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 Pesco

PESCO - PEACH TREE
INQUADRAMENTO BOTANICO
Regno Plantae
Divisione Magnoliophyta
Classe Magnoliopsida
Ordine Rosales
Famiglia Rosaceae
Genere Prunus
Specie Prunus persica

     

 Importanza economica e diffusione


Cina e Italia sono i principali paesi produttori di pesche (e nettarine) al mondo.
Il pesco è la drupacea più diffusa nel nostro Paese, seguita da albicocco, susino, ciliegio e mandorlo. Le Regioni italiane più vocate alla coltivazione delle drupacee sono Emilia-Romagna e la Campania seguite da Piemonte, Veneto, Sicilia, Puglia, Calabria e Lazio; in altre Regioni con microclimi adeguati, sussistono produzioni di nicchia (es. Trentino). Nelle aree di produzione settentrionali si coltivano prevalentemente le nettarine, mentre in quelle meridionali le pesche.
Dagli inizi degli anni ’90 del secolo scorso si è comunque osservato un progressivo incremento della superficie e della produzione nazionale di nettarine, a scapito delle pesche. Ciò sembra essere dovuto a diversi fattori, come l’abbandono delle aree meno vocate, la disponibilità di cultivar e portainnesti più produttivi, il miglioramento della professionalità dei peschicoltori. Un altro chiaro fenomeno è il progressivo spostamento della coltura dalle aree settentrionali a quelle centro-meridionali per le più favorevoli condizioni climatiche e la maggiore disponibilità di cultivar selezionate per climi a inverno mite.

     

 Botanica, morfologia e biologia


Il pesco appartiene alla famiglia delle Rosaceae, tribù delle Amigdaleae, sezione delle Prunoideae, genere Prunus, specie persica.
Al Prunus persica (Stokes) appartengono le seguenti forme (7.3):
a) vulgaris Mill., o pesco comune;
b) laevis DC, o pesco-noce o nettarina;
c) platicarpa Bailey o pesche piatte.
L’area geografica di provenienza del pesco è l’Ovest della Cina. Per molti secoli fu invece erroneamente ritenuto che provenisse dalla Persia (da qui il nome della specie) dove giunse verosimilmente solo all’inizio del II secolo a.C., appena prima dell’avanzata dell’esercito romano verso le zone corrispondenti all’attuale Iran. L’introduzione del pesco in Italia risale all’epoca romana e, grazie alle favorevoli condizioni climatiche, la sua coltivazione si è rapidamente diffusa in tutta la Penisola. Le basi della moderna peschicoltura industriale sono state poste a Massalombarda (Ravenna), all’inizio del XX secolo, e il massimo sviluppo si è raggiunto dopo la seconda guerra mondiale, negli anni ’60 e ’70. Il pesco è una pianta caratterizzata da basitonia, di media altezza.
L’albero assume un aspetto globoso, raggiungendo un’altezza di circa 6-7 m se lasciato crescere liberamente.

