1   Aspetti introduttivi

Il verde ornamentale ha sempre avuto un ruolo da protagonista nella storia italiana: già ai tempi di Roma antica si usavano fiori in occasione delle feste e anche i giardini delle ville erano molto apprezzati e curati. In epoca medievale gli orti conclusi dei monasteri (così si chiamavano gli orti perché di regola erano racchiusi all’interno degli edifici) ebbero una notevole importanza per la conservazione di specie vegetali e le parcelle coltivate venivano protette da siepi, sistema poi ripreso con grande magnificenza nei palazzi rinascimentali. 
Con il Rinascimento l’hortus non è infatti solo destinato alla coltivazione di piante di uso alimentare e medicinale, ma diventa luogo di svago, bellezza e armonia: ecco allora che si arricchisce di statue, fontane, laghetti, pergolati, ed è contraddistinto da una architettura ordinata e simmetrica, dove sono sempre presenti siepi che disegnano percorsi geometrici [ 1 ] e un luogo “segreto” protetto dalla vegetazione: nasce così il Giardino all’Italiana. Questa impostazione fu presa a riferimento in tutta Europa in epoca barocca, ma in Francia venne sviluppata in forme più grandiose, ordinando la natura in una sorta di scenografia arricchita da statue, giochi d’acqua e grandiose prospettive che vanno idealmente a fondersi nelle foreste circostanti [ 2 ]. 
Un importante aspetto della qualità della vita odierna nelle città e in ambito peri-urbano è costituito senza dubbio dal verde, inteso come l’insieme di tutti quegli elementi che concorrono a determinare lo sfondo paesaggistico e rendendo fruibili ai cittadini spazi aperti e vegetati [ 3 ]. L’Italia, recependo le nuove politiche ambientali promosse a livello europeo e collegandosi alla Giornata dell’Albero, si è dotata di una legge (L. n. 10/2013), titolata “Norme per lo sviluppo degli spazi urbani” la quale, richiamandosi al Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici, intende perseguire la valorizzazione delle tradizioni legate all’albero nella cultura italiana e la vivibilità degli insediamenti urbani [ 4 ]. 
Il verde urbano copre il 2,9% del territorio comunale dei capoluoghi, ossia una superficie di 573 milioni di metri, il che porta a una disponibilità di 31,7 di metri quadri per abitante; al verde urbano si deve poi aggiungere un ulteriore 16,6% di aree naturali protette.
Nella progettazione e costituzione degli spazi a verde e delle alberate cittadine si devono scegliere specie vegetali
consone all’ambiente urbano. I criteri da seguire in sintesi sono: adattabilità alle condizioni e alle caratteristiche pedoclimatiche del luogo; lontananza da infrastrutture e/o situazioni che possano interferire nel tempo con lo sviluppo della pianta; resistenza a patogeni e parassiti animali; assenza di aspetti botanici indesiderabili o pericolosi (frutti pesanti, velenosi, maleodoranti e imbrattanti; spine; elementi di forte allergenicità; elevata capacità pollonifera; forte tendenza a sviluppare radici superficiali). Ci sono linee guida emanate dal Ministero per l’Ambiente circa la progettazione e gestione del verde urbano [ 5 ], comprensive di indicazioni di massima delle essenze da preferire. 
Tra le piante a portamento arboreo ritenute più idonee citiamo i generi Acer, Alnus, Carpinus, Celtis, Fraxinus, Lagerstroemia, Liquidambar, Malus, Platanus, Quercus, Tilia, Ulmus. Per quanto riguarda la difesa del verde pubblico dalle avversità biotiche, il nostro Paese ha recepito con il D.Lgs. n. 150/2012, la Direttiva europea 2009/128/CE, che ha definito un “quadro per l’azione comunitaria ai fini dell’utilizzo sostenibile dei pesticidi”. L’attuazione di tale Direttiva si concretizza nel Piano di Azione Nazionale (PAN) con il quale si promuovono pratiche di utilizzo dei prodotti fitosanitari maggiormente sostenibili, e si forniscono indicazioni per ridurre l’impatto dei prodotti fitosanitari non solo nelle aree agricole, ma per la prima volta anche nelle aree extraagricole (aree verdi urbane, strade, ferrovie, ecc.) e nelle aree naturali protette. Il PAN prevede specifiche misure circa l’impiego dei prodotti fitosanitari nelle aree frequentate dalla popolazione civile o da gruppi vulnerabili, fornendo precise indicazioni sia sui mezzi e metodi di lotta preferibilmente da adottare (es. lotta biologica, prodotti ammessi in agricoltura biologica), sia sulle attrezzature e le tecniche da impiegare (es. trattamenti endoxilematici), sia sulla tipologia dei formulati chimici impiegabili (sono proibiti prodotti a cui sono state assegnate frasi di rischio). Nelle suddette aree sono inoltre vietati trattamenti diserbanti con prodotti chimici.
     Manutenzione degli alberi

