1   Arboricoltura e forestazione

In Italia le piantagioni specializzate per la produzione da legno su terreni agricoli occupano una superficie pari a poco meno di 100.000 ettari. Le piantagioni di pioppo occupano una superficie pari a oltre 46.000 ettari, localizzate in larga maggioranza nelle regioni padano-venete (il 70% è concentrato in Lombardia e Piemonte). Le piantagioni da legno di altre latifoglie ad alto fusto occupano oltre 41.000 ettari, di cui circa il 40% costituiti da noceti, per la maggior parte localizzate in Italia settentrionale e centrale. Le piantagioni governate a ceduo (circa 5.000 ettari) sono quasi esclusivamente in Lombardia (soprattutto impianti di pioppo) e Sardegna (soprattutto impianti di eucalipto). Le piantagioni da legno di conifere (poco più di 4.000 ettari) sono concentrate in Sicilia e Sardegna (pini mediterranei) e in Toscana (douglasia). 
Nella pianura padano-veneta, dove i pioppi ibridi possono trovare condizioni di crescita ottimali è, in genere, possibile ottenere con la pioppicoltura una redditività in linea, se non più alta, con quella media per gli investimenti in piantagioni forestali a livello europeo. L’arboricoltura da legno è un settore analogo per obiettivi agli altri comparti dell’agricoltura, e si differenza dalla selvicoltura vera e propria [ 1 ] in quanto si occupa di essenze arboree al fine di produrre tipi di legno nella massima quantità e qualità possibile; si tratta dunque di piantagioni temporanee e gestite in forma intensiva. Ne esiste anche una definizione legislativa (D.Lgs. n. 227/2001): “Per arboricoltura da legno si intende la coltivazione di alberi, in terreni non boscati, finalizzata esclusivamente alla produzione di legno e biomassa. La coltivazione è reversibile al termine del ciclo colturale”. 
Sono molte le essenze arboree idonee per la produzione legnosa. Per le conifere (Larix, Pinus, Picea, Abies, Pseudotsuga) in passato l’interesse si indirizzò verso il pino strobo e la douglasia (Pseudotsuga menziesii), ma attualmente sono poco impiegate nell’arboricoltura da legno. Tra le latifoglie spicca il pioppo [ 2 ], che in Italia è l’unica pianta da legno coltivata in forma avanzata (si stima siano oltre 46.000 gli ettari a pioppo); altre decidue adatte sono la paulownia, il noce comune e quello nero, il ciliegio selvatico, il frassino e la farnia [ 3a ]. 
Inizialmente in Italia la pioppicoltura fu sviluppata negli anni ’30 del Novecento per la produzione di legno da pasta e all’epoca occupava 10.000 ettari, ma negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale registrò una rapida crescita che portò alla fine degli anni ’50 del secolo scorso alla decuplicazione della superficie coltivata, contestualmente crebbe l’esigenza di legname da pioppo per imballaggi ortofrutticoli.
Nel periodo tra gli anni 1970 e 2000, la pioppicoltura andò incontro a un progressivo declino, tuttavia negli ultimi anni i numeri sono tornati a crescere, in particolare grazie alla ripresa del prezzo dei pioppi in piedi (il valore di una singola pianta è passato da € 40-45 nel 2016 a € 85-90 nel 2020). Attualmente la pioppicoltura italiana rappresenta in effetti la principale fonte di approvvigionamento di legno per le industrie di trasformazione e, pur occupando solo poco più dell’1% della superficie forestale, dalla coltivazione del pioppo si ricava circa la metà del legname da sfogliatura (compensati, imballaggi) [ 3 ]. 

