6   Ambiente forestale e gestione della fauna selvatica

Gli ecosistemi forestali hanno subito nel corso degli anni, e anche sotto l’azione dell’uomo, un elevato grado di cambiamento con la modifica di quasi tutti i parametri rispetto agli originali prototipi naturali. Pertanto oggi, essi appaiono più fragili e con capacità di carico, per quanto riguarda le popolazioni animali selvatiche, sempre più ridotte; inoltre, essi richiedono sempre più intense e adeguate strategie di prevenzione e di gestione, perché la loro resistenza e resilienza non può solo dipendere o essere affidata alle sole dinamiche naturali. Si tratta di misure selvicolturali, specifiche per ogni singola situazione territoriale, che consentano di favorire la multifunzionalità dei suddetti ecosistemi e, al tempo stesso, garantire un elevato grado di difesa dall’azione degli animali selvatici. 
Oggi il grado di antropizzazione e sfruttamento agricolo- pastorale, anche del territorio italiano, è palesemente elevato: in questo contesto ambientale non si può più prescindere dall’attuare interventi di gestione della fauna selvatica (wildlife management) e degli habitat naturali che richiedono adeguate strategie di prevenzione e gestione che non possono più essere affidate alla sola dinamica naturale, ma puntino all'incremento e/o al contenimento numerico di alcune specie animali e degli ambienti in cui esse vivono. 
Si tratta in sostanza di attuare misure selvicolturali specifiche, che consentano di favorire la multifunzionalità di tali ecosistemi e garantire un elevato grado di difesa dall’azione degli animali selvatici, in particolare degli Ungulati. Tra quelli tipici degli ambienti forestali italiani, ricordiamo il Cinghiale (Sus scrofa), il Capriolo (Capreolus capreolus), il Cervo (Cervus elaphus), il Daino (Dama dama), il Camoscio (Rupicapra rupicapra) e il Muflone (Ovis musimon). 
In passato, la fauna selvatica in Italia era considerata, a livello giurisprudenziale e pratico, come “cosa di nessuno e senza valore”: ciò si traduceva da una parte nella nulla o scarsa risarcibilità dei danni provocati alle colture agricole; dall’altra nel pressoché totale disinteresse gestionale nei confronti della fauna selvatica, eccezion fatta per i cacciatori che ne erano, di fatto, gli unici fruitori. 
Oggi invece, la fauna selvatica è per legge patrimonio indisponibile dello Stato e quindi un bene o risorsa di interesse della collettività. In questa ottica, la gestione della fauna selvatica, con i suoi aspetti tecnici che riguardano l’assestamento faunistico come il censimento, la conservazione e il controllo delle popolazioni degli animali, nonché l’equo indennizzo o il giusto risarcimento dei danni arrecati alle colture agricole [ 69 ] e al bosco ceduo, diventano obiettivi di massimo interesse per agricoltori, ambientalisti e cacciatori. 
I danni prodotti da Cervidi e Bovidi sono quasi sempre di natura alimentare e comportamentale e possono essere raggruppati in tre tipi fondamentali. 
• danni da morso (brucatura): si verificano quando l’animale si nutre di gemme o getti. Il morso a carico di piccoli alberi può ritardare lo sviluppo in altezza, mentre quello a carico dei semenzali riduce la rinnovazione naturale; 
• danni da scortecciamento: sono causati in prevalenza da Cervo e Daino quando viene rimossa la corteccia degli alberi a scopo alimentare, specie nei periodi invernali, per compensare una dieta povera di sali minerali. Le ferite prodotte favoriscono la penetrazione di agenti patogeni con conseguente perdita di valore del legno e riduzione della stabilità della pianta; 
• danni da sfregamento: sono dovute ai maschi dei Cervidi che ogni anno rimuovono il velluto dai palchi appena formati. Lo sfregamento serve anche per delimitare il territorio, per cui vengono utilizzati piccoli alberi, indipendentemente dalla specie. 
In generale, si può dire che le latifoglie rappresentano una componente fondamentale nella dieta degli Ungulati e mostrano una maggiore sensibilità rispetto alle conifere al morso dei selvatici. Inoltre, le piantine provenienti dai vivai risultano maggiormente appetite per la più alta concentrazione di elementi nutritivi e di acqua. 