Sotto il profilo fitosanitario il verde urbano e quello privato presentano caratteristiche peculiari riferibili all’ambiente, agli ospiti, ai parassiti animali e vegetali. L’ambiente urbano, in particolare, ha un proprio microclima ed è soggetto a emissioni di gas di scarico, polveri e altri inquinanti, soprattutto atmosferici. Patogeni e fitofagi stabiliscono a loro volta equilibri e adattamenti in funzione appunto del particolare ambiente. 

Le aree verdi sono sottoposte a svariati interventi manutentivi e gli alberi vengono abitualmente potati; questi ultimi sono non di rado esemplari di particolare pregio e anche di valore storico [ 6  7 ]. 
Dunque nel complesso le alberate necessitano di periodiche verifiche rispetto alla stabilità (VTA): interventi fitoiatrici dedicati, manutenzioni speciali (ancoraggi, lavori in tree-climbing [ 8 ]).




     Valutazione della stabilità
La valutazione dello stato di salute e della stabilità degli alberi, oggi quanto mai necessaria per prevenire il rischio di caduta, reso ancor più critico da eventi atmosferici avversi [ 9 ], è realizzabile grazie a modalità di analisi biologiche e di meccanica razionale. Queste strutture sono paragonabili a manufatti quali tralicci o cartelloni pubblicitari stradali, ma sappiamo che sono sistemi complessi, in costante cambiamento, che diversamente dai manufatti sono vivi e si sviluppano in ambienti diversi e variabili. Molte persone che vedono eseguire tagli sugli alberi, si chiedono: perché potare gli alberi, quando le piante allo stato selvatico, pur non venendo potate, crescono e fioriscono? 
In natura le piante non fioriscono e fruttificano tutti gli anni, ma lo fanno ad anni alterni; gli alberi non crescono singoli o in viali, ma in aggregati compatti, proteggendosi dai venti e dalle altre intemperie gli uni con gli altri. Allo stato selvatico gli abeti crescono solo sui monti sopra i mille metri, i platani nei pressi dei torrenti in Grecia, i tigli nei fondovalle umidi e ombrosi delle alpi, le querce in grandi gruppi nei boschi. Anche la natura ha i suoi metodi di “potatura”: nei boschi i rami più bassi e ombreggiati seccano e cadono, gli alberi nel fitto del bosco crescono lunghi e affusolati quelli ai margini della foresta sono più ramificati e globosi. 
Non bisogna dimenticare che anche gli alberi, come tutti i viventi, non sono eterni, hanno un ciclo vitale in cui dopo un periodo di vigore giovanile raggiungono un equilibrio tra possibilità di sviluppo delle radici e chioma, rallentano la crescita, invecchiano perdendo lentamente vigore e capacità rigenerative (senescenza). Anche nelle foreste naturali sono  soggetti alla caduta lasciando spazio al novellame. 
Facendo crescere le piante fuori dal loro ambiente “naturale”,
per ottenere il massimo effetto decorativo o il maggiore raccolto possibile, è necessario potare, cioè eliminare alcune parti della pianta per renderla compatibile con il luogo dove è inserita, indurla a crescere e produrre nuovi
germogli vigorosi, fiorire e fruttificare.
Verificare la stabilità degli alberi, la sicurezza delle chiome, la salubrità delle radici e di conseguenza ridurre le chiome, o in casi di pericolo procedere all’abbattimento, ci consente di evitare i danni gravi che lo schianto di branche o di alberi interi può provocare nelle città.
La caduta di branche e alberi può essere dovuta a molteplici tipologie di fattori.
Naturale senescenza degli apparati (radici, fusto, branche). Le piante pioniere come le betulle, i pioppi tremuli, le robinie hanno vita relativamente breve e raggiungono in poche decine di anni la senescenza. Mentre piante come le querce (caducifoglie e sempreverdi), i platani, i faggi, i castagni, gli ulivi, le sequoie hanno una senescenza molto tarda e diluita nel tempo.
Conformazione degli apparati radicali e delle tipologie di chiome. L’abete rosso, ad esempio, ha un apparato radicale molto superficiale, raggiunta un’altezza superiore ai 10 metri, il rischio di caduta con sradicamento è molto alto. Viceversa, i Cedrus, avendo apparati radicali che tendono ad approfondirsi, sono piuttosto stabili. Le piante nate da seme o trapiantate molto giovani solitamente sviluppano apparati radicali più stabili. Si deve prestare molta attenzione agli esemplari trapiantati con zolla, specialmente se si tratta di alberi già adulti, l’ancoraggio radicale sarà sempre carente e il posizionamento di tutori o tiranti di ancoraggio indispensabile per non avere cadute. Molti alberi ornamentali sono prodotti innestando la varietà interessante su un piede selvatico: il punto d’innesto per tutta la vita dell’esemplare sarà sempre un luogo critico da controllare con grande cura [  10 ]. Le dimensioni della chioma giocano un ruolo importantissimo nel determinare il rischio di caduta: maggiore è la superficie della chioma, maggiore sarà la spinta che il vento può esercitare, maggiore il carico di neve. Ridurre le dimensioni della chioma (specialmente in altezza) è dunque la pratica più efficace per ridurre i rischi. Le chiome di forma sferica a parità di superficie sono meno sollecitate dal vento rispetto a quelle di forma cilindrica.
