Coltivazione del melo

Esigenze climatiche e pedologiche Il melo presenta una elevata adattabilità ai diversi ambienti di coltivazione. In Italia è coltivato dalle Alpi alle Isole, da altitudini di pochi metri sopra il livello del mare fino a circa 1.200 metri di altezza sull’arco alpino. Occorre sottolineare che le condizioni climatiche sono in grado di condizionare le caratteristiche organolettiche delle varie cultivar. Il melo predilige climi temperato-freschi, resistendo al freddo anche a causa della ritardata epoca di fioritura (6.31).
Il melo, per sua natura, è esigente in freddo e quando tale fabbisogno non viene soddisfatto, per esempio nelle zone calde, fornisce prodotti mediocri.
Nei territori a clima invernale mite, si riescono a produrre mele di qualità utilizzando cultivar poco esigenti in fabbisogno di freddo (circa 400 ore anziché 1.000-1.200). A fine luglio avviene il processo di differenziazione delle gemme condizionato da equilibri nutrizionali, abbondanza di radiazione solare e dal contrasto tra l’azione stimolante delle auxine-citochinine e quella inibitrice esercitata da particolari gibberelline prodotte dai semi già presenti nei frutti.
Tale differenziazione si completa lentamente, interrompendosi talora in inverno e riprendendo nella primavera successiva. I terreni ideali per la coltura del melo sono: sciolti di medio impasto, ben drenati, mediamente ricchi di scheletro, con profondità minima di 50 cm, sostanza organica dal 2,5 al 5% e con un pH che varia a seconda del tipo di terreno tra 6 e 7,0 (terreni pesanti) (6.32). Poco adatti sono i terreni molto pesanti, argillosi, con un tenore di calcare attivo oltre il 16%, con pH superiore a 7,5, troppo ricchi di scheletro e di metalli pesanti (Cu, Zn, Cr, Cd, Pb, derivati da inquinamenti), eccessivamente salini, poco profondi (< 50 cm) e che presentano strati impermeabili o falde molto alte con rischi di ristagni d’acqua.

     

 Impianto


La lavorazione del terreno viene eseguita a varie profondità, in funzione della natura del suolo e della coltura precedente.
Solitamente le operazioni di aratura o vangatura, svolte alla profondità di circa 30-40 cm, possono essere adeguate per arieggiare e portare in superficie gli apparati radicali del precedente impianto. A volte si rende necessario l’impiego del ripper, specie in presenza di strati impermeabili, con una profondità di lavoro fino a circa 80-90 cm.
Il meleto non va mai reimpiantato in successione a se stesso, al fine di evitare sia le problematiche fitosanitarie derivanti dalla stanchezza del terreno sia la depressione di sviluppo delle piantine, assai evidente in caso di terreni pesanti e mal drenati (6.32).
Il reimpianto può essere effettuato solo dopo alcuni anni di coltivazione con specie erbacee, previa completa asportazione dei residui degli apparati radicali del meleto precedente, sistemazione delle piante in posizione diversa rispetto all’impianto preesistente, scelta di portinnesti meno sensibili alla stanchezza del terreno.
     

 Forme e sistemi di allevamento

La scelta della forma di allevamento è importante per ottenere: buona e costante produttività, precoce entrata in produzione, adeguata qualità della frutta, riduzione delle ore lavorative/ha, razionalizzazione dell’uso di energia e sostanze chimiche (6.34).
Con l’impiego di portinnesti nanizzanti è possibile ridurre la taglia delle piante e, conseguentemente, incrementare la precocità della messa a frutto e regolarizzare le produzioni. Inoltre, risulta migliore la meccanizzazione degli interventi colturali (per esempio diserbo, lavorazione del terreno, trattamenti fitosanitari), l’impiego più razionale della manodopera (potatura, diradamento, raccolta), con la conseguente riduzione dei costi di produzione. La distanza sulla fila e tra filari dipende dal portinnesto, dal vigore della varietà, dalla fertilità del terreno, dal parco macchine a disposizione e, infine, dall’esperienza del frutticoltore.
Le file vanno preferibilmente orientate in direzione Nord/Sud, per garantire la massima uniformità nella colorazione e maturazione dei frutti. I sistemi adottati oggi sono quelli a fila singola. Con le file multiple è possibile aumentare il numero di piante per ettaro, però si rende difficile il diserbo e la lavorazione, inoltre si riduce la qualità dei frutti. Per i portinnesti nanizzanti sono necessari sistemi di sostegno per tutta la durata dell’impianto. L’impianto va messo a dimora in autunno se le condizioni ambientali garantiscono periodi invernali non troppo rigidi e secchi. È da preferire l’impianto a fine inverno nelle zone in cui si manifestano temperature stagionali molto basse. Le piante vanno piantate a una profondità tale da lasciare il punto d’innesto fuori dal suolo di circa 10-15 cm (6.35). La densità di impianto è in funzione della varietà, del portinnesto e delle caratteristiche del terreno. La produzione vivaistica odierna offre astoni di due anni con tanti rami anticipati, ben lignificati (fino a dieci) che consentono di ottenere già al primo anno di impianto una produzione media di circa 5 kg/pianta (6.36).