Le Regioni dove più si pratica la pioppicoltura sono quelle dell’Italia padano-settentrionale. Interessante il contributo ambientale della pioppicoltura: 1 ettaro con 300 pioppi cattura 18 tonnellate di anidride carbonica all’anno. 
Per contro è una coltura diventata estremamente specializzata (coltivazione di pochi cloni, tecniche colturali tese a ottenere turni produttivi brevi), dunque è divenuta assai più simile a un ecosistema agrario piuttosto che forestale, in altri termini un ecosistema instabile e soggetto ad avversità biotiche, quindi potenzialmente esposto a perdite produttive anche rilevanti. 
La coltivazione di ibridi naturali, i cosiddetti “canadesi”, iniziò nel Novecento, ma nel 1927 comparve in Piemonte una nuova avversità che sembrò pregiudicarne lo sviluppo; la malattia, chiamata “defogliazione primaverile”, era dovuta a un fungo patogeno identificato inizialmente da Gabriele Goidànich come Stigmina radiosa (forma anamorfa dell’ascomicete Didymosphaeria populina) e attualmente classificato col nome di Venturia populina. Il problema fu poi superato con la sostituzione dei canadesi con cloni resistenti euro-americani [ 4 ]; tuttavia, a seguito della successiva introduzione in Italia (agli inizi degli anni ’60 del secolo scorso) di un nuovo patogeno fungino, Marssonina brunnea, si rese necessaria la diffusione di altri cloni resistenti alle due malattie, senza tuttavia riuscire a ottenere una stabilità del patosistema (in Italia si utilizza soprattutto il clone I-214, molto adatto per la fabbricazione di pannelli in compensato, ma alquanto suscettibile ad alcune avversità). 
Tutto ciò comporta la necessità di interventi fitosanitari (anche se di minore impatto rispetto ad altre colture praticate negli stessi ambienti planiziali) e di conseguenza quella di stabilire linee di indirizzo per una pioppicoltura sostenibile. 
Anche nel settore dell’arboricoltura da legno si vanno infatti diffondendo criteri di lotta integrata analoghi a quelli del settore agroalimentare, e si richiede in particolare la tracciabilità del prodotto, tramite certificazioni accreditate dal FSC (Forest Stewardship Council, Consiglio per la Gestione Forestale).

APPROFONDIMENTO 10

Quanti pioppi sono necessari per fornire l’ossigeno che una persona consuma in un anno?

Una persona ha mediamente bisogno di 2.000 kcal/giorno. Per semplicità di calcolo consideriamo che le kcal vengano ottenute consumando carboidrati: 

1 g di C6H12O6 forniscono 4 kcal 
dunque in un giorno saranno necessari 

2.000 : 4 = 500 g di C6H12O6/giorno 
I carboidrati liberano energia tramite la respirazione cellulare 

C6H12O6 + 6 O2 → 6 CO2 + 6 H2
1 mole di C6H12O6 = 6 × 12 + 12 + 6 × 16 = 180g/mole 
500 : 180 = 2,8 moli di C6H12O6 

Moli di O2 = 2,8 × 6 = 16,7 moli/giorno 
In un anno una persona consuma dunque 16,7 × 365 = 6.095 moli di O2 

L’ossigeno è prodotto con la fotosintesi: 
6 CO2 + 6 H2O → C6H12O6 + 6 O2 

In 10 anni 1 pioppo produce mediamente 1 tonnellata di cellulosa (polimero di C6H12O6

1.000.000 g/10anni → 100.000 g/anno 

100.000 g : 180 g/mole = 555 moli di C6H12O6/anno 

555 × 6 = 3.330 moli di O2/anno 

Dunque sapendo il nostro fabbisogno di ossigeno annuo e la produzione di ossigeno di un pioppo in un anno otteniamo: 
6.095 : 3.330 = 1,83 

Per fornire l’ossigeno che una persona consuma in un anno sono necessari 2 pioppi.

     Progettazione e gestione di un arboreto a legno 
Anche per l’arboricoltura da legno al momento della progettazione e durante la gestione dobbiamo tenere presente tre fattori: clima, terreno, pianta
Nella scelta della specie arborea da utilizzare per l’impianto è sempre necessario fare riferimento alle comunità climax che si sviluppano spontaneamente nei diversi ambienti italiani. 
Ad esempio, nelle pianure alluvionali padane avrà buone probabilità di successo il pioppo e non l’abete rosso, sugli altopiani asciutti del Nord Italia il rovere o la farnia e non il leccio che troverà il suo ambiente adatto nelle zone costiere insieme ai pini termofili [ 5 ]. 

