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 Pero

PERO - PEAR TREE TREE
INQUADRAMENTO BOTANICO
Regno Plantae
Sottoregno Tracheobionta
Superdivisione Spermatophyta
Divisione Magnoliophyta
Classe Magnoliopsida
Sottoclasse Rosidae
Ordine Rosales
Famiglia Rosaceae
Genere Pyrus
Specie Pyrus communis

     

 Importanza economica e diffusione


Il pero rappresenta, dopo il melo, l’albero da frutto più coltivato nei paesi a clima temperato. Si distinguono due tipologie di pere: le pere occidentali o europee, caratterizzate da una polpa fondente e succosa e le pere asiatiche, che comprendono anche i nashi, con polpa dolce, scarsamente acida e particolarmente croccante.
Le prime sono diffuse principalmente in Europa, nel Nord e Sud America, in Sudafrica e in Australia, mentre le seconde sono coltivate quasi unicamente in Cina e in Giappone.
La produzione mondiale di pere è in costante aumento ed è per la maggior parte costituita da varietà asiatiche.
Il principale produttore mondiale è la Cina, la cui produzione è triplicata negli ultimi dieci anni. All’interno della Comunità Europea l’Italia è al primo posto, con una produzione nazionale che costituisce il 32% del totale, seguita da Belgio e Olanda (31%), Spagna (15%) e Francia (6%).
L’Italia è anche il secondo produttore mondiale di pere. La maggior parte della produzione è concentrata in Emilia-Romagna (oltre il 65% del totale, in prevalenza nelle province di Ferrara, Modena e Bologna) e in Veneto (oltre l’11%). L’Unione Europea ha riconosciuto il marchio Pera dell’Emilia Romagna IGP riferito a sei varietà: William, Max Red Bartlett, Conference, Decana del Comizio, Abate Fetel e Kaiser. Altre Regioni interessate alla coltura sono Sicilia, Piemonte, Campania e Lombardia. Le superfici investite a pere in regime biologico ammontano a circa 2.500 ha (2018, Fonte SINAB).
Oltre il 10% della produzione, soprattutto quella della cultivar William, è destinata a trasformazioni industriali (succhi, nettari, sciroppati,
distillati).
L’Unione Europea è anche un grande importatore di pere, principalmente di prodotto “contro stagione” dall’emisfero australe.
I maggiori Paesi importatori sono Germania, Italia, Gran Bretagna e Spagna; quelli che, invece, esportano di più sono Italia, Francia e Spagna.
Le esportazioni e le importazioni italiane risultano piuttosto variabili negli anni: indicativamente, un quinto del prodotto viene esportato, principalmente verso il mercato tedesco, mentre circa 10-15.000 t di pere vengono importate ogni anno, in gran parte dall’Argentina.
Dagli inizi degli anni ’90 del secolo scorso, in Italia si coltivano anche le pere asiatiche; tuttavia, dopo l’entusiasmo iniziale, la superficie investita ha subito un rapido ridimensionamento.
Il motivo di questo insuccesso è derivato dall’imperfetta conoscenza di vari elementi: il comportamento varietale, l’epoca ottimale di raccolta, le modalità di conservazione più idonee. Tutto ciò non ha consentito di apprezzare pienamente il prodotto presentato come novità. Inoltre, l’offerta iniziale di una grossa quantità di questi frutti, ancora piuttosto sconosciuti nel nostro Paese, ha comportato problemi di carattere commerciale.

     

 Classificazione botanica


Il pero appartiene alla famiglia Rosaceae, alla sottofamiglia Pomoideae e al genere Pyrus, che comprende specie sia da frutto sia ornamentali. Oltre 20 specie appartengono al genere Pyrus; tra queste la specie P. communis L. è la più coltivata in Europa, Nord America, Sud America, Africa e Australia.
Vi sono specie minori, come P. nivalis Jacq. che è coltivata in Europa per la produzione di sidro, mentre in alcune zone del Nord America vengono coltivati ibridi di P. communis L. e P. pyrifolia (Burm) Nakai per l’industria di trasformazione.
In Asia, dove non risultano apprezzate le pere europee, le specie più impiegate sono P. pyrifolia (Burm.) Nakai (sin. P. serotina Rehd.), P. ussuriensis Maxim., P. bretscheideri Rehder, P. pashia Buch.-Ham. ex D. Don. e loro ibridi.
Il pero è conosciuto fin dalla preistoria. Numerosi documenti testimoniano come la sua coltura fosse largamente diffusa nel bacino del Mediterraneo sia in epoca greca sia in quella romana. Anche in Estremo Oriente la diffusione è di origine remota (viene coltivato in Cina da oltre 3.000 anni).
La zona sudoccidentale della Cina rappresenta di fatto l’areale di origine del genere Pyrus; da qui si è poi diffuso in tutto il continente asiatico e verso occidente, in Europa e nelle Americhe.