Vaso Oeschberg (chioma a pieno vento) È una forma di allevamento tipica degli anni ‘50 del secolo scorso. La pianta è costituita da un fusto centrale prolungato dal quale dipartono tre branche primarie portanti branche secondarie con varie formazioni fruttifere (rami misti, brindilli e lamburde).
Le distanze di impianto variano da 8 x 6 m a 7 x 5 m, con circa 200-280 piante per ettaro.

Vaso aperto Sviluppato in Pianura Padana e Francia meridionale, è costituito da 3-4 branche primarie e sottobranche laterali, senza l’astone centrale tipico dell’Oeschberg.

Palmetta Al termine degli anni 1950, in ambienti della Pianura Padana, si è sviluppata questa forma di allevamento, costituita da branche portanti oblique (o anche orizzontali) che dipartono da un astone centrale su 2-4 piani. In pratica si tratta di una vera e propria parete a frutto. In Alto Adige la palmetta originaria venne condotta a 1-2 impalcature, poste a circa 1 metro l’una dall’altra, mentre l’asse centrale costituiva un superspindle. Le distanze di impianto variavano da 5 x 5 m a 5 x 4 m, con un investimento di circa 400-500 piante per ettaro. Con l’impiego di portinnesti di media vigoria le distanze di impianto vennero ricondotte a 4-4,5 x 3 m, ottenendo così una densità di circa 800 piante per ettaro.

Impianto fitto su portinnesti deboli A partire dagli anni 1960 si sono diffusi
gli impianti fitti di melo su portinnesti M9 e M26. Questo sistema di allevamento consentiva di conseguire produzioni unitarie più elevate per superficie e, oltretutto, comportava la facilitazione delle operazioni colturali, quali la potatura, il diradamento e la raccolta.
Inizialmente le distanze di impianto variavano da 3,5 x 1,25 m a 3,5 x 1,50 m a fila singola.
Nei sistemi di impianto a due file ravvicinate le distanze erano di 3-3,5 + 1 m x 1,50-1,70 m.
Sull’asse centrale della pianta, avente la forma a fusetto, a partire da circa 60-70 cm dal terreno, venivano inserite branchette laterali di dimensioni via via più ridotte andando verso la cima.

Superspindle (cordone verticale) Le piante assumono una forma a cordone verticale il cui ingombro circolare raggiunge un diametro massimo di 50-60 cm, con branchette ridotte e soggette a rinnovo continuo. Vi è un’ottima distribuzione della luce che garantisce una positiva maturazione dei frutti e quindi buone produzioni dal punto di vista quali-quantitativo. Le distanze di impianto variano, in genere, da 2-3 × 0,5-0,6 m, con una densità di piantagione da 5.555 a 10.000, piante/ha. Per contenere lo sviluppo delle piante è necessario l’impiego di regolatori di crescita.

Forma a Y longitudinale (Bibaum) Si tratta di una innovazione vivaistica che consiste nel fornire astoni bicauli preformati in vivaio. L’astone è messo a dimora con il doppio asse disposto nella direzione del filare, formando una forma appiattita e alta. Il principale vantaggio è dato dalla possibilità di realizzare frutteti a elevata densità con la metà delle piante.
Le operazioni di impianto richiedono molta precisione per il fatto che tutte le coppie di branche vanno legate ai fili di sostegno con lo stesso intervallo di spazio tra un asse e l’altro. Questo sistema di allevamento ha tre pregi correlati tra loro: la chioma della pianta si sviluppa in modo uniforme lungo il filare; il controllo della vegetazione è più agevole; i tempi di potatura si riducono.
Sesto di impianto: 2,5-3,0 × 1,20 m (2.777-3.333 piante/ha corrispondenti a 5.555-6.666 assi produttivi).