LEGGI NAZIONALI DI RIFERIMENTO

La Legge quadro sulle Aree protette (Legge n. 394/1991) e la Legge quadro sulla protezione della fauna omeoterma e sull’attività venatoria (Legge n. 157/1992) hanno segnato in Italia una svolta epocale nei rapporti uomo - habitat - fauna selvatica - gestione ambientale. In seguito all’entrata in vigore di queste leggi, la gestione della fauna selvatica e degli habitat naturali sono diventati obiettivi prioritari per il mondo conservazionistico, agricolo e venatorio.

     Wildlife management e assestamento faunistico
In una realtà ambientale come quella italiana, permeata da una forte influenza umana, la gestione (venatoria e non) della fauna selvatica (e il relativo assestamento faunistico) e degli habitat naturali diviene un’attività irrinunciabile per gli Enti locali territoriali (Regioni, Province, Comuni, Comunità Montane), gli Ambiti Territoriali di Caccia (ATC), i Comprensori Alpini (CA) o gli Enti parco preposti alla pianificazione e gestione del territorio rurale e naturale. 
In generale, nel panorama faunistico italiano stiamo assistendo in questi ultimi decenni a due macro-fenomeni collegati: da un lato l’aumento degli ungulati (cinghiale e cervidi) e dei grandi carnivori (lupo) e, dall’altro, alla diminuzione di alcune specie di selvaggina cosiddetta nobile stanziale (galliformi tetraonidi e fasianidi, ma anche lagomorfi) e di avifauna migratoria (turdidi). 
Per completezza di trattazione va evidenziato anche il macrofenomeno dell’invasione di specie aliene o alloctone (cioè specie non originarie dell’Italia, ma introdotte direttamente o indirettamente dall’uomo) che provoca danni considerevoli all’ambiente che li ospita (si pensi alla nutria nel caso dei mammiferi o del pesce siluro per i pesci). 
Ovviamente, questi macro-fenomeni si riflettono sul rapporto agricoltura-zootecnia-ambiente-mondo venatorio con effetti importanti sull’economia e sui bilanci degli Enti preposti alla gestione faunistica e anche per le aziende agricole e selviculturali. 

     Impatto degli ungulati selvatici sugli ecosistemi forestali
L’impatto delle specie ungulate sull’agricoltura e sull’ambiente è attualmente quello che desta maggiore preoccupazione: se la densità agricola forestale delle popolazioni di ungulati (cioè la densità di equilibrio con l’ambiente agricolo e forestale) non è mantenuta su valori significativamente più bassi della densità biotica (cioè la massima densità a cui la popolazione può giungere in base ai meccanismi di accrescimento biologici) si possono verificare vere e proprie crisi ambientali, con pesanti ripercussioni sul mondo agricolo e selvicolturale e quindi sull’economia locale. 
L’entità dei danni riscontrati sembra dipendere non solo dalla consistenza della popolazione, ma anche dalla possibilità che si verifichino spostamenti o migrazioni stagionali altitudinali e dalla destrutturazione delle popolazioni caratterizzate da un maggiore numero di individui giovani erranti. 
I danni alle coltivazioni agricole sono di tipo alimentare (da grufolamento, brucatura e calpestio) [ 70 ], soprattutto su frutteti e coltivazioni di cereali e vite. I danni alla selvicoltura sono di tipo alimentare (scalzatura o cimatura delle giovani piante e scortecciamento del tronco di polloni) e di tipo comportamentale (es. nel caso dei cervidi, scortecciamento di giovani alberi dovuto allo sfregamento dei palchi). 
Direttamente collegato all’espansione numerica degli ungulati è l’incremento demografico dei grandi carnivori e in particolare della popolazione di lupi, caratterizzata da un’espansione numerica e di areale che registra, a partire dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, un andamento positivo su tutto il territorio appenninico e alpino. È ovvio che la presenza del lupo incide in maniera significativa sulla zootecnia, soprattutto in aree marginali con un incremento significativo dei danni diretti e indiretti. 