Radici Hanno un tipico colore aranciato, con lenticelle ben evidenti e coprono una superficie circa doppia rispetto alla proiezione della chioma, mentre in profondità sono comprese tra 0 e 100 cm con la maggiore concentrazione tra 20 e 60 cm.
Fusto e rami Il fusto del pesco, raggiunta la maturità, ha una tipica colorazione rossastra. I rami delle drupacee, a differenza di quelli delle pomacee, producono gemme specializzate, che sono inserite sui nodi all’ascella delle foglie, in maniera isolata o riunite in gruppi di due o tre per nodo; in questo caso la gemma centrale è a legno e le due laterali sono a fiore. I rami fruttiferi vengono distinti in:
rami misti, di lunghezza variabile, portanti gemme a fiore e a legno lungo l’asse e una gemma a legno apicale;
brindilli, di sviluppo contenuto (circa 10-25 cm), con gemme laterali generalmente a fiore e gemma a legno apicale (7.4);
dardi, o mazzetti di maggio, molto corti (da 1 a circa 3 cm), che terminano con una gemma a legno, attorniata da una o più gemme a fiore (7.5).
Foglie Sono alterne, strette, lunghe mediamente 140-180 mm e larghe 40-50 mm, di colore verde chiaro, più intenso nella pagina superiore e con sfumature grigie su quella inferiore. Il margine è seghettato. Il peduncolo porta alla base due glandule, la cui assenza è correlata alla resistenza alla siccità e alla sensibilità all’oidio.
Fiori I fiori del pesco sono ermafroditi (7.6). Il calice, gamosepalo, cade spontaneamente quando inizia l’ingrossamento del frutticino. La corolla, dialipetala, può essere composta da petali larghi oppure da petali piccoli che non si aprono completamente.
Gli stami, in numero variabile da 20 a 30, portano antere di colore rossastro.
Frutto È una drupa globosa con esocarpo tomentoso o glabro (nettarine). Pesa mediamente 80-100 g nelle cultivar precoci e 160-200 g nelle cultivar tardive (7.7).
In base al tipo di polpa si possono distinguere tre tipologie di frutto:
fondente (Melting: M), comprende cultivar destinate al consumo fresco il cui frutto, raggiunta l a maturazione fisiologica, è molle e ricco di succo;
duracino (Non Melting: NM), caratteristico delle percoche;
Stony Hard (SH), con polpa molto consistente, croccante.
L’endocarpo è legnoso, e può rimanere aderente alla polpa (cultivar duracine) oppure distaccarsi da essa (cultivar spicche o spiccagnole) (7.8, 7.9, 7.10).

     

 Fisiologia, fenologia e propagazione 


Anche le drupacee, così come le pomacee, sono piante caducifoglie che entrano in riposo vegetativo al sopraggiungere dell’inverno. Diversamente dalle pomacee però, il pesco e le drupacee in genere sono piante proteranti, cioè con la fase di fioritura che precede l’emissione delle foglie. L’epoca di fioritura dipende dal fabbisogno in freddo (variabile da poche decine fino a oltre 1.000 ore di freddo) e dall’andamento climatico e si verifica, per la gran parte delle cultivar, in modo scalare nelle diverse cultivar tra la fine di febbraio e la seconda metà di marzo.
Le gemme a fiore si differenziano a iniziare da metà agosto per schiudere nella primavera successiva. Il pesco è una pianta autofertile e l’impollinazione è di tipo entomofilo. Per favorire una fecondazione ottimale, è utile inserire un numero adeguato di arnie di api in prossimità del frutteto.
Anche la maturazione dei frutti avviene in modo scalare: si avvia a inizio luglio nelle cultivar molto precoci e si completa a ottobre in quelle più tardive.

APPROFONDIMENTO
     

Fasi fenologiche del pesco

Di seguito sono riepilogati i principali stadi delle fasi fenologiche del pesco. Sono messe a confronto le due scale di riferimento, la scala BBCH e la scala Baggiolini.