     

 Potatura e diradamento


La pianta di melo passa attraverso quattro fasi di vita: fase giovanile, fase di entrata in produzione, fase di piena produzione e fase di produzione decrescente. La potatura dunque, avviene con tecniche e modalità differenti a seconda dell’età della pianta.
Nella fase di allevamento gli obiettivi più importanti sono:
il rapido raggiungimento del volume definitivo della pianta;
la rapida entrata in produzione;
la formazione di una chioma con rami non intrecciati né troppo accostati tra loro;
un adeguato equilibrio fisiologico e vegetativo.
La tecnica vivaistica avanzata permette la disponibilità di piante ben ramificate e pressoché in equilibrio fisiologico determinato dal rapporto bilanciato tra le radici che pompano la linfa e l’apparato fogliare che la disperde nell’atmosfera.
Ne deriva che, all’impianto, non si effettua quasi mai nessun taglio; vanno spuntate all’altezza di 90-100 cm solo le piante non sufficientemente ramificate.
Nei primi 2-3 anni dall’impianto si interviene sia con qualche taglio di correzione su rami diventati troppo vigorosi e verticali, sia con piegature e curvature per frenare il flusso linfatico lungo i rami e favorire così l’emissione di nuovi germogli più ravvicinati all’asse centrale della pianta.
Negli anni successivi, la gestione dell’intero apparato epigeo comporta una lunga serie di avveduti tagli finalizzati a:
eliminare i succhioni che invadono l’interno della chioma, sottraendo luce e linfa al fogliame utile. La stessa sorte spetta anche ai polloni radicali e ai ricacci emessi dalla parte libera del tronco;
eliminare le parti disseccate, lesionate o esaurite (cioè non più capaci di fruttificare);
correggere le biforcazioni apicali delle branche o dei rami, lasciando un solo prolungamento;
privilegiare, sulle branche e sulle branchette, le ramificazioni fruttifere laterali: vanno eliminate quelle dorsali e ventrali. Le diramazioni laterali devono essere disposte a “lisca di pesce” sul loro piano di sviluppo, con lunghezza decrescente dall’asse centrale della pianta verso la periferia;
diradare le formazioni fruttifere (rami misti e brindilli) quando queste tendono a ostacolarsi a vicenda nell’occupazione dello spazio;
contenere l’espansione della chioma ricorrendo ai cosiddetti tagli di ritorno, eseguiti in corrispondenza di una forma vegetativa (o fruttifera) arretrata, per deviare in essa lo sfogo della linfa e attenuare così la reazione a legno. Chi, per accorciare un ramo di un anno (o più anni) pratica una capitozzatura anziché un taglio di ritorno, induce il cambio (messo a nudo) e i tessuti circostanti a formare uno scopazzo, cioè un ammasso di nuovi germogli a legno, disordinati, sottili e deboli.
Durante gli interventi di potatura bisogna sempre affettuare tagli netti a ridosso dei supporti che reggono i rami da eliminare. Oltre che antiestetici, i monconi sono dannosi perché nel tempo seccano, si fessurano, si infettano e poi marciscono coinvolgendo i tessuti sani dei loro supporti.
Occorre precisare che, quando si elimina totalmente un ramo inserito sul suo supporto tramite un collare di raccordo (a sviluppo conico), quest’ultimo deve restare escluso dal taglio.
Se venisse asportato insieme al ramo, la superficie del taglio aumenterebbe rendendo più difficoltoso il processo di cicatrizzazione della ferita. Per quanto riguarda il contenimento della cima, che tende a “scappare” verso l’alto superando il limite prestabilito, è preferibile ricorrere a un taglio di ritorno (in corrispondenza di un sottostante ramo laterale) anziché al troncamento diretto dell’asse apicale. Chi pratica tagli indiscriminati sulle parti più alte della chioma induce la pianta a emettere vigorosi succhioni, in base al principio fisiologico secondo cui un qualsiasi vegetale mira sempre a rigenerare ciò che gli viene sottratto, per mantenere costante il rapporto volumetrico tra la massa ipogea e quella epigea (si pensi all’erba sfalciata, alla rosa potata, ecc.).
Per riequilibrare la massa ipogea (libera di espandersi) con quella epigea (frenata nel suo sviluppo naturale) si potrebbe ricorrere al taglio delle radici. Si tratta di un intervento drastico (poco praticato) che si esegue con un taglio profondo 40-50 cm alla distanza di 30-60 cm dal fusto, nei mesi di febbraiomarzo.
Questa pratica comporta un grave rischio: la riduzione, per quell’anno, del calibro dei frutti considerata la diminuita capacità di assorbimento idrico-radicale. Nel periodo di piena produzione è molto efficace la potatura verde, applicata a fine agosto, che aiuta a controllare gli impianti troppo vigorosi. L’asportazione del volume fogliare in esubero non deve essere eccessivo dato che i frutti, pur migliorando in colorazione (per la maggiore disponibilità di luce), possono andare soggetti a dannosi colpi di sole, specialmente nei climi caldi.
Il diradamento dei frutti consente di ottenere produzioni di qualità, con buona pezzatura e migliore colorazione. Questa pratica si realizza attraverso l’impiego di prodotti chimici ad azione ritardante oppure mediante apposite attrezzature meccaniche la cui azione viene completata manualmente (6.41).
Nell’impostare la strategia di diradamento bisogna considerare il potenziale produttivo dell’appezzamento e la varietà. Occorre calcolare il numero ottimale di frutti da mandare a maturazione, tenendo presente la loro pezzatura finale e la produzione media per pianta. Il tempo di esecuzione e l’entità del diradamento sono correlati sia all’entità e alla dinamica della cascola naturale delle mele sia al rapporto ottimale frutto/foglie, che è pari a 1/30-40.
Nello stabilire l’intensità del diradamento è fondamentale valutare l’allegagione per prevedere una eventuale cascola naturale. A riguardo, gli elementi da analizzare sono:
numero di frutti allegati per mazzetto;
differenziazione dei frutti nel mazzetto;
numero e distribuzione dei semi nelle logge;
presenza di semi non vitali;
ingiallimento del peduncolo.
È ovvio che gli interventi di diradamento sono strettamente connessi alla modalità di potatura (ricca o povera) e anche all’andamento climatico (forte ventosità, brinate tardive, piovosità intensa e prolungata).
Diradamento chimico: si attua mediante la distribuzione di vari prodotti chimici a base di fitormoni (acido alfanaftalenacetico o NAA). L’efficacia dipende da molti fattori quali l’epoca d’impiego, la temperatura, l’umidità relativa, la dose, il tipo di bagnante, l’età della pianta, l’intensità della fioritura e la varietà. L’epoca ideale per l’applicazione del trattamento si colloca tra la fine della fioritura e la settimana successiva, mentre trattamenti più ritardati sono meno efficaci.
Diradamento manuale: si esegue dopo la cascola di giugno ad allegagione ultimata, eliminando i frutti all’interno della chioma e quelli rugginosi, danneggiati o deformati.
Diradamento meccanico: si pratica impiegando macchine speciali da usare allo stadio vegetativo tra i bottoni verdi e i bottoni rosa. Tali macchine eliminano una parte dei mazzetti fiorali spaccandoli con spaghi montati su un’asse verticale rotante. Funziona con successo in meleti con forme di piante molto strette (Superspindle).