     

 Morfologia e biologia


Il pero ha un portamento assurgente (caratterizzato da acrotonia), forma tendenzialmente piramidale (poi globosa in età adulta), vigoria medio-elevata e altezza fino a 8-10 metri. Ha corteccia grigiobruna che invecchiando diventa rugosa, con ampie fenditure e screpolature.
Foglie, gemme e rami Le foglie hanno forma ovale, sono glabre e lucenti, con un lungo picciolo alla cui base si trovano due stipole caduche. In autunno, a seconda della varietà e del portinnesto, le foglie assumono tonalità giallastra o rossastra.
Le gemme sono distinte in gemme a legno e miste. Lungo l’asse portante non tutte le foglie presentano all’ascella una gemma, quelle prossimali, in genere, ne sono sprovviste.
I rami a frutto del pero sono il brindillo, la lamburda, la borsa e il ramo misto. Il brindillo è un rametto lungo 10-30 cm, che presenta una gemma mista apicale e gemme laterali a legno. La lamburda è distinta in lamburda vegetativa e lamburda fiorifera.
La lamburda vegetativa è assai corta (da 0,5 cm a circa 1-2 cm), dotata di una sola gemma terminale a legno, che l’anno successivo evolverà a gemma mista originando così la lamburda fiorifera. La lamburda vegetativa potrebbe terminare con una spina, in questo caso assume la definizione di lamburda spinosa. La borsa deriva dall’ingrossamento della parte basale dell’infiorescenza e ha gemme vegetative che originano lamburde e brindilli.
Il complesso di borse e lamburde prende il nome di zampa di gallo, una formazione caratteristica del pero.
Il ramo misto è un ramo di media vigoria, dotato di una gemma apicale a legno e di gemme laterali sia miste che a legno.

Fiore e frutto Le infiorescenze (corimbi), formate da 7-10 fiori singoli, si caratterizzano per la tipica colorazione biancastra (6.63). Il frutto è un pomo (cioè un falso frutto in quanto originato dall’ingrossamento del ricettacolo fiorale) al cui interno vi sono 5 logge contenenti ognuna due semi (6.64).
In molte varietà di Pyrus communis la polpa contiene cellule sclerificate (sclereidi).
La forma e la dimensione del frutto e il colore dell’epidermide variano a seconda della cultivar (6.65, 6.66). Tipica di alcune varietà (Conference e Kaiser) è una certa rugginosità dell’epidermide, mentre è motivo di deprezzamento commerciale in William, Abate Fétel, Decana del Comizio.
La forma del frutto può variare anche all’interno della stessa varietà, a seconda che esso derivi da un processo fecondativo oppure da partenogenesi.
Nel secondo caso, infatti, i frutti appaiono di dimensioni ridotte, forma irregolare e allungata e, ovviamente, sono privi di semi.
Alcune cultivar come Conference, William e Passa Crassana hanno una particolare attitudine a produrre frutti partenocarpici; essa può essere anche favorita da particolari condizioni nutrizionali e ambientali, così come da specifici trattamenti con fitormoni.
Pere asiatiche - Nashi I frutti sono generalmente globosi, talora molto grossi e provvisti di un lungo peduncolo.
L’epidermide è generalmente rugginosa.
La polpa risulta molto croccante e succosa, particolarmente povera in acidi, caratteristica questa che spesso determina un sapore poco pronunciato.
L’impollinazione è entomofila. La maggior parte delle cultivar è autoincompatibile, ma esistono anche fenomeni di incompatibilità intervarietale come fra le cultivar Kosui e Shinsui.

     

 Fisiologia e fenologia


Il pero è una specie caducifoglia, che entra in riposo vegetativo al sopraggiungere dell’inverno. Particolarmente importante per il suo regolare comportamento vegeto-produttivo è il soddisfacimento del fabbisogno in freddo, pari a circa 800-1600 unità di freddo (6.67). In caso contrario, è favorita l’insorgenza di fenomeni negativi quali l’abscissione delle gemme, anomalie e aborti fiorali e, quindi, riduzione della produttività della pianta.
Il ciclo fenologico del pero è simile a quello descritto per il melo. La maturazione dei frutti avviene in modo scalare: si avvia a inizio luglio nelle cultivar molto precoci e si completa a ottobre in quelle più tardive.

     

 Propagazione


La propagazione del pero avviene normalmente per via agamica, attraverso l’innesto. La propagazione gamica (per seme) si usa nel miglioramento genetico e nella produzione di portinnesti franchi, sebbene questi ultimi siano ormai stati soppiantati dall’uso di portinnesti clonali e di cotogno (6.68).