     La sfida per la gestione faunistica del terzo millennio
Nel nostro Paese, nel quale in dieci anni si sono aggiunti quasi 587mila ettari di nuovi boschi, la sfida per la gestione faunistica del terzo millennio dovrà essere concentrata sul contenimento numerico delle popolazioni di ungulati (cinghiale e cervidi): questo avrà come naturale riflesso la contrazione delle specie predatrici, del lupo in particolare. 
Il contenimento numerico degli ungulati deve tradursi dapprima in una diminuzione dei danni all’agricoltura, al bosco ceduo e all’ambiente in generale e poi in un calo indiretto dei danni alla zootecnia causati dalle specie predatrici. 
Al contempo dovranno essere intrapresi sforzi per migliorare gli ambienti, aumentare gli habitat e le risorse alimentari per le specie faunistiche di maggiore pregio e di minore impatto sull’ambiente agricolo, forestale e sulla zootecnia, quali galliformi, lagomorfi e avifauna migratoria, attualmente interessate da una forte e apparentemente inesorabile diminuzione numerica. 
L’offerta alimentare disponibile per i selvatici varia notevolmente in base all’utilizzo delle diverse coperture forestali, per questo, con opportuni interventi selvicolturali, è possibile mantenere o creare un’elevata eterogeneità di specie animali, favorire lo sviluppo di corrette relazioni fra fauna e fitocenosi e, di conseguenza, regolare la dinamica delle popolazioni selvatiche riducendo l’entità dei danni a carico della vegetazione. 
La gestione forestale deve quindi prevedere interventi per incrementare la disponibilità delle risorse trofiche complessive del territorio, in particolare nei periodi di maggiore criticità che, in ambiente montano e collinare, coincidono con l’inverno [ 71 ] e, in ambiente mediterraneo, con l’estate. 
Conservazione e diffusione delle radure Le radure, oltre a rappresentare un naturale collegamento tra differenti complessi forestali, svolgono una insostituibile funzione trofica, in quanto le associazioni erbacee e arbustive presentano un elevato valore del pascolo, con offerta alimentare differenziata nel tempo. 
Coltivazioni a perdere Rappresentate da cavolo da foraggio, rapa, segale, mais, grano saraceno, erba medica, ecc. lasciate a disposizione degli animali, che ottengono così una fonte alimentare integrativa molto importante sotto il profilo quantitativo e qualitativo. 
Estensione della fascia di transizione Tra praterie e comprensori forestali che costituiscono habitat fondamentali per molte specie di Mammiferi e di Uccelli, in quanto moltiplicano i siti favorevoli all’alimentazione e alla riproduzione. Il carico del bestiame domestico deve essere dimensionato al fine di conservare le produzioni erbacee nel tempo e in modo da non instaurare una competizione alimentare troppo spinta con gli ungulati selvatici. 
Trattamenti selvicolturali È preferibile convertire il ceduo semplice in ceduo matricinato o, ancora meglio, in ceduo composto per aumentare la proporzione di piante che raggiungono l’età di fruttificazione (es. ghiande, castagne e faggiole, nel periodo autunnale, che sono una grande risorsa alimentare per molte popolazioni di Uccelli e di Mammiferi). Durante le operazioni di taglio dei cedui, è importante rilasciare alberi e arbusti di specie spontanee tipiche della zona, provviste di frutti eduli, come il sorbo degli uccellatori, il ciliegio, il pero e il melo selvatico, il noce, il prugnolo, il sanguinello, il sambuco nero e rosso, la rosa selvatica, il biancospino, il rovo, ecc. 
Tali misure sono peraltro previste dai regolamenti forestali regionali, allo scopo di incrementare le risorse trofiche disponibili sia per gli ungulati che per l’avifauna migratoria e svernante. 
Nei boschi di latifoglie, risulta inoltre utile conservare specie sempreverdi del sottobosco o rampicanti come l’agrifoglio, il ligustro e l’edera, che garantiscono una insostituibile risorsa nel periodo invernale. 
Per le fustaie sarebbe opportuno privilegiare il taglio saltuario per aumentare la diversità specifica e disetanea del bosco, con conseguente rinnovo naturale eterogeneo e ben distribuito nello spazio. Il taglio raso, anche se crea una situazione temporanea di sviluppo dello strato erbaceo e arbustivo, comporta spesso una forte concentrazione degli animali nel luogo del taglio con frequenti danni da sovrapascolamento sia sulla vegetazione naturale sia sulla eventuale rinnovazione artificiale. Per questo motivo è preferibile eseguire un maggior numero di tagli, a buche o a strisce, su piccole superfici (da 0,1 a 1 ha) in modo da distribuire le radure su gran parte dell’area interessata dalle operazioni. 
Ogni formazione forestale raggiunge il culmine dell’offerta alimentare in momenti diversi dell’anno. Per esempio, nei castagneti e nelle fustaie di querce o di faggio, il massimo della disponibilità alimentare si ha in autunno, periodo nel quale è al contrario di scarsa entità nei cedui, nelle abetine, nelle pinete, ecc. Alternando nello spazio varie tipologie di soprassuolo, si può rendere più omogenea l’offerta del pascolo nei diversi periodi dell’anno, consentendo la sopravvivenza di un maggiore numero di pascolatori e quindi di predatori: si aumenta così la biodiversità della zona assestata.