Lesioni da ferita. “Aprono la porta” a funghi e insetti xilofagi. Pericolosissime sono le lesioni al colletto e alle radici della pianta causate da scavi per opere stradali, pose di tubazioni e urti da parte di automobili e altri mezzi meccanici. Assolutamente da evitare sono i tagli di branche che lasciano ferite aperte non cicatrizzabili; dunque, se sono necessarie, le potature vanno fatte precocemente tagliando solo getti giovani (al massimo di due o tre anni). Quando si effettua un taglio, non bisogna eliminare il “collare” che si trova al punto di inserzione del ramo: da questo tessuto iniziano i processi di riparazione. Dunque, non bisogna mai fare tagli radenti. In prossimità delle lesioni, la pianta mette in atto meccanismi di riparazione e di isolamento con formazione di barriere protettive. Le cellule adiacenti l’area colpita accumulano fenoli, tannini, gomme e resine. Nei vasi legnosi si attuano processi ipertrofici degenerativi detti tillosi che portano all’occlusione del lume vasale.
Sviluppo di carie fungine. Sono causate da diversi funghi Basidiomiceti e in minor parte da Ascomiceti, che attaccano per via enzimatica le pareti cellulari (demolendo cellulosa, lignina, pectine) per trarne nutrimento ed energia. Le carie del legno hanno andamento cronico e colpiscono tipicamente i vecchi alberi a partire da lesioni, possono pure svilupparsi su legname in opera. Vengono empiricamente distinte in carie bianca e carie bruna. Nel primo caso il patogeno demolisce prevalentemente la lignina, mentre nella carie bruna sono attaccate la cellulosa e le emicellulose. I principali funghi agenti di carie appartengono ai generi: Fomes, Ganoderma, Phellinus, Polyporus, Stereum. In molti casi le carie sono invisibili dall’esterno e portano alla formazione di cavità che trasformano i tronchi da cilindri pieni a tubi. È dunque molto importante individuare le carie interne e la misura dei tessuti ancora sani [ 11 ].
Insediamento di insetti xilofagi. Particolarmente pericolosi sono i Coleotteri Scolitidi che vivono in simbiosi con funghi in grado di demolire i tessuti legnosi fornendo loro nutrimento. Le larve dei Coleotteri Scarabeidi e Cerambicidi si insediano sovente nelle zone del colletto e nelle radici di vecchi alberi. Le larve dei lepidotteri Cossus cossus e Zeuzera pyrina sono molto diffuse.
Fulmine. Provoca sporadicamente danni gravi. Sovente colpisce alti alberi isolati dotati di apparato radicale profondo in contatto con le falde acquifere. I giovani rami ricchi di linfa e le radici sono necrotizzate, il tronco presenta solitamente spaccature con distacco della corteccia sovente con andamento a spirale. Se l’esemplare sopravvive reagisce con la formazione di cicatrici longitudinali [ 12 ] che compromettono le caratteristiche meccaniche e mercantili del legname.
Neve. Resistono bene ai carichi nevosi le conifere adattate per selezione naturale a far scivolare a terra i carichi nevosi. I pini marittimi con chioma a ombrello subiscono danni notevoli. Quando si hanno precipitazioni di neve umida e pesante i danni sono particolarmente gravi. Nefaste sono le nevicate autunnali precoci e più ancora le nevicate tardive in primavera, quando sugli alberi ci sono le foglie.
Vento. Con la sua azione agisce sulle chiome esercitando una pressione tanto più grande quanto più è alta la sua velocità. Le chiome di forma cilindrica sono più sollecitate rispetto a quelle di forma sferica. Rispetto a una superficie piana le chiome sono sollecitate da pressioni ridotte del 20% in presenza di foglie e dell’80% in assenzadi foglie.
I legni delle diverse essenze hanno capacità meccaniche molto diverse: in caso di vento o di carichi di neve, la resistenza allo stroncamento sarà molto diversa. Dunque, a parità di dimensioni della chioma e di intensità del vento, un pioppo, per non essere stroncato, dovrà avere un diametro del tronco molto più grande di quello di una quercia.