     

 Gestione del suolo


In genere, i meleti vengono gestiti mediante l’inerbimento parziale del terreno: nell’interfila vengono seminati miscugli di Poa pratense, Festuca rubra, Trifoglio spp., mentre sulla fila il terreno viene mantenuto esente da erbe infestanti per una striscia larga 70-80 cm.
L’inerbimento dell’interfila garantisce una migliore viabilità per le macchine e un continuo arricchimento di sostanza organica. Il tappeto erboso viene, di norma, falciato 4-6 volte all’anno.
La fila può essere mantenuta libera da infestanti attraverso diverse tecniche:
pacciamatura con materiale organico o film plastico il cui l’effetto dura in media 2-3 anni;
lavorazione superficiale del terreno con macchine speciali e interventi frequenti;
diserbo chimico.

Concimazione di fondo La razionale concimazione di fondo deve essere eseguita tenendo conto dell’analisi chimico-fisica del suolo e ha la funzione di portare la fertilità a livelli adeguati per un buon sviluppo futuro delle piante (6.43, 6.44). La fertilizzazione di fondo non riguarda l’azoto (N) perché la sua solubilità lo porterebbe a lisciviazione prima che le giovani piantine possano utilizzarlo.
In terreni medio-fertili, generalmente occorrono: 40-60 t/ha di letame maturo, 150-200 kg/ha di fosforo (P2O5) e 200-250 kg/ha di potassio (K2O).

Concimazione di allevamento In questa fase, si deve favorire lo sviluppo delle giovani piante che devono completare rapidamente la struttura scheletrica contenendo, però, l’eccessiva attività vegetativa dei germogli per non compromettere il normale processo di lignificazione e ritardare così l’entrata in produzione: al 1° anno N 40 kg/ha; P2O5 15 kg/ha; K2O 20 kg/ha; al 2° anno N 60 kg/ha (elevabile a 80 kg/ha in caso di inizio produzione); P2O5 25 kg/ha (elevabile a 40 kg/ha); K2O 40 kg/ha (elevabile a 90 kg/ha).