La propagazione delle cultivar di pesco avviene quasi esclusivamente per innesto, anche se è possibile l’utilizzazione di piante autoradicate in vitro.
Quest’ultima tecnica, nonostante i buoni risultati sperimentali e applicativi, non ha avuto diffusione principalmente per ragioni di organizzazione vivaistica e di costi.
La propagazione dei portinnesti avviene sia per seme sia per via agamica (quasi esclusivamente per micropropagazione in vitro, in qualche caso per talea legnosa o semilegnosa).
Nella propagazione per seme, per ottenere un’elevata e uniforme germinazione, i noccioli si conservano alla temperatura di 3-5 °C per 10-12 settimane, prima della semina in semenzaio o direttamente in vivaio.
I tipi di innesto più utilizzati per il pesco sono quelli a pezza e ad anello (a gemma dormiente a fine estate) e il chip budding (7.11) che ha il vantaggio di poter essere effettuato sia a fine estate sia a fine inverno. Altri innesti usati per il pesco sono il triangolo (eseguito tra gennaio e febbraio) e lo spacco (eseguito tra febbraio e marzo).
Accanto alla produzione tradizionale di astoni di 1 anno d’innesto e 2 anni di portainnesto, si sta rapidamente affermando la produzione di astoni prodotti in 1 solo anno innestando in serra (durante i mesi invernali) portinnesti molto giovani e completando in vivaio la formazione della pianta entro l’autunno successivo.
L’adattamento a situazioni pedologiche diverse dalle ideali, può verificarsi grazie all’uso di portinnesti appositamente selezionati (7.12, 7.13) in funzione delle caratteristiche commerciali desiderate.
I cosiddetti portinnesti franchi si riproducono per seme. I franchi sono adatti a terreni fertili, freschi, ben drenati, non tollerano i terreni umidi, pesanti e calcarei con un tenore in calcare attivo superiore al 6-8%; inducono una buona vigoria e una precoce messa a frutto.
I franchi sono sempre più spesso sostituiti da selezioni clonali geneticamente omogenee e con caratteristiche apprezzabili (7.14, 7.15).
Le principali selezioni clonali del franco sono le seguenti:
1) Montclar Chanturgue, franco vigoroso, uniforme, tra i più affidabili in tutte le aree di coltivazione.
2) P.S. B2, appena meno vigoroso del Montclar, rustico e adatto anche a terreni relativamente compatti e siccitosi, sensibile all’asfissia radicale e al calcare.
3) Missour, induce buona vigoria e precoce messa a frutto. Conferisce ottime caratteristiche pomologiche e precocità di maturazione. Risente dei ristagni idrici e dei ristoppi; predilige i terreni fertili e freschi. Ottima l’affinità d’innesto.
4) P.S. A5, compatibile con tutte le varietà di pesco, nettarine e percoche; induce una vigoria inferiore del 20-25% rispetto al franco comune, elevata efficienza produttiva; idoneo per terreni fertili e varietà anche vigorose e precoci.
5) P.S. A7, di media vigoria, anticipa la maturazione dei frutti di 2-4 giorni; idoneo per terreni freschi, di media o elevata fertilità, ben drenati, non pesanti.
Per quanto riguarda i portinnesti rappresentati da ibridi pesco x mandorlo (7.16), resistono a contenuti di calcare attivo dell’ordine del 12-14% e tollerano meglio la siccità rispetto al franco.
Il GF677 è il portinnesto più utilizzato in Italia e nell’area mediterranea, molto vigoroso, tollera fino al 13% di calcare attivo, sensibile ai nematodi galligeni e alla Phytophtora, non tollera i terreni argilloso-limosi e soggetti a ristagni idrici.
Sirio è il più debole dei portinnesti consigliati (-25-30% rispetto al Montclar), adatto solo a terreni molto fertili, buona resistenza alla clorosi, adatto a tereni permeabili e fertili, affine alle principali cultivar di pesco, nettarine e percoche.
I portinnesti ibridi pesco x davidiana sono resistenti o tolleranti ai nematodi galligeni e sono idonei per la coltivazione in terreno ristoppiato.
Cadaman Avimag presenta una vigoria simile al GF677, resistente a Meloidogyne incognita, ma sensibile a M. javanica, tollerante alla clorosi, all’asfissia radicale e alla stanchezza del terreno. Barrier 1 induce una vigoria analoga al GF677; ritarda la fioritura e la maturazione di alcuni giorni rispetto al franco. Buona resistenza ai nematodi galligeni; tollerante alla clorosi e alla stanchezza del terreno.
I portinnesti derivanti dal susino e sue selezioni sono generalmente più resistenti del franco all’asfissia radicale e alla clorosi da calcare e sono adatti al terreno ristoppiato.
Penta è una selezione di susino europeo ottenuta per libera impollinazione della cultivar Imperial Epineuse, vigoria inferiore al franco, idonea per terreni pesanti, tollerante a Meloidogyne spp. e resistente a Phytophthora ssp. e Verticillium dahliae.
Tetra, selezione di susino europeo ottenuto per libera impollinazione della cultivar Regina Claudia Verde. Di vigore analogo al franco, è molto tollerante ai nematodi galligeni, resistente a Phytophthora cinnamomi e tollerante ad Armillaria mellea, adatto a terreni pesanti.
Mr.S. 2/5 è una selezione di mirabolano (probabilmente Prunus cerasifera x Prunus spinosa), poco pollonifero, adatto a terreni ristoppiati e di non buona fertilità, anticipa la maturazione e migliora la colorazione dei frutti.
Ishtara Ferciana è un ibrido interspecifico complesso (Prunus cerasifera x Prunus salicina) x (Prunus cerasifera x Prunus persica), di media vigoria, che riduce la taglia della pianta del 20% circa rispetto al franco, sensibile ai terreni asfittici e clorosanti, anticipa la maturazione dei frutti di 2-4 giorni, aumenta la colorazione dell’epidermide. Molto delicato in fase di trapianto, non pollonifero (7.18).
Adesoto 101 - Puebla è un clone di Prunus insitia adatto a terreni asfittici e clorosanti, resistente ai nematodi, tollerante ad Armillaria mellea e al ristoppio, con vigoria ridotta rispetto a GF677 (-20%).