APPROFONDIMENTO 13

Il Piano di Assestamento Faunistico

È un modello con il quale programmare nel tempo la densità, la struttura e la dinamica di una o più popolazioni di animali selvatici presenti in un determinato territorio, in base all’offerta alimentare degli ecosistemi e in rapporto alla competizione interspecifica e intraspecifica esistente. 
Esso può essere schematizzato nel modo seguente: 
• delimitazione dell’area da considerare, in riferimento alle popolazioni selvatiche studiate; 
• indagine storica sull’evoluzione dell’ambiente e delle relative popolazioni animali; 
• rilievi sulle associazioni vegetali per stimare la disponibilità alimentare nelle varie stagioni; 
• censimento stima delle popolazioni animali e dei loro eventuali predatori [ 72a ]; 
• redazione del piano di assestamento e calcolo della densità ottimale di ogni singola popolazione in rapporto al territorio considerato; 
• piano di prelievo o abbattimento [ 72b ] con il quale viene determinata la quota dei soggetti da catturare o abbattere, così da mantenere costante nel tempo il carico delle popolazioni assestate sul territorio. 

La stima delle risorse alimentari è un’operazione che consente di definire la disponibilità alimentare per i selvatici del secondo livello trofico (pascolatori), senza che l’eccessiva densità di questi ultimi possa determinare il degrado dell’ecosistema. L’offerta del pascolo disponibile per gli ungulati viene valutata con il metodo del raccolto, che consente di rilevare approssimativamente la quota di Produzione Primaria Netta (PPN) utilizzabile dai selvatici. 
Il metodo consiste nell’asportare e quantificare tutto il possibile nutrimento per i pascolatori presenti su determinate aree di saggio. Non tutta la PPN può essere consumata dagli erbivori, in quanto una notevole parte di essa deve essere trasformata in humus dalle catene trofiche dei decompositori, in modo da fornire alla copertura vegetale gli elementi nutritivi per mantenere la propria vitalità e per consentire l’evoluzione nel tempo dell’ecosistema. Pertanto, la quota pascolabile è rappresentata da una percentuale, che varia con l’ecosistema considerato: per esempio, in una foresta di latifoglie decidue in zone temperate, solo il 10% della PPN potrà essere devoluta ai pascolatori. La conoscenza del consumo giornaliero medio pro capite per specie consentirà poi di valutare la densità ottimale (K) nella zona studiata per ogni singola popolazione. 
censimenti permettono di valutare l’entità, la struttura e la dinamica delle popolazioni animali con particolare riferimento al numero di individui, al rapporto tra i sessi e tra le classi di età, al tasso di natalità e a quello di mortalità. I metodi si suddividono in diretti e indiretti. Tra i primi si ricordano l’osservazione da punti di favore o lungo percorsi prestabiliti (transect) di giorno o di notte, il censimento in battuta, ecc.; tra i secondi invece troviamo il rilievo dei segni di presenza degli animali come le impronte, le fatte, le marcature dei territori (per le specie territoriali come il Capriolo) e le emissioni vocali (bramito del Cervo). 
Nell’elaborazione del piano di assestamento è opportuno prevedere che la popolazione stabilizzata sia strutturata in modo tale da mantenersi vitale nel tempo. In particolare è importante mantenere il giusto numero di individui cuccioli e sub-adulti che costituiscono il potenziale riproduttivo futuro della popolazione e un rapporto tra i sessi di 1:1. In questo modo, quando una popolazione si è così assestata, se la resistenza ambientale (soprattutto predazione e competizione intraspecifica) non è sufficiente a mantenere l’assestamento costante nel tempo, si applica un piano di prelievo venatorio o di abbattimento attuato mediante la caccia di selezione. 