 6.67 Soglia critica della sensibilità al freddo del pero in funzione della fase fenologica (secondo le fasi fenologiche di Fleckinger).

 6.68 Portinnesti derivati da cotogno.

Portinnesti La scelta del portinnesto assume notevole importanza poiché permette di contenere la vigoria delle piante e, quindi, di adottare elevate densità di impianto, sia di estendere la coltivazione del pero a diversi ambienti pedoclimatici. I portinnesti del pero sono il franco, i franchi clonali e i cloni di cotogno. Attualmente quelli ancora più utilizzati sono i cloni di cotogno anche se manifestano scarsa tolleranza al calcare attivo e disaffinità d’innesto con alcune cultivar (superabile con l’innesto intermedio) (6.69, 6.70).
Franco. Conferisce al nesto vigoria elevata, notevole sviluppo, longevità, buone capacità di adattamento al terreno, entrata in produzione tardiva e notevole sensibilità al calcare. Le piante che si ottengono hanno spesso un portamento assurgente e vegetazione rigogliosa.
I frutti mostrano una scarsa colorazione e una ridotta pezzatura, accompagnata da una possibile disformità morfologica e produttiva delle piante. Tutte queste caratteristiche rendono a oggi sfavorevole e limitato l’impiego del franco, rispetto a una quarantina di anni fa.
Franchi clonali. Da molti anni la ricerca si è orientata alla selezione di franchi propagabili agamicamente e in grado di controllare lo sviluppo dell’albero. Alcuni di questi portinnesti sono in grado di imprimere una vigoria paragonabile al franco comune (ma con una elevata efficienza produttiva) e anche di migliorare altre caratteristiche (per esempio la resistenza al colpo di fuoco batterico e al deperimento del pero). Tra questi si ricorda la serie degli OH x F (ottenuta negli USA dall’incrocio tra Old Home x Farmingdale) resistenti al fire-blight (colpo di fuoco) e giudicati nanizzanti (Farold 40 e Farold 87) e la serie prodotta dall’INRA di Angers, contrassegnata con la lettera P, in grado di imprimere un’elevata vigoria e una elevata capacità produttiva.
Esistono tuttavia molte altre serie clonali di sicuro interesse come il Franco Fox 11 e Fox 9 molto indicati per terreni calcarei e con pH elevato.
Fox 9. È un portinnesto clonale ottenuto dalla selezione di semenzali derivanti da libera impollinazione della cultivar Volpina (Pyrus communis L.), impiegata in Emilia- Romagna per ottenere portinnesti franchi di pero. È stato selezionato come DCA-BO E110 nel 1982 presso il Dipartimento di Colture Arboree dell’Università di Bologna. Vigoria media. Presenta buona rusticità, tollera i terreni argillosi e si adatta ai suoli calcarei e sub-alcalini. L’entrata in produzione è rapida. Ottima affinità d’innesto.
Cotogno. È molto conosciuto (il più diffuso dal secondo dopoguerra nella Pianura Padana) ma soltanto negli ultimi decenni ha raggiunto una diffusione tale da sostituire quasi completamente il franco. Le piante innestate su cotogno presentano minore vigoria rispetto a quelle su franco, entrano in produzione prima, danno frutti più saporiti, che maturano precocemente e non sono soggetti al black-end (annerimento della cavità calicina a fine maturazione). Il cotogno è sensibile alla clorosi da calcare attivo, che non dovrebbe superare il 5-6%. Questo dipende, oltre che dal clone, anche dal tipo di terreno.
Infatti, in caso di terreni ricchi di argilla e di sostanza organica, non si ha clorosi anche con valori di calcare più elevato rispetto a quello indicato. Quasi tutti i cloni di cotogno manifestano delle disaffinità nei confronti delle principali cultivar di pero mostrando sintomi quali iperplasie al punto d’innesto, precoce arrossamento delle foglie a fine estate e scarso sviluppo dell’albero fino al deperimento irreversibile. Vi può anche essere un accumulo di amido nel nesto e contemporaneamente carenza nel soggetto per cause di natura biochimica.
Il cotogno si propaga bene per talea arrivando anche al 100% di radicazione se vengono eseguiti trattamenti adeguati con rizogeni.
I cloni di cotogno maggiormente diffusi sono quelli francesi che si suddividono in due gruppi omogenei:
Cotogni d’Angers (Francia Settentrionale): il clone E.MA è caratterizzato da facile radicazione, mediocre affinità nei confronti delle cultivar e minore vigoria rispetto al cotogno di Provenza. La messa a frutto è precoce ed è adatto per terreni freschi, fertili e non calcarei (4-5% di calcare attivo). Il clone Sydo è leggermente più debole dell’E.MA, ma più produttivo del 10% circa.
Cotogni di Provenza (Francia Meridionale): il clone BA29 è attualmente uno dei più utilizzati in Emilia-Romagna per la discreta attitudine rizogena, la maggiore affinità rispetto ai cotogni d’Angers e la minore sensibilità sia al calcare che alla virosi. È il più vigoroso dei cotogni oggi utilizzati. Da ricordare anche il clone 98/4.
Tra gli altri cotogni si ricordano:
Gruppo CtS. Ottenuti in Italia negli anni 1950 dal Prof. Scaramuzzi. Interessante in modo particolare il CtS212, che induce un vigore paragonabile al cotogno E.MA.
Cotogno E.MC. Selezionato dalla stazione di East Malling, molto nanizzante; questa caratteristica lo rende interessante per la costituzione di impianti ad alta densità.
Gruppo Adams. Poco vigoroso, ma con elevata capacità produttiva. Consigliato per l’innesto della Decana del Comizio in quanto cultivar notoriamente poco vigorosa.
Queste due ultime selezioni sono oggi le più nanizzanti e adatte per impianti ad alta densità. Dal confronto pregi-difetti, appare evidente che i migliori portinnesti sono i moderni franchi clonali di pero (6.71, 6.72).
Rispetto ai cloni di cotogno, pur conferendo una vigoria leggermente superiore, sono decisamente meno sensibili al calcare attivo, alle virosi, al colpo di fuoco batterico e, soprattutto, non manifestano disaffinità d’innesto con le varie cultivar.