Questo fenomeno di adattamento si riscontra costantemente in natura: nella Pianura Padana, a parità di chioma, le querce hanno tronchi con un diametro di 2/3 rispetto ai pioppi. L’azione del vento forte su chiome asimmetriche produce spesso delle torsioni del tronco che determinano rotture interne tra gli anelli di accrescimento. Questo fenomeno indebolisce la resistenza dei tronchi e causa il difetto tecnologico detto “cipollatura”, che impedirà la produzione di tavole lignee di qualità [ 13 ]. 
Le procedure di valutazione della stabilità di un albero si fondano su studi effettuati in Germania nel 1994 nel Centro di Ricerche Nucleari di Karlsruhe da Mattheck C. & Breloer H. che misero a punto una metodologia denominata Visual Tree Assessment (valutazione visiva dell’albero su basi biomeccaniche - VTA). Gli studiosi di quel Centro partirono dalla valutazione statistica di un gran numero di alberi (oltre 900 latifoglie e conifere) caduti durante una tempesta abbattutasi sulla Germania Est.

 14  Entità della pressione esercitata dal vento in funzione della velocità e della tipologia di chioma e in rapporto a una ipotetica superficie piatta.

Considerando alberi con chioma non potata, con diametro del tronco non superiore a 90 cm, misero in relazione il raggio R del tronco di alberi cavi e lo spessore della parte sana t, scoprirono che gli alberi caduti avevano un t/R inferiore a 1/3 [ 15 ]. Questo valore viene dunque assunto come discriminante nella valutazione della sicurezza.Mattheck & Breloer progettarono e costruirono strumenti ispettivi oggi diffusissimi come il Resistograf (con un modello semplicemente meccanico e un modello elettrico). Impostarono una procedura di indagine che parte dall’ispezione visiva per procedere in successione con ispezioni strumentali. Tra il 1989 e il 1998 Wessolly L. ed Erb M. presso l’Università di Stoccarda, valutarono più di 3.000 alberi di 51 diverse specie, svilupparono i metodi: Statics Integrated Assessment (SIA) e Statics Integrated Metod (SIM). Il SIA, facendo riferimento ai metodi della statica e della meccanica razionale, consente di valutare la capacità di un albero di resistere alle sollecitazioni del vento in funzione di numerosi parametri di riferimento, come la specie, l’altezza, il diametro del fusto, la forma della chioma e la posizione dell’albero rispetto ai venti dominanti [ 16  ]. Con l’ausilio di grafici e tabelle si individuano le intensità di riduzione della chioma per poter mantenere in sicurezza l’albero [ 17 ]. Il SIM è un metodo che si avvale di una prova strumentale che serve a valutare la resistenza alla rottura e allo sradicamento di un albero sottoposto a una forza di trazione. La pianta in esame viene sottoposta a trazione tramite un argano dotato di dinamometro; il monitoraggio delle deformazioni del suolo e del fusto tramite un elastomero e un inclinometro consentono di valutare il rischio di sradicamento e rottura.