Concimazione di produzione Per una produzione di 35-40 t/ha di mele si apportano ogni anno circa 80-120 kg/ha di N, 40-60 kg/ha di P2O5, 130-160 kg/ha di K2O, 15-20 kg/ha di MgO. Si deve evitare di esagerare in azoto in quanto ciò favorisce il rigoglio vegetativo e, di conseguenza, la sensibilità a stress ambientali e attacchi parassitari.
Per l’azoto, l’individuazione della giusta epoca di somministrazione è importante al fine di massimizzarne l’assimilazione, limitando le perdite e i conseguenti rischi ambientali.
È consigliabile una distribuzione frazionata: 30% a fine inverno; 20-30% in fase di allegagione; 20-30% in fase ingrossamento frutti; 10-30% a fine estate-inizio autunno.
La concimazione fosfo-potassica (P2O5 + K2O) si effettua di norma in autunno perché le piogge ne favoriranno la discesa nel terreno. Si può concimare anche a fine inverno interrando i fertilizzanti.
Per il contenimento dei costi di produzione e per aumentare l’efficienza della concimazione, la razionale tecnica si basa oggi sulla fertirrigazione ricorrendo a sali totalmente solubili, centraline di temporizzazione, elettrovalvole, sistemi accurati di filtraggio delle acque e sali gocciolanti lungo la fila.

 6.45 Esemplificazione del piano di concimazione fogliare standard per il melo.

     

 Irrigazione


A seconda delle zone di coltivazione, l’irrigazione riveste una importanza più o meno rilevante. In generale, un corretto apporto idrico permette di migliorare sia la resa dal punto di vista quantitativo e qualitativo, sia i caratteri organolettici del frutto e di aumentarne la serbevolezza. Di norma, il maggiore fabbisogno idrico si concentra tra metà giugno e inizio settembre; occorre però avere l’accortezza di sospendere le somministrazioni almeno un mese prima della raccolta per non deprezzare il sapore e la serbevolezza dei frutti.
I sistemi sono molti e la scelta va fatta in base alla disponibilità di acqua e all’utilizzo polivalente dell’impianto irriguo; per esempio, l’impianto di irrigazione per aspersione soprachioma (6.46 a) può essere impiegato anche per proteggere i fiori dalle brinate tardive primaverili fino a temperature esterne di -6 °C.
Per l’irrigazione di soccorso sono disponibili impianti tipo microjet, o a goccia, capaci di ridurre anche del 30% il consumo d’acqua rispetto ai tradizionali sistemi irrigui.

     

 Raccolta e conservazione


L’epoca ottimale di raccolta delle mele è un compromesso tra due requisiti importanti: la qualità organolettica, che aumenta progressivamente con l’avanzamento della maturazione, e l’idoneità alla lunga conservazione, che, invece, si riduce progressivamente. Per stabilire il grado di maturazione del frutto si eseguono alcuni test di maturazione:

 6.47 Parametri qualitativi ottimali per la raccolta delle rispettive varietà di mele.

durezza della polpa, viene stabilita con il penetrometro, strumento che ne misura la resistenza, espressa in kg/cm2 o N/ cm2 (1 kg = 10 Newton ca.) (6.46 b). La durezza della polpa è in continuo calo durante la maturazione e all’epoca ottimale di raccolta è pari a 7-9 kg/cm2. Valori inferiori 6 kg/cm2 non sono riferibili a frutti adatti alla lunga conservazione;
indice dell’amido, esprime il grado di decomposizione dell’amido contenuto nel frutto e viene espresso con una scala da 1 a 10 (1 = nessuna decomposizione dell’amido, 10 = assenza di amido). Alcune varietà (Elstar, Red Delicious) sono da raccogliere a un indice molto basso (2 a 3), mentre altre (Jonagold, Fuji) sono da staccare con valori più elevati (7-8); la valutazione eseguita con l’indice di Laimburg segue una scala che va da 1 (frutto acerbo) a 5 (frutto pienamente maturo);
indice rifrattometrico, misura il contenuto delle sostanze solubili nel succo di mela ed è espresso in °Brix. Frutti con un contento superiore a 12 °Brix garantiscono buone caratteristiche gustative.
Ogni varietà si comporta in maniera individuale e l’interpretazione dei risultati è basata su esperienze pluriennali. La combinazione di questi parametri permette di esprimere il grado di maturazione con un unico indice (lo Streif-Index):

Streif-Index = Valore al penetrometro/(°Brix x Indice dell’amido)

Il periodo di raccolta per la lunga conservazione è specifico per ogni varietà e zona di produzione (per esempio, per Golden Delicious ha un valore da 0,10 a 0,05). La raccolta è eseguita a mano e grava per circa il 45% sul costo globale della produzione.
Il trasporto del prodotto nel frutteto va organizzato con l’uso di bins di legno o plastica.
Le mele allo stacco vanno poste in cesti portatili (8-10 kg) o in cassette poste su slittino (12 kg) con il fondo apribile per essere svuotate nei bins senza danneggiare la frutta.
Carri di raccolta semoventi e attrezzati permettono il riempimento dei bins per mezzo di nastri trasportatori. Le mele sono frutti climaterici, ossia continuano a maturare anche dopo essere stati separati dalla pianta: a temperatura ambiente la fase climaterica può durare 15-20 giorni.
Per tale ragione questi frutti possono essere conservati a lungo con le moderne tecniche a bassa temperatura o in atmosfera controllata che associa le tecniche di refrigerazione (t°) alla modificazione dei parametri atmosferici (percentuale di O2 e CO2) nella cella di conservazione.
Al momento opportuno, dettato dalle esigenze del mercato i parametri verranno rimodificati a favore dell’etilene, il gas naturale promotore della maturazione.