     

 Coltivazione del pero


Esigenze climatiche e pedologiche Il pero predilige climi temperato-freschi, capaci di soddisfare il suo fabbisogno in freddo. È una specie in grado di sopportare temperature invernali piuttosto rigide, sebbene alcuni portinnesti (Sydo, BA29 ed E.MC) tendano a incrementare la sensibilità al freddo.
Il pero fiorisce piuttosto precocemente e questo può comportare un possibile rischio di danni da ritorni di freddo in primavera. Col procedere della fioritura aumenta la sensibilità al freddo: i frutti allegati risultano seriamente danneggiati da temperature inferiori a −2°C, mentre allo stadio di bottoni fiorali si osservano danni solo con temperature vicine a −3°C. I ritorni di freddo, oltre che danneggiare direttamente i fiori possono compromettere l’allegagione dei frutticini o provocare su di essi la comparsa di fisiopatie come ruggine, formazione di anelli da gelo, macchie suberose e deformazioni.
Nelle zone idonee può essere utilizzata la tecnica dell’irrigazione antibrina analogamente a quanto si fa con il melo.
Valori elevati di umidità e lunghi periodi piovosi favoriscono l’insorgenza di numerosi problemi di carattere fitosanitario quali ticchiolatura, Pseudomonas syringae pv. maculatura bruna. Soprattutto durante la fase produttiva, il pero risente anche dell’effetto negativo di temperature troppo elevate e forti insolazioni che possono causare ustioni ai frutti.
Per ciò che riguarda il terreno, il pero predilige terreni di media tessitura, moderatamente fine, con buon drenaggio e bassa percentuale di calcare attivo. Tollera meglio di altre specie i terreni pesanti, pur risentendone dal punto di vista produttivo.

Impianto Prima di programmare e preparare il terreno all’impianto, occorre valutare la vocazionalità dell’area e scegliere le varietà più adatte alle condizioni pedoclimatiche della zona. In caso di reimpianto è importante asportare accuratamente i residui colturali e utilizzare appropriati portinnesti, favorendo quelli più adatti al ristoppio e considerare che la vigoria degli alberi, in caso di reimpianto, risulterà comunque più ridotta.
Le lavorazioni pre-impianto sono oggi improntate verso un ridotto consumo energetico, riducendo per esempio la profondità di aratura rispetto ad alcuni anni fa e ricorrendo alla lavorazione a due strati. È altrettanto importante eseguire accurate regimazioni idraulicheeffettuate spesso con drenaggi sotterranei, per evitare fenomeni di ristagno idrico e conseguente marciume radicale.
Le concimazioni di fondo devono essere valutate in relazione agli esiti delle analisi del terreno; particolarmente importante risulta, fin da subito, il controllo del calcare attivo che può risultare limitante per alcuni portinnesti. L’orientamento dei filari è preferibilmente quello Nord-Sud, perché consente una migliore intercettazione luminosa. Dopo le sistemazioni idrauliche e l’affinamento si passa allo squadro per definire la direzione dei filari, la posizione delle piante e dei pali di sostegno.
Per la scelta del sesto d’impianto è importante considerare la varietà, il portinnesto, la forma di allevamento e le caratteristiche pedoclimatiche. Successivamente si procede al fissaggio dei fili di sostegno e dei tiranti. La messa a dimora delle piante (astoni) si può eseguire nel tardo autunno, fine inverno/inizio primavera. Segue solitamente l’installazione dell’impianto di irrigazione localizzata.
Si sta diffondendo anche l’uso di coperture protettive quali le reti antigrandine, le reti antivento e le reti antinsetto, in varie tipologie. Particolare attenzione va posta al materiale vivaistico: è importante, infatti, fare ricorso a materiale certificato dal punto di vista genetico-sanitario. Presso i vivai sono disponibili varie tipologie di astoni, più o meno congeniali al tipo di impianto previsto: astoni tradizionali di 1 o 2 anni ottenuti con innesto a gemma o astoni di 2 anni tipo Knip, innestati a banco in febbraio, messi subito a dimora in vivaio ed estirpati nell’autunno dell’anno successivo (6.76, 6.78).
Per una rapida entrata in produzione, gli astoni che si pongono a dimora devono presentare un apparato radicale integro ben sviluppato ed essere ben ramificati, provvisti di germogli laterali inseriti con regolarità e con vigoria decrescente dalla base verso l’apice.
Nei nuovi impianti, la densità di piantagione oscilla da circa 2.000 a 6.000 piante/ha; in qualche caso si può arrivare anche a 8.000 piante/ha per quelli ad altissima densità (6.77).