     

 Coltivazione del pesco


Esigenze climatiche e pedologiche Il pesco è una pianta delicata ed esigente. Trova le condizioni climatiche ideali nei Paesi del Mediterraneo dove è diffusa oltre i 45° di latitudine. Le temperature minime che provocano danni alla pianta durante il pieno riposo vegetativo variano da circa −14 a −16°C; finito il riposo vegetativo, le temperature minime in grado di provocare danni si innalzano progressivamente: −7°C a gemma gonfia, −3,5/−4,0 °C a bottoni rosa, −1,8/−2,0 °C alla caduta dei petali; −1,3/−1,5 °C alla scamiciatura, −1,0 °C a frutto allegato.
Il fabbisogno in freddo del pesco varia da poche decine a oltre 1.000 ore, anche se la maggior parte delle cultivar ha una esigenza di freddo invernale che varia da 5-600 a 7-800 ore. Il terreno ottimale per il pesco è quello di medio impasto tendente allo sciolto, ben provvisto di sostanza organica (2-3%), profondo, fresco, con sottosuolo permeabile, a reazione neutra. Il pesco è tra le specie più sensibili all’asfissia radicale: è necessario evitare i ristagni idrici. È inoltre importante assicurare alla coltura un sufficiente franco di coltivazione di 80-100 cm. I terreni molto sciolti o sabbiosi facilitano la diffusione dei nematodi galligeni (Meloidogyne javanica e M. incognita).
Il pesco è assai sensibile alla carenza di azoto, che comporta un insufficiente rinnovo vegetativo, e alla carenza di ferro, che determina clorosi fogliare. I terreni acidi sono correlati con il deperimento del pesco denominato short life. Sopporta bene i freddi purché non tardivi (7.19); ha bisogno di irrigazione nelle zone centro-meridionali e in suoli non profondi.
Impianto L’impianto del pescheto viene di norma eseguito con piante a radice nuda durante il periodo di riposo vegetativo, ma la crescente diffusione della produzione vivaistica di piante in contenitori, sia come portainnesti sia come piante innestate, fa sì che l’impianto si possa eseguire, in via straordinaria, anche a inizio primavera con piante appena entrate in vegetazione.
Le ragioni di tale scelta sono diverse: indisponibilità di piante nel periodo invernale, indisponibilità o impraticabilità del terreno, costo delle piante, ecc.
In linea generale, è preferibile eseguire l’impianto con piante innestate, ma è ancora molto diffuso soprattutto da parte dei piccoli frutticoltori l’impianto del portainnesto e il successivo innesto a dimora.

     