 17  (a) Per ottenere indicazioni sulla sicurezza statica di base di un albero in rapporto al tipo di chioma occorre misurare il diametro sottocorteccia e utilizzare appositi grafici come quello di Wessolly, in cui le linee colorate si riferiscono al tipo di chioma e in funzione di quanto essa viene ridotta diminuisce il rischio di stroncamento dell’albero. La forma della chioma viene indicata con i termini: 1 cilindro sottile, 2 elissoidale, 3 sferica, 4 cuore. Il grafico permette di calcolare l’effetto della riduzione della chioma (si va di 2 metri in 2 metri) sulla sicurezza statica di base; viene individuato un coefficiente che, moltiplicato per il valore precedentemente calcolato in base al succitato rapporto, permette di prevedere l’effetto della riduzione sulla sicurezza. (b) (c) Esemplificazioni di riduzione e adattamento della chioma detta “falciforme”: riduzioni di soli 2 metri portano a sostanziali incrementi della sicurezza statica di base.
L’utilizzo sinergico delle diverse conoscenze, metodologie e strumentazioni consente di compiere indagini accurate individuando le piante pericolose e gli interventi atti a metterle in sicurezza. La prima azione da compiere consiste nella misurazione delle dimensioni del tronco, dell’altezza, dell’ampiezza della chioma. Segue un’attenta osservazione dell’albero in esame, controllando la presenza di fitofagi, di parassiti fungini sia sulle parti legnose che sulle parti verdi, lo stato vegetativo e la vitalità desumibile dalla lunghezza dei germogli sviluppati negli ultimi anni. Partendo dal basso e salendo verso l’alto si controllano: le radici affioranti e superficiali, il colletto, il tronco, il castello (ovvero il punto di inserzione delle branche, detto anche corona), la chioma. È bene numerare ogni esemplare esaminato e identificarne la posizione con il sistema GPS, fotografare e riportare i dati su mappe e schede. Se con il controllo visivo si rileva la presenza di lesioni, cavità, rigonfiamenti, deformazioni a botte del tronco o delle branche che fanno presumere la presenza di alterazioni interne [ 18 ] si procede con sistemi ispettivi e appositi strumenti che consentono di conoscere le condizioni del legno nel tronco, nelle branche o in radici affioranti. 

 18  Esempi di difetti rilevabili a vista.

Lo specialista del VTA dispone attualmente di svariati strumenti di indagine. Il succhiello di Pressler [ 19 ] è il più semplice e antico tra gli strumenti ispettivi; detto anche sonda incrementale, consiste in una trivella tubolare in acciaio speciale che, avvitata nel tronco, consente l’estrazione di una carota legnosa del diametro di 4-5 mm [ 20 ].
Esso permette di valutare [ 21 ]:
• lo stato, la densità, la consistenza del legno;• la presenza di carie e discontinuità;
• le dimensioni delle cavità interne al tronco e lo spessore del legno sano;
• l’età dell’albero e gli incrementi annuali di crescita.