APPROFONDIMENTO
     

Caratteristiche della rete antigrandine

La rete antigrandine deve rispondere a determinati requisiti che sono indicati nelle norme di certificazione UNI EN 10406 sui materiali e, per la resistenza, UNI EN 13206:
• Materiale: polietilene (HDPE).
• Lavorazione: giro inglese.
• Diametro dei fili: minimo 0,28 mm.
• Maglia: non superiore a 2,8 x 8 mm.
• Peso unitario: 48 g/mq ±5 %.
• Durata: non specificata, ma in genere 10 anni per la nera, 5 anni per quella bianca.
• Colore: nero (-20% di luce); bianco (-8-10% di luce); grigio (-12% di luce); altri colori: ombreggiamento intermedio tra grigio e nero, influenza sui diversi parametri (°Brix, colore).

Forme e sistemi di allevamento ll pero si adatta molto bene a diverse forme di allevamento. Oggi, però, si tende a privilegiare le forme libere, sulle quali si interviene inizialmente con limitati tagli correttivi complementari alle piegature e curvature, pratiche molto efficaci per conferire alla pianta il miglior habitus produttivo nel minor tempo possibile (6.78, 6.79).
Attualmente sono quasi completamente abbandonate tanto le forme di allevamento in volume, quali il vaso e la piramide, quanto quelle alte e strette, come la palmetta regolare.
Le forme di allevamento oggi più diffuse sono il fusetto e la palmetta anticipata, nonché, per elevate densità di impianto, i cordoni verticali.
Fusetto È la forma più utilizzata negli impianti a medioalta densità (1.500-2.500 alberi/ha) perché permette l’intensificazione dell’impianto senza eccessivi costi per strutture e manodopera.
Consente di ottenere una forma conica, mediante branchette di lunghezza decrescente verso l’apice dell’albero (6.80).
Palmetta anticipata La palmetta anticipata sfrutta la presenza di rami anticipati emessi naturalmente oppure indotti con l’applicazione di fitoregolatori in vivaio (6.81).
Viene utilizzata con portinnesti vigorosi: l’obiettivo è allevare gli alberi assecondando la loro naturale predisposizione alla ramificazione, per completare al più presto lo scheletro portante e, quindi, ridurre al minimo gli interventi cesori che potrebbero generare riscoppi vegetativi e un ritardo dell’entrata in produzione.
Questa forma presenta alcuni limiti, in particolare, ampie distanze di impianto e maggiori costi di potatura e raccolta poiché le piante tendono a raggiungere importanti dimensioni, che talvolta superano i 4 m.
Cordone verticale È utilizzato per impianti con elevatissima densità di piantagione (oltre 5.000 piante/ha) e necessita di portinnesti poco vigorosi.
È formato da un asse verticale e corte branchette con lamburde che periodicamente vengono rinnovate (6.82 a).
La distanza di piantagione è scelta in base alla vigoria della combinazione di innesto e della forma di allevamento. Occorre tener conto dell’altezza finale delle piante al fine di una valida esposizione alla luce.
L’impiego del cotogno E.MC (portinnesto nanizzante) ha permesso di ridurre le dimensioni delle piante, potendo così aumentare la densità di impianto. Per quanto riguarda le distanze di impianto, esse oscillano da 4 a 2,5 m tra le file e da 1 a 0,50 m lungo la fila. Bisogna evitare sovrapposizioni di branche e favorire l’esposizione alla luce delle gemme fruttifere.
Y trasversale Il principio che guida questa forma di allevamento è quello di ottenere una doppia parete su piani inclinati con un angolo di allontanamento trasversale variabile da 35° a 45°. Il sistema prevede lo sviluppo di due branche che si dipartono dal tronco basale a 60-70 cm da terra. Gli elevati costi delle strutture portanti e di sostegno e le difficoltà di potatura ne limitano l’utilizzo.