 5  Fasce fitoclimatiche e comunità climax in Italia.

Le norme di legge che regolamentano il reperimento e l’impiego dei materiali forestali da cui partire per l’allestimento di un impianto sono: 
• Direttiva europea n. 105/1999/CE; 
• D.Lgs. n. 386/2003. (Attuazione della Direttiva n. 1999/105/CE relativa alla commercializzazione dei materiali forestali di moltiplicazione). 
In sintesi si prevede che soltanto i materiali di base ammessi dagli Organismi Ufficiali (Regioni e Province autonome) possano essere impiegati dai vivaisti per la produzione di piantine da utilizzare in piantagioni a fini forestali. Ciò per favorire l’impiego di materiale geneticamente adatto alle diverse condizioni ambientali e la conservazione delle risorse genetiche delle specie forestali. 
Le piantagioni da legno vengono classificate prendendo in considerazione il tipo di impianto e gli aspetti accompagnatori quali: il ruolo delle piante, gli obiettivi produttivi, la lunghezza e il numero dei cicli produttivi. 
Possiamo così ad esempio avere: 
• impianti puri o misti una sola specie e più specie consociate; 
• impianti mono- o poli-obiettivo, al fine di ottenere una o più categorie di prodotti (es. legno di pregio o sfogliatura oppure biomassa); 
• impianti a ciclo brevissimo, breve, medio e lungo rispettivamente con taglio a 7, 8-12, 20-30, 30-50 anni; 
• impianti mono- e poli-ciclici i primi in cui la specie principale ha un solo ciclo produttivo, i secondi in cui vi sono più specie con cicli di diversa lunghezza. 

Gli impianti policiclici sono quelli in cui sono presenti contemporaneamente piante principali con cicli produttivi di diversa lunghezza. Le piante principali di uno stesso ciclo sono poste a distanze definite per permettere di ottenere le dimensioni commerciali desiderate nel minor tempo possibile. 
Le piante principali con i cicli di diversa lunghezza devono essere collocate a distanza tale da poter completare ciascun ciclo produttivo senza interferire negativamente nei loro accrescimenti. 
L’arboricoltura ha caratteristiche proprie, tuttavia può essere integrata nell’economia di una singola azienda agricola [ 6a ], e non richiede grandi appezzamenti potendosi anche praticare a filari o piccoli gruppi di piante, contribuendo così a ricreare il paesaggio campestre. 
L’allestimento di un impianto di arboricoltura da legno [ 6b ] si avvale di tecniche diverse in base alla capacità delle diverse specie di riprodursi per: 
• clonazione: il clone, cioè un insieme di individui (ramet) derivati per via vegetativa da un unico individuo originale (ortet), per esempio per talea, micropropagazione, innesto, margotta o divisione (es. pioppo, salice); 
• seme: come avviene spontaneamente nella maggior parte delle piante da legno.

 6  (a) Esemplificazione di un progetto di integrazione di un impianto di arboricoltura da legno nell’ambito di una azienda agricola (cortesia C. Mori ed E. Buresti Lattes - grafica G. Buzzichelli, Compagnia delle Foreste). (b) Principali schemi di impianto. 

     Piante riprodotte per clonazione
Gli alberi riprodotti per clonazione (es. talea) [ 7 ] danno garanzia di grande omogeneità: le piante dell’arboreto crescono contemporaneamente e raggiungono la maturità tutte insieme, facilitando le operazioni colturali e l’ottenimento di partite di legname di facile gestione con la meccanizzazione e le lavorazioni industriali. 

 7  (a) Talea di pioppo in germogliamento; (b) vivaio di pioppi all’inizio del secondo anno; (c) germogliamento degli astoni al primo anno di impianto; (d) pioppeto all’ottavo anno dall’impianto (vivai G. Olocco, Sommariva del Bosco-CN).