 Forme e sistemi di allevamento


Il pesco può essere allevato in forme molto diverse, da scegliere in relazione alle caratteristiche della combinazione nesto-portinnesto e alle condizioni ambientali del luogo di coltivazione. Per esempio, la frequenza e la intensità delle gelate invernali influenzano la scelta dell’altezza della impalcatura da terra e dell’intera chioma fruttificante, in quanto è noto che i danni da freddo più gravi si manifestano entro 1-2 m dal suolo. La frequenza e la forza dei venti suggeriscono, al contrario, di contenere l’altezza della chioma per ridurre i danni.
Anche l’intensità della insolazione estiva influisce sulla scelta della forma di allevamento nonché sui tempi e sull’incisività della potatura estiva. La densità di impianto e la forma di allevamento possono essere influenzate dalla disponibilità o meno dell’irrigazione e dalla natura del terreno, fattori che possono modificare in misura importante la vigoria delle piante. Anche la giacitura in pianura o in collina e la relativa sistemazione del terreno determinano le scelte del peschicoltore per quanto riguarda la forma di allevamento da adottare.
La differenza più importante è tra la piccola azienda familiare e la grande azienda, poiché variano molto i criteri di valutazione dei costi della manodopera, la disponibilità di capitali iniziali, le dimensioni degli appezzamenti e degli impianti frutticoli. Le tabelle 7.20 e 7.21 riassumono diverse informazioni circa le forme di allevamento e le densità di impianto del pesco.
Le forme di allevamento si suddividono in tre gruppi: in volume, a parete verticale, a parete inclinata.
Forme in volume
VASETTO RITARDATO Si è diffuso a partire dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso ed è ancora la forma in volume più utilizzata (7.22). Il vasetto ritardato presenta le seguenti caratteristiche:
densità di impianto media (in genere 400-600 piante/ettaro con sesto di 5-6 x 3-4 m);
altezza delle piante compresa entro circa 2,5 metri dal suolo allo scopo di permettere lo svolgimento di tutte le operazioni manuali da terra;
struttura scheletrica costituita solo da branche di I e II ordine.
L’impianto si effettua di norma con astoni non spuntati, provvisti di buoni rami anticipati.
Nel caso in cui l’astone sia troppo vigoroso, o comunque di cattiva qualità e sprovvisto di buone gemme a legno, è consigliabile tagliarlo a 10-15 cm sopra il punto d’innesto, ricostituendo la pianta da un nuovo germoglio.
Durante i primi 2 anni, la potatura è ridotta praticamente a poco o nulla, eliminando i rami inseriti sui primi 40-50 cm di tronco.
Al terzo anno, successivamente alla raccolta, l’asse centrale viene tagliato a 80-100 cm dal suolo in modo da lasciare 4-5 branche permanenti. La pianta deve raggiungere un’altezza di circa 2,5-2,7 m, tale da permettere l’esecuzione da terra delle operazioni colturali e della raccolta.
Vantaggi:
1. non richiede strutture temporanee o permanenti;
2. la potatura di allevamento è di facile esecuzione;
3. richiede un basso livello di meccanizzazione;
4. permette di svolgere tutte le operazioni manuali da terra.
Svantaggi:
1. le piante sono soggette a danni da freddo considerata l’altezza contenuta;
2. produzione a ettaro inferiore alle forme di allevamento a parete verticale e a ipsilon.
VASO CALIFORNIANO Forma adatta per la raccolta meccanica delle pesche da industria. Il tronco è alto 90-100 cm per consentire il posizionamento del braccio scuotitore e dell’ombrello intercettatore. Dal tronco si dipartono tre brevi branche primarie che si biforcano in due branche secondarie piuttosto erette (25-30° rispetto alla verticale), rivestite sul lato esterno da corte branchette sulle quali sono inserite le formazioni fruttifere. La struttura scheletrica è totalmente vuota all’interno, con le sei branche secondarie sfalsate tra loro di 60° sul piano orizzontale. Il sesto d’impianto è elevato (5-6 x 5-6 m) per agevolare gli spostamenti delle macchine raccoglitrici.
Forme a parete verticale Queste forme stanno perdendo importanza, pur mantenendo una loro validità tecnico-economica nelle condizioni adatte. In mancanza di idonei portinnesti nanizzanti, la parete fruttifera deve essere alta circa 4 m, e ciò rende necessario l’uso di costosi carri a piattaforme laterali; inoltre, è ormai accertato che il rendimento medio degli operatori è maggiore quando il lavoro è fatto da terra rispetto a quello sul carro.