APPROFONDIMENTO
     

Test di degradazione dell’amido delle mele

Per eseguire il test i frutti devono essere tagliati lungo l’asse equatoriale all’altezza della cavità seminale. Quindi in un recipiente (con bordo alto) viene versata la soluzione di Lugol e successivamente vi si immerge la metà del frutto tagliato.
Il tempo di immersione per ciascun frutto deve essere di circa 5 minuti. In seguito il frutto viene lasciato ad asciugare per alcuni minuti fino a quando si è assorbita tutta la soluzione presente nella mela (la parte tagliata è rivolta verso l’alto).
Successivamente si procede alla lettura della degradazione dell’amido utilizzando la Tavola di Planton (scala da 1 a 10) proposta dal CTIFL (Centre Tecnique Interprofessionnel des Fruits et Legumes).
Dalla somma dei valori desunti per ciascun frutto si ottiene un valore medio a una cifra dopo la virgola.

     

 Avversità


Il melo è soggetto a numerose avversità di natura biotica e abiotica che possono colpire non solo la pianta e i frutti in campo, ma anche le mele in fase di conservazione. Il controllo di tali avversità si basa innanzi tutto sull’adozione di corrette tecniche agronomiche di coltivazione e di lotta, di raccolta e conservazione. Una razionale difesa fitosanitaria in campo si basa sull’applicazione dei principi ormai consolidati e in continua evoluzione della lotta integrata. Per le avversità che interessano la coltura, si rimanda al quadro di sintesi proposto a fine Capitolo.

     

 Cultivar


L’assortimento varietale è in continuo adattamento rispetto alla domanda dei mercati, in parte per sostituire le cultivar di interesse decrescente e in parte per incentivare la domanda su un prodotto nuovo. Il brevetto in possesso del costitutore tutela la varietà e permette la cessione della licenza ai centri di moltiplicazione dietro il compenso di royalties.
Una varietà ha diritto al brevetto se risulta nuova (deve differenziarsi almeno in un carattere da tutte le altre varietà esistenti), omogenea (la variazione morfologica e fisiologica non deve superare quel tanto che risulta normale per una specie) e durevole (i caratteri devono mantenersi dopo ogni passo della moltiplicazione agamica).
Le cultivar di mele possono essere classificate in base a diversi caratteri:
1. epoca di maturazione: sono dette estive le mele che maturano da fine luglio a tutto agosto, autunnali quelle che maturano in settembre e tardive o invernali quelle che si raccolgono in ottobre;
2. sviluppo della pianta, che comprende:
tipo standard, con sviluppo medio o elevato;
tipo spur, meno vigoroso, più precoce nell’entrata in fruttificazione e nella maturazione;
tipo semispur, con caratteri intermedi;
tipo compatto, con vegetazione basitona, folta e con internodi corti;
3. gruppo pomologico: Braeburn, Elstar, Fuji, Gala, Golden Delicious, Jonagold, Red Delicious, Stayman, ecc.
Altri tipi di distinzione si basano sulla resistenza alla ticchiolatura, sull’epoca di fioritura, sulle proprietà impollinanti o sul tipo di impiego prevalente (industriale o consumo fresco).
Varietà estive
Red Elstar: cultivar ottenuta in Olanda. La pianta presenta elevato vigore, portamento aperto, habitus vegetativo tendenzialmente di tipo standard e produttività elevata. Il frutto è di media pezzatura, forma rotonda leggermente appiattita. Adatta ad areali montani.
Rubens: di medio vigore, portamento compatto e produttività elevata e costante.
Il frutto è tronco-conico, di pezzatura media. Caratteristiche organolettiche eccellenti.
Adatta per zone montane.
Gruppo Gala.
1. Brookfield Gala: produttività elevata, con tendenza all’alternanza. Particolarmente sensibile alla ticchiolatura e con fioritura medio-tardiva. Il frutto è di pezzatura medio-scarsa, colorazione dei frutti rossa intensa, estesa su un’elevata parte della superficie. Frutti troppo maturi tendono al riscaldo e al cracking nella cavità peduncolare (cracking = spaccatura della polpa nella zona sottostante al picciolo).
2. Buckeye Gala: frutto di pezzatura media o medio-piccola, forma globosa, cavità peduncolare simmetrica, colore di fondo giallo-arancio e sovracolore rosso esteso sul 90-100% della superficie. È una varietà di interesse per le zone di montagna e per le aree pedemontane e di pianura del Nord.
3. Gala Schnitzer: frutto di pezzatura da media a grossa, omogeneo, asimmetrico, sferoidale con buccia liscia e senza untuosità. La sua coltivazione in pianura ha fornito buoni risultati per quanto riguarda la produttività e le caratteristiche dei frutti.
Varietà adatta a tutte le principali aree di coltivazione. Problemi di cracking alla cavità peduncolare.