APPROFONDIMENTO 14

L’abete di Douglas

La Douglasia verde o abete di Douglas (Pseudotsuga menziesii) è una conifera di grandi dimensioni [ 73 ], di origine Nord-americana dove è una delle specie componenti le gigantesche foreste sviluppate lungo tutta la catena delle Montagne Rocciose. Per distinguerla dagli abeti nostrani basta strofinare le foglie che emanano un profumo di limone anziché di resina. È una specie adatta a produrre in tempi ragionevoli ottimo legname (cresce di 18 metri in vent’anni) ed è stata introdotta per questo scopo in Europa verso la fine dell’Ottocento. In Italia è avvenuta una ampia sperimentazione che ha mostrato come essa trovi il suo habitat ottimale nell’Appennino su suoli silicatici collocati ad altitudine medio-alta (600-1.200 metri s.l.m.), nelle fasce climatiche del Castanetum freddo e del Fagetum caldo. Da questo punto di vista è assolutamente concorrenziale rispetto al nostrano abete bianco, il quale ha maggiori esigenze ambientali ed è più suscettibile ad avversità abiotiche e parassitarie. 
La produttività della Douglasia è superiore di una volta e mezza rispetto a quella dell’abete indigeno, inoltre il suo legno si lavora meglio ed è anche di più piacevole aspetto quando impiegato “a vista” nell’edilizia. Il regime di taglio prevede turni di almeno 40 anni. La superficie investita in Italia in questa specie è stimata in 15mila ettari, mentre in altri Paesi della UE (Francia, Germania) si registrano valori di almeno venti volte superiori [ 74 ].

L’Abete bianco

L’abete bianco, Abies alba, occupa un areale che si estende sulle Alpi, in particolare quelle orientali [ 75 ], e con qualche nucleo sugli Appennini. In Italia occupa una superficie stimata in 68mila ettari di cui 42mila costituiti da sole conifere. La sua diffusione fu anche incrementata artificialmente per attività umane (es. in Cadore e in Friuli dalla Repubblica di Venezia per ricavare legname per gli arsenali navali). 
Nelle nostre regioni alpine il governo dell’abete bianco prevede preferibilmente il taglio saltuario (diametro di recidibilità di 40-50 cm), con turni di 11-12 anni, allo scopo di accompagnare il bosco verso una situazione di equilibrio. 
È un albero molto esigente in fatto di ambiente climatico e regime delle precipitazioni, per contro riesce a sopravvivere e germogliare con pochissima luce: una sua caratteristica infatti è di crescere inizialmente molto poco e non appena trova una via di uscita verso l’alto si sviluppa piuttosto velocemente. 
Il legno è bianco, non resinoso, di facile lavorazione, ma poco durevole; si usa per travame, segati (serramenti, perline, imballaggi, impalcature) e falegnameria comune. 
Dal punto di vista fitopatologico è una pianta piuttosto suscettibile a funghi agenti di marciumi come Armillaria mellea, di carie come Heterobasidion annosum, e alla ruggine; in compenso e a differenza dell’abete rosso, resiste agli attacchi del bostrico (Ips typographus). Tra gli agenti di danno è da segnalare l’attività di cervidi che, brucando gemme apicali [ 76a ] e semenzai, scortecciando [ 76b ] e anche sfregando i tronchi con le corna (fregone), sono in grado di provocare difetti di crescita e soprattutto di ridurre e persino impedire il rinnovamento di questa essenza.

DIFESA E GESTIONE DELLE PIANTE
DIFESA E GESTIONE DELLE PIANTE