PALMETTA TRADIZIONALE Le distanze odierne di impianto della palmetta tradizionale sono più contenute che in passato (4,5 x 3-3,5 m invece di 4,5-5 x 4,5-5 m) (7.23); ciò determina alcuni vantaggi: una più precoce fruttificazione e una più rapida e facile creazione della struttura scheletrica costituita da un asse centrale e tre impalcature (la prima a 50-60 cm dal suolo, la seconda a 110-120 cm dalla prima, la terza a 90-100 cm dalla seconda). L’allestimento dell’impalcatura di pali e fili è di grande utilità per una migliore, più facile e meno costosa potatura.
FUSETTO Presenta i vantaggi della parete fruttifera della palmetta e quelli della elevata densità (7.24). Le distanze di impianto sono di 4,5-5 m tra le file e di 1,5-2 m tra le piante.
La struttura scheletrica del fusetto è costituita da un asse centrale permanente e da branchette distribuite nell’arco di 360°, distanziate tra loro in altezza di 30-50 cm, più lunghe alla base e man mano più corte spostandosi verso l’apice.
PAL-SPINDLE È una forma di palmetta, realizzata nel Veronese, che si diversifica da quella tradizionale per la presenza di una prima e unica impalcatura a palmetta con al centro un fusetto (Spindle). Tale forma di allevamento prende il nome di “Pal-spindle”.Le distanze di impianto sono 5 x 3 m, con formazione di due grosse branche inserite a 50 cm da terra e con un asse centrale rivestito di branchette a frutto, alto circa 2,7-3,0 m. Le due branche sono orientate nel senso del filare, inclinate di circa 40°-50°, inoltre al secondo-terzo anno, legate reciprocamente, costituiscono una parete.
Vantaggi del Pal-spindle:
1. assenza di strutture di sostegno (pali e fili) (7.25);
2. agevole esecuzione della potatura invernale, potatura verde, diradamento e raccolta;
3. facile protezione con reti antigrandine.
Svantaggi:
1. produzione inferiore alla palmetta classica;
2. maggiori rischi di danni da freddo rispetto alla palmetta.
CORDONE VERTICALE Questa forma di allevamento è impiegata per impianti ad alta densità, con un investimento fino a 5.000 piante/ha. La pianta assume una forma simile al fusetto, ma più compatta, di altezza pari a 3-3,5 m; l’entrata in produzione si ha già a partire dal 2°-3° anno. La distanza di impianto sulla fila è ridotta (1-1,5 m), l’interfila non superi i 2-2,5 m. È una forma di allevamento consigliata per le varietà a raccolta medio-tardiva su portinnesto con vigoria ridotta.
Forme a pareti inclinate
ALLEVAMENTO A Y La forma a pareti inclinate più nota è il Tatura trellis, detta in Italia “Y trasversale”. Si tratta di un sistema di allevamento (5,0-6,0 x 1-1,5 m) ideato presso la Stazione sperimentale di Tatura, Australia, che ha suscitato interesse soprattutto nella prospettiva di attuare la meccanizzazione integrale delle varie operazioni colturali sebbene nella pratica tale possibilità non sia applicabile alle cultivar per il consumo fresco a causa dello scadimento qualitativo del raccolto.
Il sistema di allevamento richiede un’armatura fissa di pali e di fili e una precisa potatura d’allevamento fino a quando non si è costituita la struttura vegetale. Esiste anche un “Y” senza struttura di sostegno, allevato su distanze di 6 m di interfila e 2 m sulla fila (7.26).
In Italia la forma a “Y” ha trovato la sua iniziale valorizzazione in impianti sotto serra per anticipare la maturazione delle cultivar precoci, con il vantaggio di posizionare i pali di sostegno della struttura della serra sul filare, lasciando l’interfilare libero per il passaggio delle macchine; oggi è impiegata anche per impianti in pieno campo data la produttività elevata e la relativa economicità di gestione.
L’Y adottato in Italia è comunque diverso dal Tatura trellis perchè la distanza di impianto è più stretta tra le file (4,5-5 m) invece di 5,5-6,0 m e vi è una maggiore distanza tra le piante sulla fila (1,5-2 m invece di 1-1,5 m).
Vantaggi dell’allevamento a Y:
1. precoce ed elevata produttività;
2. produzione di elevata qualità;
3. esecuzione delle operazioni di potatura, diradamento e raccolta da terra;
4. facilità di potatura sia estiva sia invernale.
Svantaggi:
1. alto costo della struttura di sostegno;
2. rischi di rottura delle branche dovuto al peso della produzione;
3. richiesta di ripetute potature verdi considerata la tendenza delle branche a emettere succhioni;
4. difficoltà di copertura con le reti antigrandine.

PRODUZIONI VEGETALI 
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Volume B - Arboree