     

 Potatura


In base alla fase evolutiva dell’albero e all’epoca d’intervento, si distinguono due tipologie di potatura:
1. Potatura di allevamento. Nel fusetto, gli interventi durante il primo anno si limitano all’eliminazione di rami male inseriti o concorrenti ed eventualmente a leggere piegature finalizzate alla corretta formazione dello scheletro centrale. Nella primavera successiva si regolerà l’altezza raggiunta dalla cima praticando un taglio di ritorno in corrispondenza di un ramo laterale debole.
Durante la stagione vegetativa si ripeteranno gli interventi di potatura verde, quali piegature e soppressione di rami concorrenti e succhioni. Solitamente, ripetendo queste operazioni anche nei due anni successivi, al termine del quarto anno la struttura scheletrica risulterà definitiva.
Nella palmetta tradizionale con le branche portanti direzionate lungo il filare (6.79), occorre mantenere anche i germogli che si sviluppano verso l’interfila, regolandoli in lunghezza mediante tagli di ritorno. Le potature verdi prevedono la soppressione di rami concorrenti e succhioni, l’alleggerimento delle cime e le piegature.
2. Potatura di produzione. Mira al graduale rinnovo delle formazioni fruttifere (che nel pero invecchiano precocemente), migliorando la qualità delle produzioni. La potatura di produzione è diversa a seconda del modello di fruttificazione della cultivar, come di seguito descritto. La pratica del diradamento dei frutti, qualora necessaria, è manuale in quanto non si hanno ancora validi prodotti chimici diradanti specifici per il pero.
Gruppo 1 - William. La fruttificazione in questo gruppo avviene su rami di 1 anno (brindilli), specialmente negli alberi giovani; con il progressivo invecchiamento dell’albero è possibile osservare fruttificazioni anche su lamburde portate su legno vecchio fino a una percentuale del 30%. Altre cultivar che presentano lo stesso habitus di fruttificazione sono: Coscia, Santa Maria e Butirra Precoce Morettini. La potatura di produzione dovrà essere eseguita solo con tagli di diradamento dei rami di 1 anno e non di raccorciamento, per evitare l’asportazione di gemme miste terminali fertili.
Gruppo 2 - Decana del Comizio e Abate Fetel. La fruttificazione avviene principalmente su lamburde portate da legno di 2 anni o al limite di 3 anni. In genere, con la potatura vengono lasciati rami di 1 anno che l’anno successivo si ricoprono di lamburde. Si effettua una potatura corta speronando le branchette di 2 o 3 anni in modo da lasciare al massimo 3-4 lamburde. Questa operazione determina un positivo effetto sull’allegagione, specialmente per la cultivar Abate Fetel, caratterizzata da una fogliazione precoce.
Gruppo 3 - Conference. È una cultivar molto fertile e produce prevalentemente su lamburde, portate da branche vecchie, che sono in grado di rigenerarsi di anno in anno. Richiede interventi di potatura costanti e in grado di asportare almeno 1/3 delle lamburde in modo da permetterne il rinnovo. Sul legno vecchio tende a produrre frutti piccoli e scarsi dal punto di vista qualitativo, per cui occorre lasciare una certa quota di rami di 1 anno per il rinnovo delle formazioni fruttifere.
Gruppo 4 - Kaiser. Fruttifica di preferenza su lamburde portate da legno vecchio. Queste formazioni presentano un ottimo livello di produttività considerata la buona capacità di allegagione. Un’altra cultivar con simile habitus produttivo è la Favorita di Clapp.
Gruppo 5 - Passa Crassana. Si caratterizza per la formazione di rami a legno che al secondo anno generano nuovi assi vegetativi in posizione apicale con varie lamburde e brindilli laterali. Il massimo risultato viene raggiunto con la potatura corta, mediante l’accorciamento della branca su una lamburda, facendo attenzione a garantire un razionale rinnovo.

     

 Gestione del suolo


Mira a un ottimale controllo delle infestanti, a migliorare l’efficacia degli elementi fertilizzanti, a ridurre le perdite di nutrienti per lisciviazione e a prevenire il ruscellamento (se il terreno è in pendenza).
Il problema del contenimento delle erbe infestanti viene risolto con periodiche lavorazioni del terreno, oppure con mezzi chimici, effettuando trattamenti diserbanti localizzati lungo la fila, raramente nella zona dell’interfilare. In caso di disponibilità irrigua, in genere, viene consigliato l’inerbimento permanente, che consente notevoli vantaggi, tra cui la possibilità di accedere nel pereto con macchine operatrici indipendentemente dalle condizioni meteorologiche.