Il carotaggio determina una ferita che gli alberi sani riparano in pochi mesi, ai fini di una rapida cicatrizzazione, è opportuno reinserire le carote sane nella sede di estrazione e sigillare con colla vinilica o mastice.
La trivella va sempre sterilizzata per non spostare funghi e batteri da un albero all’altro. L’attrito durante l’avanzamento nel legno (specie in quello sano) porta al riscaldamento dell’acciaio a temperature superiori a 80 °C con conseguente aiuto alla sterilizzazione. La misurazione quantitativa della resistenza della carota di legno estratta con il succhiello può essere effettuata con un apposito strumento: il frattometro [ 22 ]. 
Il martello elettronico è un apparecchio per la localizzazione delle alterazioni dei tessuti legnosi [ 23 ]; esso misura la velocità con cui si propaga la vibrazione generata dal colpo di martello. Nel legno sano la velocità è maggiore che nel legno cariato, le discontinuità e le cavità rallentano la propagazione dell’onda.
Il confronto con dati sperimentali ottenuti su piante sane di diverse specie e vari diametri consente di stimare la condizione in atto. 
Il tomografo elettrico o sonico è un apparecchio per l’analisi e la valutazione dello stato interno del legno degli alberi; esso è costituito da una serie di sensori, da disporre sulla circonferenza del tronco da esaminare, che misurano i tempi di trasmissione.Tramite una elaborazione computerizzata dei dati si ottiene un grafico bidimensionale indicante la presenza di cavità e/o legno cariato [  24 ]. 
Il penetrometro (Resistograph o strumento analogo) è un apparecchio per la misurazione della densità dei tessuti legnosi. Esso è costituito da un trapano con punta sottile (diametro 3 mm) che misura elettronicamente l’energia necessaria per penetrare nei tessuti legnosi. I valori registrati sono tradotti in un grafico (stampabile su carta o registrato su PC). Nelle zone sane si manifestano tipiche creste corrispondenti ai diversi anelli di accrescimento annuale, mentre nelle zone cariate o vuote si hanno dei flessi, o appiattimenti della curva [ 25 ].
I dati ottenuti con il controllo visivo e strumentale consentono di classificare gli alberi in 5 categorie (Classi di propensione al cedimento) definite dalla Società Italiana di Arboricoltura e utilizzate da numerose Municipalità italiane [ 26 ]. 

 26  Classi di propensione al cedimento (Società Italiana di Arboricoltura).

Nel caso di alberi che a seguito delle indagini risultano appartenenti alle Classi di propensione al cedimento C e C\D, la riduzione della chioma è solitamente la pratica che consente una riduzione del rischio. Se un albero deve essere assolutamente risparmiato, perché è un esemplare raro, portatore di valenze storiche o paesaggistiche, allora è possibile ridurre i rischi di caduta con opportuni interventi di tipo manutentivo quali il posizionamento di sostegni [ 27a ], la legatura delle branche con sistemi di tiranti elastici, i così detti “cobra”, e di consolidamento [ 27 b,c ].

     Interventi fitosanitari e manutentivi
Gli alberi d’alto fusto sono soggetti ad attacchi parassitari e a degrado del legno per agenti di carie, inoltre possono andare incontro a eventi atmosferici che causano rotture di branche e ribaltamenti. Per alcune tipologie di parassiti fogliari è possibile attuare interventi fitosanitari in endoterapia (trattamenti endoxilematici). Si tratta di una tecnica fitoiatrica che consente di difendere il verde urbano e privato con un buono standard di efficacia, ridotta dispersione di prodotti fitosanitari, sicurezza per la popolazione, operabilità senza intralci per il traffico.
Il principio è quello di far entrare e diffondere nell’albero la soluzione fitosanitaria attraverso iniezioni al tronco direttamente nei vasi xilematici. L’assorbimento può essere forzato iniettando il liquido sotto pressione [ 28 a,b ] da 1,5-2,0 fino a 7,0 atm, oppure a bassissima pressione ovvero semplicemente per infusione avvalendosi della forza aspirante della colonna ascendente della linfa grezza [ 28 c,d ]. 

 28  La somministrazione della soluzione fitosanitaria può essere effettuata con apparecchiature di vario tipo in grado di iniettare la soluzione a pressione stabilita (a, b) in pochissimi minuti; oppure per infusione, ossia sfruttando essenzialmente la corrente ascensionale della linfa (c); (d) sistema progettato dall’Università di Padova che per la penetrazione utilizza una speciale lama lenticolare evitando l’impiego del trapano che scalda e lede la zona cambiale riducendo la capacità di rimarginazione della pianta (è possibile esercitare anche una bassa pressione sullo stantuffo, oppure operare iniezioni multiple collegando più strumenti a contenitori pressurizzati).