     PIOPPICOLTURA
La coltivazione del pioppo è molto importante nelle pianure alluvionali italiane, la sua propagazione viene attuata allestendo vivai in terreni fertili e irrigui in cui, alla fine dell’inverno, si piantumano talee di un anno della lunghezza di circa 30 cm, messe a dimora in file semplici, con una densità di 70.000/80.000 piante/ettaro (le talee provengono da alberi della cultivar desiderata, conservate e fornite periodicamente ai vivaisti da un’azienda collegata al CREA - Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi in Economia Agraria (con sede a Casale Monferrato). In vivaio si attuano diverse cure: scerbatura, sarchiatura, scelta del miglior germoglio sulla talea con recisione degli altri, irrigazioni. Nel secondo anno si attua una potatura con eliminazione dei rami della parte basale fino a una altezza di 150 cm circa. Nel tardo autunno le pioppelle vengono sradicate, tagliate alla base e, riunite in categorie in base ai diametri misurati a un metro da terra, vendute per l’impianto del pioppeto. Nella Pianura Padana la messa a dimora delle pioppelle si effettua dai primi di dicembre ai primi di marzo, escludendo i periodi più freddi quando il terreno è gelato. Il sesto d’impianto è variabile tra 5 × 6 m e 6 × 6 m in funzione della fertilità del suolo per un totale di 300-400 piante/ha. I suoli più adatti sono quelli sabbioso-limosi, freschi, ben drenati. Se la falda freatica è troppo superficiale, conviene sistemare il terreno con baulature e/o prode con fossi per l’allontanamento delle acque. Il periodo di tempo intercorrente tra lo svellimento delle pioppelle e la messa a dimora deve essere il più breve possibile. In caso di soste prolungate, le pioppelle devono essere conservate con la parte basale immersa in acqua. Se per l’impianto si utilizzano pioppelle con radici sarà necessario preparare, con una trivella, delle buche del diametro di 30 cm e profondità di 70 cm. Se si utilizzano fusti di pioppelle tagliati al colletto (astoni senza radici), la messa a dimora deve garantire la stabilità alla spinta del vento e gli astoni vanno piantati alla profondità di 100-170 cm in funzione della loro altezza. All’impianto è consigliabile una concimazione di fondo con 150 kg/ha di P2O5 e 100 kg/ha di K20. Al primo anno conviene fornire a ogni pianta 0,5 kg di NH4NO3, 1 kg al secondo anno e 1,5 kg al terzo anno. In suoli asciutti, nel periodo estivo, è utilissima l’irrigazione. 
Il contenimento delle erbe infestanti si attua intervenendo da 2 a 4 volte l’anno con un erpice a dischi. 
La potatura [ 8 ] è importantissima nei primi anni per eliminare le doppie cime e i rami laterali dominanti. In seguito si attua una pulizia del fusto per ottenere assortimenti legnosi di pregio. La scelta varietale nell’ambito della pioppicoltura italiana è dominata dal clone I-214 (Populus canadensis) [ 9 ] ottimo per la qualità e la resa del legname. Le altre cultivar degne di nota per la loro resistenza alle avversità fungine e ai fitofagi sono: Lux, Onda e Harvard (Populus deltoides), Villafranca (Populus alba). 
La turnazione colturale varia dagli 8 ai 15 anni in funzione delle esigenze mercantili e della fertilità dei suoli [ 10 ]. Le piantagioni ben condotte in suoli fertili consentono produzioni superiori alle 400 t/ha. La produzione legnosa è utilizzata per compensati, segheria, cartiere, pannelli, pellet e cippato.

 8  Schema del lavoro di potatura.

 9  Tabella dendrometrica del clone I-214 per la stima del volume in m3 del fusto e dei rami svettati a 10 cm in funzione del diametro e dell’altezza misurati a 1,30 m dal suolo. 

     Piante riprodotte per seme
Nel caso di piante da legno riprodotte per seme si rende necessario reperire i semi da piante che siano adatte alle condizioni climatiche e pedologiche dell’ambiente in cui vogliamo effettuare la piantagione. La riproduzione da seme nelle piante selvatiche avviene per impollinazione incrociata, in cui i due gameti provengono da piante diverse, generando così un alto livello di biodiversità nella progenie. In ogni Regione italiana sono stati individuati dei “Boschi da seme” che per le loro caratteristiche consentono la produzione di piante di particolare pregio e adatte ai diversi ambienti [ 11 ] [ 12 ]. Sempre a livello regionale sono attivi numerosi vivai forestali dove i semi vengono conservati, seminati e producono le piantine che saranno utilizzate per la formazione di arboreti da legno e riforestazioni [ 13 ]. Le piante possono essere assegnate gratuitamente ai privati per interventi di ricostituzione del bosco danneggiato da incendio o altra calamità e agli Enti pubblici nell’ambito delle proprie attività istituzionali. L’assegnazione a pagamento è concessa ai soggetti pubblici e privati a prescindere dalla localizzazione del terreno di messa a dimora.