Concimazione Le asportazioni medie annue (kg/ha) di un pereto in produzione (25-30 t/ha di frutti) sono:
N: 60-100 kg/ha;
P2O5: 30-50 kg/ha;
K2O: 120-150 kg/ha;
MgO: 12-15 kg/ha.
Tali valori, seppure solo indicativi, possono orientare il frutticoltore sulle dosi di fertilizzante da somministrare, partendo ovviamente dalla conoscenza sia del livello di fertilità del suolo sia dal comportamento dei vari elementi nutritivi in relazione al pH, alla quantità e al tipo di colloidi, al regime idrico.
CONCIMAZIONE DI FONDO Solitamente, in terreni mediamente fertili si distribuiscono 40-60 t/ha di letame maturo, 150-200 kg/ha di fosforo (P2O5) e 200-250 kg/ha di potassio (K2O) per ettaro.
CONCIMAZIONE DI ALLEVAMENTO Nella fase di allevamento si apportano:
1° anno: N 40 kg/ha; P2O5 15 kg/ha; K2O 20 kg/ha;
2° anno: N 60 kg/ha; P2O5 25 kg/ha; K2O 40 kg/ha;
3° anno: N 60 kg/ha (elevabile a 80 kg in caso di inizio produzione).
CONCIMAZIONE DI PRODUZIONE Generalmente si distribuiscono ogni anno:
80-120 kg/ha di azoto;
40-60 kg/ha di P2O5;
130-160 kg/ha di K2O;
20-30 kg/ha di MgO.
È consigliabile frazionare la distribuzione dell’azoto come segue: 30% a fine inverno, 20-30% all’allegagione, 20-30% all’ingrossamento dei frutti e 10-30% a fine estate-inizio autunno. Normalmente la concimazione fosfo-potassica è effettuata in autunno, oppure a fine inverno con interramento dei concimi.
MICROELEMENTI Quando il calcare attivo del terreno supera il 5%, il pero innestato su cotogno manifesta frequentemente fenomeni di clorosi ferrica, perché valori elevati di pH causano l’insolubilizzazione del ferro e il ridotto assorbimento di boro. In particolare, la cultivar Abate Fétel risulta particolarmente sensibile a questa fisiopatia, che si manifesta con l’ingiallimento delle foglie e la conseguente diminuzione della fotosintesi. In caso di insorgenza di clorosi (che comporterebbe una riduzione della pezzatura e un peggioramento delle caratteristiche sensoriali del frutto) si interviene con somministrazioni di ferro chelato al terreno o, meglio, alla vegetazione.
FERTIRRIGAZIONE E CONCIMAZIONE FOGLIARE Nei nuovi impianti di pero, dotati di sistemi di irrigazione localizzata è utile attuare la tecnica della fertirrigazione che permette di frazionare in piccole dosi gli apporti di elementi nutritivi ogni volta che si distribuisce l’acqua. La concimazione fogliare, seppure più costosa della concimazione tradizionale, ha il grande vantaggio di integrare più rapidamente le carenze minerali, soprattutto di microelementi. In caso di gravi manifestazioni di sofferenza da parte delle piante per clorosi ferrica, la concimazione fogliare è il metodo più rapido ed efficace per riattivare nella pianta il processo fotosintetico.

Irrigazione I volumi di adacquamento e i turni irrigui vanno stabiliti sulla base di diversi fattori: tipo di impianto irriguo, caratteristiche del terreno, andamento climatico e periodo vegetativo. Le necessità irrigue variano anche in funzione del portinnesto: si interviene spesso e con bassi volumi nel caso dei portinnesti più deboli, le cui radici risultano di limitato sviluppo e più superficiali, e con intervalli più lunghi, ma con volumi idrici maggiori nel caso di portinnesti vigorosi o franchi.
Gli impianti per aspersione sovrachioma non sono più consigliabili, per i notevoli sprechi e per i maggiori rischi dal punto di vista fitosanitario che comportano. Oggi si utilizzano principalmente impianti microirrigui, a goccia o a spruzzo sotto chioma, che consentono un ridotto e più efficiente uso dell’acqua e anche di eseguire le fertirrigazioni.