Il trattamento endoxilematico viene impiegato contro svariati parassiti (tingidi, afidi, acari, minatrici fogliari, processionaria del pino, punteruolo rosso).Per la cura  degli alberi sono praticati anche interventi di supporto tramite l’apparato radicale per mezzo iniezioni al terreno di fertilizzanti, biostimolanti, micorrize, funghi antagonisti dei patogeni [ 29a ]. 
Un inconveniente a cui vanno incontro con una certa frequenza le alberate dei viali cittadini sono le ferite da scortecciamento provocate da autoveicoli. I risultati di sperimentazioni condotte in Germania all’Università di Amburgo e replicate in Italia (Bolzano) hanno dimostrato che le latifoglie riescono a formare un callo superficiale se si interviene subito dopo lo scortecciamento, applicando una guaina opaca, previa bagnatura della superficie lesa per prevenire disidratazione [ 29b ]; viceversa l’applicazione di mastici induce lo sviluppo di un cercine cicatriziale che impedisce in pratica la formazione di tessuto di copertura sulla ferita. 
È importante che questo intervento di “pronto soccorso”, che ha il pregio di essere di facile esecuzione e costo trascurabile, sia messo in atto rapidamente (2-5 giorni dall’evento): infatti nelle diverse prove è emerso che, a distanza di due settimane dal trauma lesivo, la pianta non è più in grado di reagire alla cura. Rispetto al materiale per la copertura i migliori risultati si sono avuti impiegando fogli di polietilene dello spessore di un millimetro. Col passare degli anni gli alberi tendono ad andare incontro a decadimento del legno dovuto ad agenti fungini di carie. Tradizionalmente la cura consisteva nell’eliminazione delle parti cariate, pulizia e disinfezione delle cavità (dendrochirugia) e talora anche nel loro riempimento con materiali inerti, pratica quest’ultima in realtà controproducente sia perché il “tappo” non segue l’accrescimento del tronco sia in quanto la mancata aerazione favorisce lo sviluppo di microrganismi. Tuttavia anche l’efficacia della ripulitura e l’applicazione di mastici sulla superficie messa a nudo non è suffragata dai moderni studi sulla compartimentazione degli alberi, anzi si ritiene che questi interventi possano influire negativamente sui processi di riparazione naturali.
Allo stato attuale si sa, infatti, che le piante reagiscono alle ferite e alle invasioni di funghi producendo “barriere” di tipo meccanico, chimico, strutturali, tissutali: la dendrochirurgia potrebbe ledere in particolare la formazione della “quarta barriera”, la più importante, che è un tessuto protettivo di origine cambiale atto a isolare l’interno della pianta e quindi a preservarla dall’aggressione di patogeni fungini da ferita. 
Si raccomanda di limitare la protezione delle eventuali cavità con reti [ 30 ].

 30  Il frassino secolare ubicato nel piccolo paese di Moncenisio (To) al confine con la Francia fa parte del patrimonio degli alberi storici del Piemonte. Il tronco presenta cavità alla base che sono semplicemente protette da reti (nel tondo).

Le problematiche connesse con la stabilità degli alberi e i danni dovuti a eventi meteorici richiedono interventi di vario tipo (riduzione chioma, provvedimenti sull’apparato radicale, ancoramenti).
Un caso emblematico fu quello per il recupero di un monumentale cipresso del Kashmir (Cupressus cashmeriana) ribaltato dalla violenza di una tromba d’aria nel 2006 e rimesso in piedi con una operazione complessa e imponente. La chioma fu irrorata con sostanze antitraspiranti e tenuta coperta e inumidita per impedire la disidratazione del fogliame; nel mentre si predisponevano le macchine e quanto necessario per il sollevamento che fu realizzato con successo; infine l’albero fu messo in sicurezza mediante tiranti e trattato con prodotti stimolanti e protettivi contro patogeni del terreno [ 31 ].

 31  Questo monumentale cipresso del Kashmir, che sorge nell’Isola Madre del Lago Maggiore, fu piantato nel 1862, ma nel 2006 fu ribaltato da una tromba d’aria. Verificato che l’albero era ancora in vita, fu messo in atto un grande sforzo per il suo recupero. (a) La chioma fu coperta con teli di juta bagnati dopo essere stata trattata con antitraspiranti; (b, c, d) momento del sollevamento e messa in sicurezza in sede dell’imponente cipresso; (e) aspetto dopo circa un mese (nel frattempo l’albero fu supportato con immissione nel terreno di biostimolanti, biopreparati di funghi antagonisti per prevenire marciumi da patogeni fungini tellurici, funghi micorrizogeni); (f) dopo qualche anno dal recupero il successo dell’operazione fu testimoniato dalla piena ripresa vegetativa del cipresso; (g) immagine successiva della ripresa vegetativa (cortesia Fito-Consult).

DIFESA E GESTIONE DELLE PIANTE
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