 13  Aree di raccolta seme in Piemonte per le principali specie di latifoglie impiegate in arboricoltura da legno. 
Qr: farnia; Qp: rovere; Tc: tiglio cordato; Tp: tiglio a grandi foglie; Ap: acero di monte; Fe: frassino maggiore; Pa: ciliegio selvatico; St: ciavardello.
     ABETE ROSSO O PECCIO (PICEA EXCELSA) 
L’abete rosso [ 14 ], spontaneamente presente sulle Alpi dai 1.000 ai 1.700 m s.l.m. (fasce fitoclimatiche Fagetum e Picetum), è molto resistente al freddo e poco sensibile alle gelate primaverili. Necessita di un adeguato periodo di gelo invernale ed è soggetto a patologie in zone con climi invernali miti (marciumi del fusto e radicali da Heterobasidion annosum, attacchi di bostrico Ips typographus). Predilige suoli leggeri, aerati, ben drenati e leggermente acidi. Patisce esclusivamente i terreni ricchi in carbonati e umidi. La sua lettiera si decompone lentamente, originando un humus acido, con accumulo della sostanza organica sulla superficie del suolo e in cui l’attività biologica è molto scarsa. Ha un apparato radicale superficiale che lo rende sensibile all’aridità e instabile in caso di venti forti quando supera altezze di 10 m [ 15 ]. Bisogna quindi piantarlo al riparo dal vento o in lotti adiacenti a distanza di dieci anni in modo da generare effetti protettivi con la scalarità delle altezze delle piante. 
L’abbattimento di vaste aree di peccete coetanee è purtroppo un fenomeno sempre più frequente quando gli alberi sono cresciuti troppo in altezza. 
La piantagione si effettua con un numero di piante molto elevato (2.000 piante/ha), assai superiore al numero di piante che costituiranno il popolamento definitivo del bosco. Infatti è della massima importanza, per la più rapida e regolare crescita degli alberi, che questi nella fase giovanile siano fitti, in modo da favorire l’allungamento in altezza, la forma diritta e slanciata e la precoce caduta dei rami più bassi (così da non avere grossi nodi sul tronco). Gradualmente e oculatamente si operano diradamenti e sfollamenti in modo che nella fase maturità il numero delle piante sia ridotto a quello definitivo (in genere 800- 1.000 piante/ha). 
In turnazioni di 50 anni può raggiungere produzioni di 250 m3/ha; con turnazioni più lunghe le produzioni aumentano, ma i rischi di schianto da vento crescono esponenzialmente. 
Il legno, bianco-giallastro, leggero, poco nodoso di facile lavorazione, è molto apprezzato per tavolame, travature, mobilio, nonché pasta da carta e da cellulosa grazie al basso contenuto di resina.
     FRASSINO (FRAXINUS EXCELSIOR) 
Il frassino [ 16 ] è una specie ben adattabile nella fascia fitoclimatica del Castanetum Fagetum. Si presta bene alla realizzazione di arboreti da legno puri o misti. Albero con apparato radicale fittonante e robusto, abbastanza longevo, può raggiungere i 40 m di altezza e 1 metro di diametro. Predilige i suoli freschi e profondi, sopporta discretamente l’aridità estiva, molto bene il gelo invernale e i ritorni di freddo primaverili. Il legno è duro, pesante, tenace ed elastico, trova impiego per paleria, lavori al tornio ed è un buon combustibile. Ottimale è la piantumazione autunnale dell’arboreto, con una densità di 800 piantine/ha che andranno successivamente diradate a 300 piante/ha. La durata del ciclo produttivo varia da 30 a 60 anni. Essendo una pianta pollonifera, si presta al rinnovamento per ceduazione. 
     FARNIA (QUERCUS PEDUNCOLATA)
La farnia, di notevolissima longevità (oltre 500 anni), cresce spontanea nella fascia fitoclimatica del Castanetum in suoli freschi e profondi. Sopporta inverni rigidissimi e gelate primaverili. Albero maestoso, può raggiungere i 50 m di altezza. L’ottimo legno è ricercato per molteplici usi: travature, costruzioni edili e navali, doghe per botti, mobili, parquet, compensati, produzione di cellulosa e legna da ardere. Rispetto al rovere, il legno è più leggero, di maggiore durata e di più facile lavorazione. L’impianto autunnale nell’arboreto offre maggiori garanzie di attecchimento, il sesto d’impianto iniziale è di 3 m × 4 m, seguono potature nei primi 10 anni per sviluppare fusti colonnari, successivi diradamenti e selezione degli esemplari da mantenere fino ad arrivare alle 200 piante/ha. L’allevamento ad alto fusto può prevedere turnazioni da 40 a 80 anni, a seconda della fertilità dei suoli e delle pezzature che si desiderano ottenere [ 17 ]. Anche la farnia sviluppa polloni e può essere quindi ceduata a ceppaia, sgamollo, capitozza con turni di 15/25 anni. I frutti sono molto apprezzati da maiali e cinghiali. 
     IMPIANTO MISTO: ROBINIA (ROBINIA PSEUDOACACIA), FRASSINO (FRAXINUS EXCELSIOR) E CILIEGIO (PRUNUS AVIUM)
Gli impianti misti consentono di associare specie a rapida crescita come la robinia che potrà essere tagliata con turni di 8/10 anni, con specie a crescita più lenta (turnazione di 30\50 anni), frassino e ciliegio [ 18 ], da cui si attende lo sviluppo di tronchi di maggiori dimensioni. La Robinia è una leguminosa che arricchisce i suoli grazie alla presenza sulle sue radici di batteri azotofissatori simbionti, essendo una specie pollonifera consente di ottenere un rinnovamento rapido e sicuro, con produzione di ottimo legname da ardere. La sua splendida fioritura riveste notevole interesse per l’apicoltura. Il ciliegio è una specie eliofila presente in ambienti di pianura, collina e montagna fin verso i 1.200 m s.l.m., è resistente al freddo e al vento. Abbastanza rustica, predilige suoli neutri o leggermente acidi, non sopporta il ristagno d’acqua e i terreni pesanti; buoni risultati produttivi si ottengono solo in suoli sciolti e freschi, ben drenati. 