     

 Raccolta e aspetti qualitativi varietali


Le pere vengono raccolte in anticipo rispetto alla loro maturazione fisiologica poiché, diversamente, il rapido imbrunimento della polpa ne impedirebbe la commercializzazione.
Tuttavia, se la raccolta fosse troppo anticipata, difficilmente i frutti svilupperebbero completamente gli aromi caratteristici e anche la conservazione risulterebbe problematica.
L’individuazione dell’epoca ottimale di raccolta avviene valutando, su un campione rappresentativo dei frutti, uno o più dei seguenti indici di maturazione:
Durezza della polpa: la maturazione fisiologica del frutto è accompagnata dall’intenerimento della polpa, dovuta principalmente alla scissione enzimatica della protopectina in pectina solubile. Misurando con un penetrometro la resistenza della polpa alla penetrazione di un puntale di 8 mm di diametro si ottengono dei valori indicativi sullo stato di maturazione del frutto. I valori ottimali di durezza per la raccolta variano fra le diverse cultivar: 4-4,5 kg/cm2 per la raccolta di Decana del Comizio, 5 per Abate Fétel, 5,5 per Conference, 6-6,5 per William. Questo indice è al momento il più utlilizzato.
Indice dell’amido: nel corso della maturazione, l’amido si idrolizza trasformandosi in zuccheri semplici. Tagliando in sezione trasversale i frutti e immergendoli in una soluzione di Lugol (iodioioduro di potassio), si evidenzia visivamente lo stadio di degradazione dell’amido in quanto si colora di blu.
Colore della buccia: il colore di fondo dell’epidermide varia col procedere della maturazione fisiologica dato che le clorofille subiscono una degradazione e contemporaneamente compaiono pigmenti carotenoidi e antociani. Il colore si valuta solitamente confrontando il frutto con apposite carte colorimetriche, ma non è sempre facile individuare i frutti più rappresentativi a causa dell’ampia variabilità fra i frutti dello stesso albero.
Tenore zuccherino e rapporto acidi/zuccheri: è uno dei parametri più importanti per la qualità gustativa. Durante la maturazione l’amido si converte in saccarosio (disaccaride) e in glucosio e fruttosio (monosaccaridi). Il loro tenore si misura con un rifrattometro e viene espresso in gradi Brix (°Brix). La misura della concentrazione degli acidi è considerata un parametro di qualità e non un indice di maturazione.
È molto importante il rapporto dolce/acido nella determinazione del sapore del frutto.
Il contenuto in acidi del frutto di una varietà può essere soggetto a forti oscillazioni di anno in anno, per cui non è considerato un indice attendibile per l’epoca di maturazione.
L’acido maggiormente presente nelle pere è l’acido malico: si parla quindi di acidità titolabile, espressa in g/l di acido malico.
La raccolta delle pere è ancora oggi completamente manuale e avviene utilizzando due sistemi principali a seconda della forma di allevamento adottata. Per le forme in parete alte occorre procedere in due tempi, raccogliendo prima la parte bassa e successivamente la parte alta, con l’ausilio di un carro raccolta.
Il prodotto raccolto viene depositato in cassoni (detti bins) appoggiati a terra e successivamente movimentati con sollevatori idraulici. In caso di raccolta in frutteti più innovativi (caratterizzati da alte densità e da una altezza limitata della pianta), si adotta il sistema dei cassoni (bins) che vengono trasportati da carrelli singoli tra loro agganciati. Di solito i cantieri di raccolta sono formati da 6-8 persone con rese orarie variabili da 200 a 250 kg/ora a persona.
Caratteristiche minime In tutte le categorie, tenuto conto delle disposizioni specifiche previste per ogni categoria e delle tolleranze ammesse, le pere devono essere:
intere;
sane, sono esclusi i prodotti affetti da marciume o che presentino alterazioni tali da renderli inadatti al consumo;
pulite, praticamente prive di sostanze estranee visibili;
praticamente prive di parassiti;
praticamente esenti da attacchi parassitari;
prive di umidità esterna anomala;
prive di odori e/o sapori estranei;
raccolte con cura.
Lo stato di sviluppo e di maturazione delle pere devono essere tali da consentire alla frutta di:
proseguire il processo di maturazione in modo da raggiungere il grado di maturità appropriato, in funzione delle caratteristiche varietali;
sopportare il trasporto e le operazioni di movimentazione;
arrivare in condizioni soddisfacenti al luogo di destinazione.

     

 Avversità


Il pero è soggetto a numerose avversità biotiche e abiotiche in grado di colpire tutti gli organi della pianta in campo, ma anche i frutti in fase di conservazione. Adottare adeguate e corrette tecniche di coltivazione, di raccolta e di conservazione è fondamentale per ridurre i rischi di infezione e, talvolta, è l’unica strategia possibile per evitare danni produttivi ingenti.
Una razionale difesa fitosanitaria in campo si basa sull’applicazione dei principi della lotta integrata.
Per le avversità che interessano la coltura, si rimanda al quadro di sintesi proposto a fine Capitolo.

PRODUZIONI VEGETALI 
PRODUZIONI VEGETALI 
Volume B - Arboree