Varietà autunnali
Gruppo Red Delicious.
1. Early Red One: adatto per tutte le principali aree melicole (in Piemonte risulta particolarmente preferito il tipo standard). Frutto di buona pezzatura, talvolta eterogenea. Buona qualità gustativa. Maturazione anticipata rispetto ad altri cloni. Sensibilità a butteratura amara.
2. Jeromine: buona produttività, elevata e costante negli ambienti alpini. Adatta a tutte le macroaree del Nord. Tendenza elevata all’alternanza di produzione. Il frutto presenta calibro medio-elevato. Sensibilità alle basse temperature in alcuni ambienti a elevata altitudine.
3. Superchief: buona produttività, portamento compatto, assurgente e con numerose lamburde. Il frutto ha forma tronco-conica, regolare e costoluta, di buona pezzatura, colore rosso rubino esteso sul 90-100% della superficie e striato. Sensibile a scottature da radiazioni solari in ambienti di pianura.
Gruppo Golden Delicious.
Golden Delicious clone B: rapida messa a frutto, produttività elevata e costante. Frutto di pezzatura medio-grossa, con buccia sottile di colore giallo, a volte sfumato di rosso, oppure con presenza di ruggine. Sensibile alla rugginosità dei frutti in pianura. Sensibilità alla butteratura amara negli ambienti di pianura e pedemontani.
Golden Reinders: produttività elevata. È meno sensibile alla rugginosità rispetto al clone B. Frutto di pezzatura medio-grossa, gradevole dal punto di vista organolettico.
Smoothee: produttività costante. È sensibile alla butteratura in ambienti pedemontani e di pianura. È meno soggetta alla rugginosità rispetto al clone B.
Altre varietà autunnali.
Gold Chief: buona produttività, albero ad habitus compatto, ridotto, semispur. Frutto di grossa pezzatura. Adatta per impianti ad alta densità in ambienti pedemontani e montani. Ottime qualità organolettiche. Sensibile alla ticchiolatura e all’oidio.
Renetta del Canada: buona produttività, non sempre costante, soggetta a cascola preraccolta. Frutto di grossa pezzatura.
Varietà invernali
Annurca: varietà vigorosa a portamento assurgente. Frutto medio-piccolo. Manifesta alternanza di produzione. Diffusione limitata agli ambienti meridionali.
Annurca rossa del Sud: cultivar ottenuta come mutante di Annurca, caratterizzata da portamento assurgente, rapida messa a frutto e medio-elevata produttività. Frutto di pezzatura mediogrossa.
Granny Smith: a maturazione tardiva. Frutto medio-grosso, con gusto acidulo. Tendenza al riscaldo post-raccolta.
Imperatore Dallago: frutto di grossa pezzatura. Adatta anche alla trasformazione industriale.
Pink Lady: adatta principalmente alle zone pedemontane e di pianura del settentrione. Polpa molto dura, relativamente croccante, succosa, dolce, con equilibrio dolce-acido spostato verso l’acidulo e con buona conservazione.

6.55 A - ALCUNE CULTIVAR FRA LE PIÙ PARTICOLARI E CONOSCIUTE


B - CULTIVAR EMERGENTI

Gruppo Braeburn.
Eve: frutto di pezzatura medio-grossa, con colorazione rosso intensa, uniforme ed estesa. Ottima conservabilità. Adatta a zone pedemontane e alpine.
Royal Braeburn: frutto con colorazione più striata rispetto alla precedente.
Gruppo Stayman.
Superstayman: elevata produttività, a portamento espanso, limitata cascola pre-raccolta. Frutto di grossa pezzatura e ottime caratteristiche organolettiche. Adatta ad aree alpine.
Gruppo Fuji.
Fuji Zhen: buona produttività. Il frutto di pezzatura medio-grossa, presenta ottima conservabilità e lunga shelf life. Sensibile a monilia e fumaggini.
ROFM811 Rubin Fuji: clone di tipologia striata, polpa molto zuccherina e buon sapore. Sensibile ai colpi di sole. Presenta rugginosità e alternanza di produzione.