Ha buona velocità di crescita nei terreni migliori. Il ciclo produttivo può variare da 25 a 40 anni. Il legno ha un buon valore economico. 
Un impianto di tipo misto può essere costituito anche con un diverso criterio dalla consociazione, associando a una pianta principale una o più specie accessorie. 
La principale ha di regola il ruolo di pianta da legno di pregio, mentre le accessorie svolgono la funzione di agevolare la conduzione dell’impianto (es. facilitare le lavorazioni del terreno, migliorare la fertilità del suolo, contribuire a ottenere un microclima ottimale per lo sviluppo della pianta principale). 
Le accessorie non vanno potate e se arrivano a competere con la principale, caso mai devono essere eliminate; tuttavia con una scelta oculata possono contribuire alla resa complessiva dell’impianto. In particolare si parla di piante accessorie “paracadute” [ 19 ], quando si impiegano specie il cui ruolo è produrre assortimenti legnosi simili a quelli della principale. Esse devono essere perfettamente adattabili all’ambiente pedoclimatico dell’appezzamento e normalmente sono previste nella progettazione dell’impianto; devono inoltre essere potate e condotte come le principali: dove queste ultime stentassero a dare i risultati attesi, si rovesceranno i ruoli, abbandonando la potatura ed eventualmente diradando appunto le principali; se invece le principali crescessero bene, le “paracadute” verranno declassate e trattate da semplici accessorie.

DIFESA E GESTIONE DELLE PIANTE
DIFESA E GESTIONE DELLE PIANTE