che derivano dalla trasformazione dell’ovario son detti veri frutti (I.28) mentre quelli alla cui formazione partecipano anche altre parti del fiore sono falsi frutti come il pomo (la cui polpa deriva dallo sviluppo del ricettacolo) e il cinorrodo, tipico delle rose.
Ogni frutto è costituito dal pericarpo derivante dall’insieme dei tessuti originati dalla crescita delle pareti dell’ovario che, essendo una foglia modificata (carpello), ha una struttura anatomica a tre strati come quella delle foglie: l’epicarpo il più esterno, l’endocarpo il più interno, e il mesocarpo in posizione intermedia. Quelli che contengono il seme sono detti frutti completi, ma esistono anche frutti chiamati frutti apireni o partenocarpici che non contengono semi perché si sviluppano normalmente senza fecondazione (I.30). Il fenomeno detto partenocarpia si verifica in talune specie come banane, arance, kaki e in alcune varietà di mele e di pere ed è notevolmente influenzato dalla varietà, dall’andamento meteorologico in fase di fioritura e dallo stato nutrizionale della pianta. Per esempio la varietà Golden Delicious, in occasione di elevate temperature durante la fase di fioritura, produce frutti senza impollinazione poiché per lo sviluppo del pomo è sufficiente lo stimolo del proprio polline sullo stigma. A volte si hanno fecondazioni imperfette e gli embrioni, dopo un iniziale sviluppo, si bloccano e abortiscono: i frutti in tal caso hanno semi piccolissimi (uva sultanina).
In base a consistenza e composizione distinguiamo i frutti secchi (che a maturità presentano un pericarpo membranoso o coriaceo, solitamente poco sviluppato e contenente una modesta quantità d’acqua), dai frutti carnosi (che hanno il pericarpo, o una sua parte, polposo, succulento e ricco di acqua). Se i frutti derivano esclusivamente dall’ovario del fiore singolo sono frutti semplici, mentre se provengono da più pistilli dello stesso fiore che rimangono tra loro uniti anche nel frutto, sono detti frutti aggregati o composti; se poi hanno origine da pistilli di fiori diversi che formavano un’infiorescenza si chiamano infruttescenze.

La frutta e le tipologie Il termine generico frutta non fa parte di una classificazione scientifica ma indica l’insieme eterogeneo dei frutti commestibili prodotti da diverse specie botaniche. Esiste la frutta secca e quella fresca.
FRUTTA SECCA Si intendono tutti quei frutti che, mediante un processo di essiccazione naturale o artificiale con speciali essiccatori, vengono privati della maggior parte dell’acqua in essi contenuta. Può essere classificata per tipologia botanica o commerciale.
Botanicamente, la frutta secca viene suddivisa come di seguito.
Nucule, frutti secchi indeiscenti con semi contenuti in un pericarpo duro e legnoso che non si apre alla maturazione, come la nocciola e il castagno.
Parti interne del frutto delle drupe i cui semi sono contenuti in un endocarpo legnoso, circondato da mesocarpo carnoso (es. noce, mandorla);
Semi contenuti in un baccello (es. arachide) o in una capsula (es. noce brasiliana).
Semi di Gimnosperme, semi “nudi” portati dalle pigne (es. pinolo).
Commercialmente, la frutta secca si suddivide come segue.
Frutta a guscio, detta anche lipidica o oleosa: è ricca di grassi e povera di zuccheri.
La porzione commestibile è costituita dal seme che viene consumato fresco, essiccato o tostato. Può essere distinta in nostrana (noci, nocciole, mandorle, pistacchi e pinoli) e di importazione (arachidi, noci brasiliane, noci pecan, anacardi, macadamia).
La frutta secca commercializzata sgusciata richiede (anche se confezionata in contenitori sigillati) l’aggiunta di antiossidanti artificiali, necessari per evitare l’irrancidimento dei grassi e prolungare i tempi di conservazione.
Frutta essiccata o disidratata, detta anche glucidica o zuccherinaè ricca di zuccheri e povera di grassi. Si tratta della frutta fresca sottoposta a processo di essiccazione (mele, cocco, banane, fichi, ecc.) e di disidratazione (prugne, bacche di goji, albicocche, ananas, uva, datteri, mirtilli, mango, ecc.). Curiosamente, pur essendo un rizoma, anche lo zenzero ricade nel gruppo della frutta secca glucidica.
FRUTTA FRESCA È rappresentata dai frutti carnosi o polposi nei quali il maggiore componente è l’acqua (85-95% a seconda dei tipi). La frutta fresca è fondamentale nella alimentazione umana perché fornisce un notevole apporto energetico grazie al suo contenuto di zuccheri (fruttosio, glucosio e saccarosio) e di vitamine. In base al contenuto in zuccheri viene distinta in: zuccherina se contiene più del 15% di zuccheri (fichi, banane, ananas); acidula se ha un succo con pH acido e una quantità di zuccheri del 2-10% (agrumi);
acidulo-zuccherina quando contiene fino al 15% di zuccheri (mele, pere, pesche, susine, uva, albicocche, ciliegie, fragole, lamponi). La frutta fresca alimentare ha, inoltre, azione protettiva e antiossidante poiché contiene: fibra alimentare (prevalentemente pectina ed emicellulosa); vitamine come vitamina A (albicocche, susine, ciliegie e pesche), vitamina C (principalmente in agrumi, fragole e kiwi) e anche vitamine del complesso B; sali minerali come potassio, magnesio, ferro e calcio (I.33). La frutta, per essere mangiata, deve essere matura perché da acerba può risultare irritante per le mucose gastrointestinali, con effetti sgradevoli o anche tossici. La maturazione è il processo fisiologico col quale i frutti, dopo aver completato il differenziamento morfologico e aver raggiunto il massimo sviluppo dimensionale, ottimizzano il loro aspetto finale in ordine alla forma, al colore, alla consistenza e al contenuto di acqua, zuccheri, vitamine e sali minerali.

PRODUZIONI VEGETALI 
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Volume B - Arboree