* La data di inizio raccolta è riferita in giorni (+ o -) alla cultivar Golden Delicious.
 6.57 Principali varietà di melo ticchiolatura-resistenti (TR) introdotte in Europa negli ultimi anni.

Regalyou-Candine®: varietà con maturazione 15 giorni dopo Golden Delicious. Poco soggetta ad alternanza di produzione, frutto interamente colorato. Polpa croccante e succosa, molto dolce e con bassa acidità.
Ottima resistenza alla ticchiolatura e ottima conservabilità (6.58).

Varietà resistenti alla ticchiolatura
Varietà autunnali.
Ariane: elevata produttività, valide caratteristiche organolettiche. Pezzatura piccola.
Dalinette Choupette: elevata produttività, colorazione rosso vinosa.
Golden Orange: buona produttività, discrete caratteristiche organolettiche.
Sensibile a oidio.
Topaz: produttività elevata, valide caratteristiche organolettiche, suscettibilità a Phytophtora cactorum.
Varietà invernali.
Gold Rush: habitus vegetativo semispur, buona produttività, valide caratteristiche organolettiche, ottima conservabilità. Sensibilità al cracking. Suscettibilità all’oidio.

     

 Aspetti qualitativi


Attualmente il consumatore attribuisce alla “qualità” numerosi valori che riguardano non solo l’aspetto esterno (calibro, colore, buccia intatta) e i caratteri organolettici (croccantezza, succosità, gusto) del frutto, ma anche gli aspetti relativi al metodo di produzione, all’impiego degli agrofarmaci, al valore nutrizionale della mela e al marchio. Per il commercio le norme di qualità sono stabilite dal Regolamento CE n. 1221/2008 e Reg. UE n. 543/201. Sono previste 3 categorie di classificazione:
1. Categoria Extra. Il frutto deve avere forma e colorazione tipica per la varietà ed essere privo di difetti, salvo leggerissime alterazioni della buccia, il peduncolo deve essere intatto e il calibro minimo deve risultare pari a 70 mm per le varietà a frutto grosso e 60 mm per le altre varietà (6.59).
2. Categoria I. Sono ammessi leggeri difetti nella forma e nella colorazione del frutto, il peduncolo può essere leggermente danneggiato o assente, i difetti sulla buccia non devono superare 1 cm2 ed estesi non oltre 2 cm. Eventuali macchie di ticchiolatura non devono essere superiori a 0,25 cm2 e il calibro minimo del frutto deve essere pari a 65 mm per le varietà a frutto grosso e 55 mm per le altre varietà.
3. Categoria II. Sono ammessi difetti nella forma e nella colorazione in misura tale da non compromettere le caratteristiche del frutto e il peduncolo può anche mancare. I difetti sulla buccia non devono estendersi oltre i 2,5 cm2 e i 4 cm di lunghezza, mentre le macchie dovute alla ticchiolatura non devono superare 1 cm2. Il calibro è pari a quello definito per le mele in categoria I.

SCHEDA TECNICA
MELO

Lavorazione del suolo lavorazioni meccaniche o inerbimento
Sesto d’impianto
• palmetta (su M25): 3-3,5 m × 4-5 m
• fusetto (su M7, M111): 1,5-2 m × 3,5-4 m
• Y longitudinale (su M26, G11): 1-1,20 m × 2,5-3 m
• superspindle (su M27, P22): 0,5-0-6 m × 2-3 m
Concimazione
• N: 80-120 kg/ha • P O : 40-60 kg/ha • K O: 130-160 kg/ha • MgO: 15-20 kg/ha
Irrigazione
3.500-5.000 m3/ha
Portinnesti
M9, M9 T337, M26, M27, P22 Last Minute, P16 Lizzy, P60, J-OH-A, G16, G11, Pi80
Supporter 4, G202, M7, MM106, MM111, M25
Raccolta
da luglio a ottobre/novembre in funzione della zona climatica e varietà
Produzione
35-40 t/ha e oltre
Cultivar
Red Elstar, Rubens, Brookfield Gala, Buckeye Gala, Gala Schnitzer, Early Red One,
Jeromine, Superchief, Golden Delicious clone B, Golden Reinders, Smoothee, Gold
Chief, Renetta del Canada, Annurca, Annurca rossa del Sud, Granny Smith, Imperatore
Dallago, Pink Lady, Eve, Royal Braeburn, Superstayman, Fuji Zhen, ROFM811
Rubin Fuji, Ariane, Dalinette Choupette, Golden Orange, Topaz, Goldrush, Regalyou,
Modì, Pinova, Red Delicious, Rubens, Kartz, Jonagold, Idared
Difesa Vedi Schema di riepilogo e note a pagina 263

PRODUZIONI VEGETALI 
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Volume B - Arboree